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Atti del Convegno nazionale sulla “Formazione umana e culturale di Pietro Giannone”

10 Apr

 

 

a cura di Giuseppe De Matteis, Edizioni “Centro Grafico Francescano” Foggia 2007

 Recensione  di LEONARDA CRISETTI

 

 

 

In un articolo pubblicato sul “Gargano Nuovo” nel mese di luglio 2002, mi complimentavo sulla lodevole l’iniziativa promossa dall’amministrazione comunale di Ischitella, sindaco dott. Vincenzo Basile, volta a celebrare Pietro Giannone, giurista e storico, uno dei personaggi di spicco della cultura italiana del ‘700.

Era la serata d’apertura, addì 19 maggio 2002 ore 20, quando nella sala consiliare del comune che insieme allo stemma della cittadina garganica ostentava due ritratti del giurista, il primo cittadino precisava con orgoglio l’obiettivo dei diversi incontri in cui sarebbero stati dibattuti temi specifici afferenti all’illuminista garganico: far conoscere lo storico e il giurista Pietro Giannone, poco noto ai suoi concittadini, sconosciuto alle nuove generazioni, nonostante le diverse strade, piazze, edifici a lui intestati in molti luoghi.

Gli “Atti” del convegno giannoniano sono stati poi curati del prof. De Matteis; essi non fanno riferimento a questo primo incontro, ma a quelli del 7 nov. 2003, che ha avuto luogo a Palazzo dogana (Foggia), e dell’8 nov. 2003, svolto nella Palestra annessa alla scuola  primaria “P. Giannone” (Ischitella). 

Raccolgono i saggi  di: Giuseppe De Matteis, ord. dell’Università di Pescara (Introduzione, Attualità di Pietro Giannone, In margine ad un saggio del Spegno e nuove istanze critiche nel convegno nazionale su P- Giannone (22, 23 e 24 ottobre 1976-Foggia-Ischitella); Giuseppe Ricuperati, doc. all’Università di Torino (Il caso Giannone e la memoria: un’autobiografia come rifiuto della costrizione); Michele Dell’Aquila, dell’Università di Bari (La grigia scrittura di P. Giannone), Stefano Capone, dell’Università di Siena (Biografia ed autobiografia nel primo Settecento); Michele Rak, dell’Università di Siena (La poesia del “popolo civile”: Documenti per lo studio delle rime recitate nell’Accademia di palazzo del duca di Medinaceli, Napoli, 1698-1701); Anna Eleanor Signorini, Università di Siena (A proposito di un genere letterario del “popolo civile”: letteratura nella Vita scritta da lui medesimo, 1736, di P. Giannone; Carmela Lombardi, Università di Siena (Il ballo di Medinaceli); Rino Caputo, Università di Tor Vergata-Roma, Alcune osservazioni sulla lingua di Giannone: dagli “intermessi studi” allo “spruzzo delle spezzate nebbie”, Gennaro Tallini, Università di Cassino, “Filosofia laica”, cultura della crisi e crisi della cultura ne Il Triregno di P. Giannone; Filippo Fiorentino, ex preside e scrittore garganico, Dai luoghi natali a Napoli: le influenze della tradizione e dei moderni nella formazione di P. Giannone; Teresa Maria Rauzino, Centro Studi “Giuseppe Martella” (Ischitella, “patria” di Giannone, nel contesto socio-culturale garganico del  Sei – Settecento).

Chiavi di lettura diverse, convergenti sull’obiettivo di estrapolare dai testi dell’autore dati utili a ricomporre il profilo “del più grande dauno di tutti i tempi”; saggi che, oltre ad onorare la memoria di Giannone, intendono recuperare il senso della memoria, l’attualità del giurista e dello storico ischitellano, i suoi punti di forza e di debolezza.

“Atti” che consentono, “di ripercorrere il cammino di quell’avventura intellettuale e religiosa europea, partita da Ischitella, articolatasi tra Napoli, Vienna e le culture radicali ivi presenti”, per offrire al lettore la possibilità di entrare nei contesti garganico, italiano ed europeo, quelli in cui si collocano gli eventi vissuti e sofferti dal pensatore della Montagna del Sole.

E già, perché, quando il mondo non era ancora un “villaggio globale”, Giannone ha dovuto peregrinare di luogo in luogo per avere avuto l’ardire di sostenere tesi contrarie all’agire e al sentire comune. Dalle vicissitudini descritte nell’Autobiografia è possibile inferire, perciò, che, in tempi non attraversati dalla globalizzazione, le notizie circolavano alquanto rapidamente: basti pensare ai timori non infondati dell’ischitellano di essere scoperto, quando era incalzato dalle persecuzioni.

Saggi che permettono di annaffiare “una delle sofferte e tenaci radici della nostra stessa libertà di coscienza, che oggi dovrebbe diventare condivisa religione civile e transnazionale – per dirla con il prof. G. Ricuperati.

