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Luigi Paolo Brancaccio, duca di Cagnano e principe di Carpino

13 Apr

 

Il barone Luigi Paolo Brancaccio, principe di Carpino e duca di Cagnano, tratto da "L’agonia feudale e la scalata dei galantuomini, …" di Leonarda Crisetti Grimaldi

 

 

 

 

 

La terra di Cagnano, che aveva acquisito titolo di Ducato nel 1628 con Giulia d’Aiello, suocera di Alonzio de Vargas, [dal quale l’aveva comprata due anni prima con la somma di 10.000 ducati], pervenne ai Brancaccio circa cento anni dopo, quando il feudalesimo era già agonizzante.

Ricordiamo che questo sistema economico e politico penetrò nel Mezzogiorno- e quindi anche a Cagnano – con i Normanni, giunti in Italia al tempo delle Crociate. Prima mercenari alle dipendenze di Bisanzio, questi uomini del Nord finirono col sostituirsi ai bizantini, acquistando titoli di duca, conte e persino re.

I feudi passarono, poi, da un signore all’altro, in base alle circostanze storiche, a loro volta connesse a quelle economiche e militari. Poteva accadere – com’è accaduto- che il sovrano, il quale aveva ottenuto un appoggio militare, togliesse il feudo ad un signore e lo concedesse ad un altro.

È il caso della terra di Cagnano che nel 1497, per volontà di re Ferdinando d’Aragona, passò dalle mani dei Di Sangro a quelle dei Mormille.  Bisogna tener presente, quindi, che nel tempo in cui la terra era considerata un bene del sovrano, egli l’adoperava come voleva, utilizzandola come merce di scambio, per ricompensare parenti e amici, sostenitori e aiutanti.

Poteva accadere, inoltre, che i feudatari volessero disfarsi del bene, perché avevano altri interessi, o perché avevano scarsezza di capitali. Anche la Terra di Cagnano passò, dunque, di mano in mano a diversi feudatari,1 finché giunse in quelle di Alonzio de Vargas, il quale, come si è detto, lo vendette poco dopo a sua suocera, pagando una cifra modesta e, per linea femminile, giunse nel 1738 ai Brancaccio, che la possedettero fino al 1806 allorché, in seguito alla leggi eversive, insieme alla feudalità furono cancellati i privilegi dell’aristocrazia. 

A Cagnano, dunque, nel 1750 c’era un solo possessore residente, che vantasse – come si diceva un tempo – sangue blu, il barone Luigi Paolo Brancaccio.   Di questo personaggio la memoria collettiva ha perso ogni conoscenza. Si conservano, tuttavia, tracce di questo personaggio nei toponimi “Do lLevise”, “Puscina Do mPàule”, “Canale di mPàule”,2 e soprattutto  in una leggenda tramandata oralmente, in una torre del palazzo baronale, nei vari strumenti di tortura e di morte con cui il principe avrebbe punito i cittadini ribelli e le donne che non si fossero concesse a lui.

Il “ ius primae noctis” – che attraversa molte leggende popolari – avrebbe infatti costretto le neospose a trascorrere la prima notte di nozze in sua compagnia e, nel caso si fossero rifiutate, le aspettava la morte, in fondo ad una delle due torri del palazzo baronale, dov’erano state sistemate lance acuminate. 

Sempre secondo la leggenda, il principe fu poi costretto a fuggire dal paese, di nascosto, dopo aver evitato il tiro di schioppetta di un anonimo carbonaro, tiro detto “alla minghiozza” per non essere andato a segno, attraverso un cunicolo che dal pozzo, situato nella corte centrale del palazzo baronale, gli consentì di uscire fuori dal paese.

Fu così che cessarono finalmente le angherie e i soprusi del feudatario. Qui finisce la leggenda, ma quanta verità  è sottesa ad essa? Per porre luce sulla figura di questo personaggio, per ricostruire – attraverso la sua storia – l’identità di Cagnano al tramonto del feudalesimo, analizzeremo più dettagliatamente la fonte dell’Onciario, che riserva all’Illustre Possessore,  molte pagine e diverse rivele. Leggiamo dal documento che il nostro personaggio :

 

Possiede molti beni stabili e mobili, burgensatici, come allodiali, giurisdizionali, come anco feudali, quali ne vengono descritti colla loro descrizione delli Feudali e Giurisdizionali e Burgensatici, ma sono portati nella di lui rivela tutti alla confusa, ed in tal maniera anco riportati all’attestato fatto da questa Magnifica Università per non aver la certezza, quali siano li corpi feudali, e giurisdizionali, come pure li burgensatici ed allodiali, dal che si è rimesso ai documenti, che dovranno prodursi dall’Ecc.mo Signor Duca per farsene la deduzione […].

 

Luigi Paolo Brancaccio aveva acquisito fuoco a Cagnano e dimorava nel Palazzo [baronale] situato nell’eminenza di essa terra attaccato alla porta di essa, consistente in più membri superiori, e sottani. Il palazzo era un quarto diruto e veniva abitato da tutta la famiglia.

All’epoca del Catasto onciario, quando entro la Terra di Cagnano si accedeva attraverso la porta [si presume fosse quella oggi nota come Arco di San Michele], il duca aveva 33 anni ed era sposato con la Duchessa Felicia Vargas, anch’ella di anni 33.

Luigi Paolo e Felicia avevano sei figli, di cui Giovanni, primogenito di anni 10 dimorava a Napoli, le figlie, donna Ignazia (9 anni) ed Eleonora (7 anni) vivevano a Palermo, mentre Candida (6 anni), Maria A. (4 anni) e Giuseppa (1 anno) erano a Cagnano.

Nel Palazzo, al contempo dimoravano diverse altre persone: il segretario (G. Campanile palermitano), i camerieri napoletani (M. Forlana e G. Torre moglie), la nutrice (C. Pastore), il maestro di casa (C. Lombardo), il repostiero (G. Grignaro di Calabria), due servitori (M. Cerrone e sua moglie Agnesa La Piccirella), il cuoco (D. Di Vita) e il sottocuoco (L. Pilatella), il calessiere (B. Capuano), il volante Tommaso Valente (anni 12).

Il Duca possedeva il grande bosco demaniale della terra di Cagnano, popolato da cerri, faggi, querce, elici, orni,  ed altri alberi di legna morta. I confini di detto bosco erano segnati da: difesa di Santa Marena, Demanio di Carpino, Compromesso (tra Cagnano e Monte Sant’Angelo), Acquapendente, (San Marco in Lamis), Monte della Rosella, confine con Sannicandro, Difesa di Santa Maria di Tremiti- Santo Nicola dell’Imbuti, Cotino dello Spirito, Difensa di San Giacomo e Difesa dell’Università. Questo bosco rendeva ogni anno ducati 0,50 per uso di taglio di pannizza, 200 per fida d’erba,3 600 per fida di ghianne, mentre la fida di manna non era sottoposta a peso alcuno da parte dei cittadini.

Il duca possedeva la defensa48 nominata Santa Maria, alias Santa Marena,  destinata in gran parte al pascolo. In tale difesa le università di Cagnano e di Carpino avevano, infatti, facoltà di pascolare la carravana4 dei bovi per tutto il tempo dell’anno, riservandola ai bovini e alle Pecore della Regia Dogana di Foggia, dal 25 dicembre al 25 marzo dell’anno successivo. Come compenso del diritto all’uso della Defensa di Santa Marena, il barone riceveva una rendita annua stimata 250 per uso d’erba dei locati e 0,50 per uso di semina in terraggi.5     

Possedeva anche la Difesa Fonte, confinante con le Difensole, il demanio dell’Università di Cagnano e la Mezzana del Punito, che produceva una rendita annua stimata 250 per uso d’erba e 0,05 per uso di semina in terraggi. Tale difesa era situata “tra li grotti delli Servitori, la Difensola di Cagnano e la strada che si va da Cagnano a Carpino sopra la via del Piano”. La defensa era “riserbata dal 29 settembre a tutti li 24 di marzo per li animali solamente indomiti, mentre gli animali domiti ponno pascolare in ogni tempo”.