 

Dagli “Atti” emerge il profilo dell’intellettuale europeo illuminista, di un umanista (dotto filosofo e giurista, nuovo storico, sensibile letterato), di un anticlericale convinto, e – fino ad un certo punto della vita- di un sostenitore forte dell’istituto monarchico.

L’autore dell’Istoria civile e de Il Triregno, aveva nostalgia della Chiesa primitiva, quella fondata sul Vangelo, e sosteneva il primato della monarchia su quello ecclesiastico. Pur avendo notato il legame tra vita economica e politica, come risulta dagli spunti e aspetti non marginali sulla vita economica e sociale del tempo narrati nell’autobiografia, troppo intento a sottrarre i diritti politici al clero, però – considera De Matteis – egli non si rese conto di trascurare il peso dell’economia, motore della storia.

Ciò nonostante, all’ischitellano, ghibellino, giurisdizionalista, regalista, riformatore politico e religioso, vanno riconosciuti i meriti di aver parlato di “libertà” e di rappresentare “un indispensabile oggetto d’indagine per capire la vasta e complessa realtà storica, politica e culturale del Settecento”, di essere stato il primo a richiamare l’attenzione dell’Europa sui problemi del Mezzogiorno.

 Nell’analizzare il contributo di N. Sapegno sulla riforma religiosa e sul Triregno, De Matteis trova che il critico non dà conto delle qualità della scrittura giannoniana, e sul fronte della chiarezza espositiva e su quello delle scelte sintattiche e lessicali, e neanche dell’aspetto didascalico di cui Giannone era consapevole. Contesta, dunque, a Sapegno il fatto di non aver dato peso adeguato alla Vita, che costituirebbe la premessa utile per comprendere la sua vicenda umana e intellettuale.

Il saggio di Giuseppe Ricuperati ricostruisce – declinandolo autobiograficamente e dal punto di vista della memoria collettiva – il rapporto tra il caso Giannone e la memoria. Scavando questo tema affascinante, trova che l’intellettuale ha dovuto affrontare in condizioni drammatiche un bilancio esistenziale che lo ha costretto ad una ricostruzione analitica del tempo vissuto. Parte da un programma lontano, “a più voci”, per mettere a punto un’immagine nuova, presente sì nell’Istoria, ma soprattutto ne Il Triregno, così restituendo quei tratti della personalità giannoniana che “una parte feroce del suo tempo volle cancellare […], attraverso le opere che non circolano, per ricomporre il quadro di un uomo eccezionale, … . ”

Memoria di sé che si fa letteratura nella Vita scritta da lui medesimo,  la quale porta alla coscienza i diversi lutti che l’intellettuale ha dovuto elaborare nella travagliata esistenza: e quando nel viaggio Ischitella-Napoli dovette recidere i legami con gli affetti familiari, e in quello che da Napoli lo condusse a Venezia, allorché dovette separarsi dagli amici, dalla professione, dai luoghi di lavoro.

Il primo tratto memoriale recuperato da Ricuperati, affonda le radici nella prima formazione, negli affetti domestici (il legame con Ischitella, con il fratello Carlo, il padre, la madre, la compagna da cui avrebbe avuto due figli naturali, gli insegnanti). Il secondo tratto memoriale, che va dal 1723 al 1734, è segnato dalla “distanza” e dall’esperienza in un mondo diverso, “lontano dalla solarità meridionale”, dalle difficoltà (la difesa delle sue opere e della sua fede, il bisogno di affermare le proprie ragioni a dispetto di chi lo voleva morto, la consapevolezza di essere diventato intellettuale europeo (le opere sue tradotte in diverse lingue). Il terzo tratto memoriale è costituito dal viaggio di ritorno senza ritorno con le pause a Venezia e a Ginevra. L’ultimo tratto di memoria è segnato dal momento della scrittura tra una prigione all’altra.

Al tempo di Giannone l’autobiografia era divenuto un costume. Nella Vita di i Giannone Ricuperati rinviene, però, una variante: “egli non sta cercando di affermare serenamente un’identità, cetuale o professionale – come hanno fatto altri -, ma reagisce ad una costrizione, che intacca profondamente i meccanismi della propria percezione”. Giannone, insomma, non è l’intellettuale che cerca riconoscimenti, ma un uomo che reagisce alla persecuzione. Nell’opera scritta da lui medesimo si difende, perché sa di essere costretto ad un’abiura e che ha di fronte a sé la prospettiva del carcere sicuro; egli è anche l’autore costretto a rinnegare la propria religiosità e le opere in cui è stata espressa. La ricostruzione della memoria autobiografica è dunque per lo studioso un’affermazione esistenziale, il mezzo che gli consentirà di continuare a vivere, che gli permetterà in futuro di riprendere a scrivere l’atto liberatorio.

L’autore della Vita conquista finalmente con la scrittura quegli spazi negati dalla captività: i ricordi garganici (al minimo), il soggiorno napoletano (più definito e compiuto), il passaggio dal declino della potenza spagnola, ai Borbone di Spagna, agli Asburgo.