Il Duca possedeva il Compromesso, “un pezzo di bosco sassoso e macchioso arbustato ad arbori di quercie, cerri e fagi”, goduto in promiscuità con l’illustre Possessore della città di Monte Sant’Angelo, che “confina colli Demanj di Monte Sant’Angelo e Bosco demaniale della Terra di Carpino”, e che gli produceva una rendita di 30 ducati: 10 per uso d’erba e 2 per uso di querce, cerri e faggi. 

Il Duca possedeva “tre puzzacchi a Bagno da pescar pesce una con la casetta attaccati al lago di questa terra, che fruttava docati 40”- come risulta dalla rivela del 1743, mentre l’Onciario del 1750 parla di “foresta del pesce a Vagno con tre puzzacchi per l’uso d’inserrare il pesce d’inverno, che soleva rendere all’epoca 60 ducati”.   

 

 Possedeva, inoltre, una vigna con torre, pozzo d’acqua sorgente e uliveti a San Rocco, confinante con  la piscina vecchia e strada pubblica che va a San Pio (Carpino), la cui rendita fruttava 7 ducati annui, e un’altra dietro la Defensa di Santa Marena alla Masseria del Pozzo d’Acquasorgente, con alberi d’olive e con diverse abitazioni, dalla rendita annua di 32 ducati.

Possedeva, ancora, diverse Mezzane di uliveti,4 olivastri, orni, ad uso d’erba: la Mezzana Sant’Angelo, a confine con la Difesa Regia (di Cagnano) adibita a pascolo, popolata di arbusti di olive e orni per la raccolta della manna, e una mezzanella di 12 versure, anche questa ad uso di erba e con orni per fare la manna, sempre in zona Sant’Angelo, confinante a ponente con la Difesa Regia e a levante con la Difesa Pozzone; la Mezzana del Punito, tra il Piano di Cagnano e la Difesa a ponente; la Mezzana olivetata ad uso d’erba detta di Murrilli, situata sotto la cappella di Santa Maria dello Rito, [oggi in pieno centro abitato di Cagnano], a confine con la via pubblica che porta al Pantano Il doc. del 1750 cita nel complesso 6 mezzane ad uso erba con oliveti, dalla rendita annuale di 96 ducati e un uliveto a Sant’Angelo, rendita 25 ducati. Possedeva un orto di fichi attaccato al Ponticello, vicino al lago Varano, che secondo l’affitto rendeva 4 ducati all’anno.

Possedeva territori seminativi demaniali: uno denominato Vicenna [ oggi Avicenna], che sta sotto li grotti delli limitonj, [nei pressi dell’attuale casello ferroviario di Carpino], che rendeva 53 ducati all’anno; altri intorno all’abitato di Cagnano nelle zone di Valle di San Giovanni, Rena, Pontone di Rauccio, Piscinelle, Piscina di don Scipio, Solagna, Valle Jannina, Valle di Sbaccio, Smarrella, Sant’Agata, Gricisco, Tonza (coppa?) di Schiavone, Piano del Pozzo, Costa di Gioffo, Pontone di Pio Riccio, Costa di Vagno, Codacchjo, Coppa Roscia; altri nei pressi di Difesa della Fonte, Castel Guarnero, Cotino della Carbonara, Sellina del Pontone smuzzo.

Da tutti questi terreni seminativi, ad eccezione di Selva Piana e sue Contrade demaniali, il Duca esigeva il terratico in grano, orzo e fave, a ragione di un tomolo e mezzo a versura.5 In questo territorio erano collocate diverse piscine, la cui acqua era fruita anche dall’Università e dai  privati non senza pesi.

Possedeva la Taverna che soleva affittare a 80 ducati [100 in altra rivela], tre trappeti per macinar olive, di sotto di essa Taverna, esigendone da tutti i cittadini la quinta dell’oglio, un carlino per imposta di macina e la spesa ai trappitari. I trappeti tra fertile e infertile fruttavano una rendita di 500 ducati annui.

Il duca era proprietario di un palazzo in parte abitato da lui, dalla sua famiglia e dalla servitù;  di una cantina da tenersi vino; di un magazzino da conservare olio, situato sotto la casa della Cappella del Santissimo, dove abita certo Bacale Gerolimo. Possedeva animali da industria: 160 scrofe grosse [rendita carlini 15 a pezzo]; 500 porcastri [rendita 15 carlini a pezzo, più porcelli 800, rendita di 534 duc.]; 40 verri, la cui rendita era liquidata per 80 ducati; 20 vacche, dalla rendita di 80 ducati; 8 bovi per la semina; 2 muli per il calesse; 1 mulo per servizio della casa; 1 cavallo da sella per proprio uso.

Oltre ad esigere il terratico e la fida dai cittadini, il duca riscuoteva dalla Regia Dogana di Foggia 350 ducati per il pascolo invernale delle pecore: docati 100 per ciascheduna difensa e della Fonte e Santa Marena, e docati 150 per anno per il pascolo delle pecore che anco vanno nelli demani di questo territorio.

Nell’immenso bosco di Cagnano, dove non mancavano piccoli allodi in mano a bracciali, coloni, pastori e massari, Luigi Paolo Brancaccio era tenuto a rispettare gli usi civici dei cittadini, grazie ad uno strumento d’acordio, stipulato del 1617, sottoscritto tra l’Università e gli antichi possessori, esigendo ducati 500 all’anno:

 

nel suddetto pagamento che fa l’Università, viene compreso l’atto possessoriale che i cittadini godono, cioè di pascolare, legnare, ghiandaie, tagliare per uso di scandole, forcelle, sandali, travi, travicelli, ed ogni altro bisognevole anco per industria, che in tutto somma ducati 1350.

 

Il duca esigeva, inoltre: ducati annui 50 per la portolania ceduta all’università;6 ducati 100 per il censo del Capitolo di ducati 2000 al 5%; ducati annui 18 per li baglivi del bosco;7 ducati annui 140 per li molinj ceduti all’Università di Cagnano; ducati annui 140 per il Capitale comprato dagli eredi D’Auria; ducati annui 136 per la bagliva ceduta all’Università; 8 ducati 85 annui per l’istrumento di Donna Felice; li proventi nelle cause criminali (il cui cespite è incerto); ducati 900 annui di proventi per fida di animali forestieri vaccine, giumentine e porcine, che pascolano nel succitato bosco; ducati annui 100 di diffida per pascolo abusivo di animale;9 per il pascolo dei cittadini del luogo [ grana 15 per ogni animale vaccino e giumentino, grana 20 a porco, grana 5 e mezzo a pecora e capra]; grana 20 a vaccina e giumentina e grana cinque a porco in ogni annui per fida d’acqua; un rotolo per ogni orno inciso [kg 0,890] per estrazione di manna. Il Duca possedeva inoltre la mastrodattia,10 che soleva affittare, traendo un profitto di 60/70 ducati annui.

Riguardo alle esazioni per fida d’acqua ed estrazione di manna, il Decurionato considerò che si trattava di richieste non dovute, le quali avevano originato le controversie tra Università e duca. Si legge, perciò:

 

il Duca esigge un rotolo di manna da mannaiolo cittadino, che va ad intaccare l’orno nel bosco d’essa terra e difense dell’Università e li altri ancora, benché indebitamente e contro ogni dovere, di modo che quando per detta manna, deposito seu esazione d’animali, fida d’acqua, trappeti e sopra altri corpi, ne pendono controversie tra questa università e detto Illustrissimo possessore. 

 

Va ricordato che non era agevole raccogliere manna dagli orni, come attestano questi versi affidati alla tradizione orale:

 

Chiia c’à dda dannecà à dda jì a lla manna

Ca c’à dda dannecà pe la fortuna

So’ rrumaste scàveze, nude e ssénza panne

E ssénza zuculèdde a lli scarpune.11

 

Alla pesantezza del lavoro, andava sommata allora quella delle tasse, dei tributi e delle prestazioni. 

Come ciascuno può notare, il documento non si riduce ad effettuare l’elenco dei beni richiesto, essendo presenti diversi spazi in cui i verbalizzanti-relatori commentano il comportamento del Duca riguardo a diritti non dovuti: vedi l’accento posto sulle esazioni arbitrarie pretese “contro ogni dovere da’ cittadini secolari”.

Se si considera il contesto storico del documento [il secolo dei lumi] si potrebbe ipotizzare che le idee illuministiche contro l’assolutismo e lo strapotere dei baroni germinassero anche nell’“intellighenzia” cittadina del luogo, oppure che si volesse mirare solo ad una sostituzione di potere.

E’ da notare, in ogni caso, lo spirito critico e il coraggio del Decurionato insieme alla deferenza mostrata verso il barone [Ill.ma casa, Ecc.mo], che, tuttavia, non sembra essere assoluta.

Dunque, data la vaghezza delle dichiarazioni, l’amministrazione comunale invitò il Duca ad esibire gli atti dovuti, ma l’incertezza evidenziata dagli estensori del rilevio del 1743, non è stata del tutto cancellata nella versione definitiva del catasto onciario, laddove il Duca fu invitato nuovamente a presentare una più puntuale e circostanziata documentazione.12

Mettendo a confronto diversi documenti si riesce, tuttavia, a quantificare in qualche modo l’estensione dei beni posseduti dal Barone, corrispondenti grosso modo a 312 carri, pari a circa 7652 Ha [l’87% della terra di Cagnano], di cui la parte più rilevante era costituita dal Bosco demaniale.

  

Va considerato, infine, che, com’era nella logica condominiale dei feudi napoletani, al Principe era concesso l’usufrutto e non la proprietà della terra, mentre ai cittadini erano riservati gli usi civici.15

 

  

Cenni sulla storia di famiglia e stemma Brancaccio

Dai documenti risulterebbe che la Casata dei Brancaccio, appartenente probabilmente alla dinastia Brancaccio Napoletana, con Pietro si sia trasferita nel Regno di Sicilia.

Faceva parte del ramo detto Imbriachi, il cui stemma vedeva raffigurate in campo azzurro quattro zampe di leone, le quali cercano di agguantare tre aquile al volo, dipinte di rosso e posizionate su un palo d’argento, situato al centro, o – come si legge nel documento-  uno stemma “di azzurro a quattro branche di leone d’oro, divise da un palo d’argento caricato da tre aquile di rosso al volo spiegato”.  Dall’Onciario apprendiamo che i Brancaccio s’imparentarono con i Vargas, che già possedevano le terre di Cagnano e di Carpino. 

Don Luigi Paolo Brancaccio, nato a Palermo nel 1703 da Ignazia Muscella e dal marchese Giovanni I ereditò, infatti,  dal padre il titolo di Marchese della Guardiabruna, e, tramite il matrimonio contratto nel 1738 con Felicia Vargas, Principessa di Carpino e Duchessa di Cagnano, il titolo di Principe di Carpino e Duca di Cagnano. Egli perciò fu nominato Marchese della Guardiabruna, Duca di Cagnano e Principe di Carpino.

Luigi Paolo Brancaccio capostipite dell’ultima famiglia feudale del luogo- amministrò le succitate terre per 17 anni e morì nell’anno 1776.  I figli di Luigi Paolo e di Felicia assunsero il cognome Brancaccio-Vargas.

Donna Felicia morì all’età di 52 anni, allorché le terre di Cagnano – Carpino passarono nelle mani di Giovanni, primogenito maschio, fratello gemello di Ignazia, nato nel 1739.

Quando Giovanni ereditò il feudo [nel 1755], aveva 16 anni e fu principe di Carpino e duca di Cagnano per 39 anni. Nel 1771 Giovanni convolò a nozze con Camilla, figlia dell’aristocratico Nicola Pirelli.

Dopo un anno di matrimonio, Giovanni e Camilla misero al mondo un bambino di nome Luigi Paolo, come il nonno, il quale entrò in possesso delle due terre alla morte del padre, avvenuta nel 1794, e le mantenne per altri 12 anni.

Nel 1806 Luigi Paolo II sposò Donna Anna Maria Caracciolo, figlia di don Petraccone. A Luigi Paolo II successe il secondogenito Pietro [da don Petraccone], duca dal 1831, dato che il primo nato chiamato Giovanni,  era morto quando aveva solo  due anni di età.

Dal 1806, quando le leggi eversive cancellarono la feudalità, i principi rimasero tali solo di nome e, insieme alla giurisdizione, perdettero ogni altro diritto feudale. L’ultimo principe di Carpino e duca di Cagnano, fu pertanto Luigi Paolo Brancaccio II, figlio dei Giovanni e di Camilla Pirelli. 

 


 

 


1 Signori feudali della terra di Cagnano: Casato della Marra [1326- 1483], Giovanni Di Sangro [1483-1497], Troiano e Fabrizio Mormille [1497- 1583], Antonio Loffredo [che l’acquista nel 1526 per 38 mila ducati  e la tiene fino al 1593], Antonio Nava [1596], Alonzio de Vargas e Donna Zenobia Nava [1616-1680], duchessa Giulia d’Ajello, madre di Zenobia, che nel 1628 l’acquista per 10 mila ducati, conferendole titolo di ducato, Vargas – Cussagavallo […1703 -1732], Brancaccio [ 1738-1806]. Cfr. N. DE MONTE, Una Gemma del Gargano, Arti grafiche il Pescatore, FG, 1955, pp. 30-37; D’ADDETTA, Carpino, Ed. C. Catapano Lucera, 1973, pp.19-27; L. CRISETTI GIMALDI, Cagnano Varano, centro storico, economia, salute, costumi, società, Acropolis Manfredonia 1999, pp.19-21, .

2 “Don Luigi”, contrada a est dell’abitato,  “piscina don Paolo”  a sud-ovest vicino a Puntone Raguccio, “canale don Paolo” a nord-est del centro abitato: toponimi in cui sicuramente la Casa ducale Brancaccio aveva delle proprietà. Può essere, però, che siano afferibili anche a Paolo della Marra.

3 Fida: inizialmente facoltà del proprietario di concedere in affitto al locatorio dei fondi pascolatori, poi contratto dell’affitto degli erbaggi tra feudatario e Università per le terre a difesa, quindi sui demani universali e feudali.

48 Difesa: area delimitata con siepi, argini, fossi, preclusa all’uso civico o al semplice pascolo, proibendo a chiunque di entrare. Le difese erano dei beni che appartenevano allo Stato ed erano originariamente sotto il diretto controllo del sovrano. Nel XVII secolo per la scarsezza di capitali furono vendute ai privati, in Terre civiche e proprietà collettive del Tavoliere, Gargano, Murgia ed Alta Murgia di Puglia, F. Mastromarco, Internet. “Su tutto intero il territorio  quando colui che lo possedeva avesse voluto precludere una parte all’uso civico, e anche al semplice pascolo consuetudinario dopo tagliate le messi, la chiudeva con siepi, argini e fossi, proibendo a chiunque di entrarvi. Ciò dicevasi mettere a difesa, dalla voce Franca difendere, proibire, e difesa dicevasi l’estensione chiusa. […]. Chi entrava in una difesa era sottoposto alla fida e, se non era desiderato, alla diffida. Si assistette, comunque, ad abusi sin dal tempo degli angioini, continuarono con i baroni, al tempo degli aragonesi e spagnoli e, con essi, le lamentele delle popolazioni, che ricorsero ai sovrani, come attestano le Prammatiche emanate per garantire i loro diritti. Anche la Commissione feudale si occupò mille volte delle questioni delle difese, nate “o da una speciale concessione del sovrano” o da “una formale convenzione dell’intera popolazione”. E. CIARDULLI, Della liquidazione degli usi civici, pag.3.

4 Mandria dei buoi. 

5 Cfr. Regia Camera della Sommaria, Patrimonio, Cagnano,  Atti preliminari ed apprezzo, busta n° 7127, Archivio di Stato Napoli (ASNA).

4 Spazio adibito al pascolo e all’olivicoltura, situato al di sotto dei 300-400 m s.l.m.

5 Contributo corrisposto in natura per il godimento di un pezzo di terra.

6 La portolania era la carica più importante della città, che riguardava “il buon governo degli abitanti, la nettezza e lo sgombro delle strade, ed in generale dell’igiene pubblica; e comprendeva pure la visita a’ vascelli e alle barche, nonché alla qualità delle merci da sbarcare, per quanto rifletteva la pubblica sanità”. TETI, Il regime feudale, pag 56.

7 “I baiuli o baglivi, erano scelti dai barone e riscuotevano per essi, o per appalti, la bagliva, che gli stessi baroni locavano anche a forza a’ cittadini del luogo.”  STEFANELLI, Memorie di Troia, pag 47.

8 Nel bollettino delle sentenze della commissione feudale si legge: “Sotto il nome di bagliva – dice il comune- il barone esigeva carlini 5 per ciascun fuoco, 10 da ogni massaro di campo, grana 25 per somaro, grana 75 da coloro che avessero più somari, calini 10 da’ possessori di bovi.” Vedi Bullettino delle sentenze, 18/12/1809, Tra il comune di Carpino e il suo ex barone, ASNA.

9 Diritto di proibire a chiunque di usare gli erbaggi e di esigere una multa dai contravventori.

10 Il mastrodatta era il maestro d’atti, un funzionario che custodiva gli atti e che svolgeva anche funzioni giudiziarie come supplente dei giudici.

11 Chi vuole dannarsi deve andare a raccogliere manna,/ perché ha da combattere con la fortuna/ sono rimasto scalzo, nudo e senza manna/ e senza cordicelle[ stringhe] agli scarponi. Versi consegnatici dall’ex colono Paolo Tarolla.

12 Cfr.  Regia Camera della Sommaria, Patrimonio catasto onciario 1750-51, Cagnano,  buste n° 7127, 7128 e n° 7131, Casa Brancaccio, ASNA.

13 Cfr.    Ricordiamo che 1 carro è l’equivalente di 24 ettari 52 ari 73 ca..

14 Il documento precisa che tale territorio confina con il suddetto oliveto da levante, la difesa del Pozzone da borea, e la Difesa Regia da mezzogiorno, … che è stato tratturo dell’Università corrispondente al vado della valle Sant’Angelo al pantano, oggi occupato da detto Illustre possessore.

15 Cfr. L. LOMBARDI, Gli usi civici nelle provincie napoletane, ed. Brenner, Cosenza 1882.

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1 Commento

Pubblicato da su 13 aprile 2008 in personaggi garganici

 

Una risposta a “Luigi Paolo Brancaccio, duca di Cagnano e principe di Carpino

  1. Domenico S.

    14 aprile 2008 at 00:48

    interessantissimo estratto;lei sa per caso ora dove sono i discendenti di questi signorotti?se sono ancora "nobili" o no?qualcuno è rimasto a Cagnano o Carpino?

     

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