Un pensiero in evoluzione, quello di Giannone, che si fa sempre più radicale soprattutto quando perde l’interlocutore significativo (i principi). Annodando le sue riflessioni intorno alle categorie spazio-temporali, Ricuperati considera, ad esempio, che gli spazi angusti del carcere ebbero effetto domino sulla memoria, intensificandola, ponendola a riferimento costante (Ape ingegnosa).

Riguardo alla memoria collettiva, considera che se la lezione dell’Istoria, nel 1748, con il governo dei principi illuminati cominciava già a produrre esiti, quella di altre opere era occultata, dato che si cercò di nasconderla nel segreto degli archivi di stato, mentre, solo dopo la crisi dello stato liberale, finalmente, fu messa in luce la figura di Giannone.

La lettura del prof. Michele dell’Aquila è incentrata sulla lingua, sul registro e sullo stile di Giannone, un tema trascurato dai critici del passato, impegnati a riflettere sulla sostanza delle tesi storico-giuridiche, religiose e filosofiche del grande intellettuale. Volge l’attenzione alle accuse mosse sotto questo profilo: “poco affidabile, capzioso, contraddittorio, prevenuto nel suo radicalismo”. Quella di essere stato “sfacciatamente plagiario” è la più forte. Accuse in parte giustificate – commenta Dell’Aquila- dato che la Storia civile si presenta come “un’opera a più mani”.

La Vita, al contrario, poco apprezzata dai romantici “che non vi trovano: i colori e le varietà descrittiva di tante autobiografie settecentesche”, offre spunti interessanti per connotare lo stile di scrittura giannoniana. La critica recente è propensa “a riconoscere un certo vigore espressivo nella compattezza della grigia scrittura”. In quel grigiore, però, sottolinea il critico, quando si fa lenta la pressione intellettuale e si fa spazio al sentimento, ad ogni passaggio drammatico dell’autobiografia, la pagina si anima registrando “increspature e sommovimenti che la commozione produce”.

Dell’Aquila riferisce, quindi, le tracce non rare dei “sommovimenti” dell’animo e della scrittura in quel carcere di Miolans, le premure di far conoscere il senso più vero e profondo della propria “avventura”, demistificandola, in qualche modo giustificando le poche battute con le quali liquida gli episodi legati all’infanzia e all’adolescenza garganica, con il bisogno di indagare sui “segni premonitori del futuro destino”. Giannone usa le metafore del mare “crudele e tempestoso, pieno di sirti e di perigliosi scogli, dove facilmente potrebbe urtare e sommergere” per esprimere la propria condizione, così piegando il genere autobiografico.

Passaggi di scrittura meno fredda, più commossa ed espressiva, sono presenti quando l’autore esprime il piacere e la gioia di avere tra le mani “l’immensa mole di documenti da vagliare per la stesura delle sue opere [mi vidi atterrito dall’ardua impresa], nell’illusione alimentata dalla fuga da Napoli per recarsi a Vienna, nella denuncia dei loschi intrighi con cui si cercò di mettergli contro la plebe inferocita [per aver impedito lo scioglimento del sangue di San Gennaro], nella descrizione della necessità di cambiare nome, quando descrive la corte imperiale di Carlo VI, allora nel fasto della mollezza e corruzione. I toni sono tutt’altro che grigi nella cacciata da Venezia, dove aveva riparato, dopo aver lasciato Vienna, quando partecipa le speranze riposte nella libera città di Ginevra e nella ricostruzione dell’inganno che lo portò a sconfinare in territorio sabaudo – complice la Chiesa- che ostacolò sempre la divulgazione dei suoi pensieri e delle sue opere, e, infine, nell’arresto.

 “Vidi entrar con una lanterna più uomini armati, che parean tanti orsi; così erano ruvidamente vestiti, senza schioppi, ma con forche di ferro, lance e lunghi spiedi, i quali, dando certi  urli dissoni e confusi, si avvicinarono al letto, e postaci la punta delle lame alla gola, mostrarono volerci scannare.” (Vita, pag. 332).

Il tema della lingua viene ripreso dal prof. Rino Caputo che, con il saggio Dagli “intermessi studi” allo “spruzzo delle spezzate nebbie”, vuole offrire testimonianza della formazione di Giannone, partecipare che il racconto delle vicende storico-intellettuali dell’ischitellano, sono da lui stese con una scrittura letterariamente controllata, “coerente con i principi teorici e con le modellizzazioni pratiche della lingua e dello stile coevi.”

Stefano Capone parte dall’analisi etimologica e storiografica dell’autobiografia nel primo Settecento per puntare i riflettori sulla Vita di Giannone, scritta nel carcere di Miolans (1736-1737). Trova in essa un documento di notevole interesse storico (nelle vicende personali, l’ambiente di vita), umano (nel racconto di questo naufragio), letterario (un romanzo che si snoda in prima persona, dove l’Io narrante è al contempo personaggio principale). Trova eccezionale lo stile narrativo della Vita, il capolavoro letterario, un racconto che assume i toni della tragedia evitando, in ogni caso, la spettacolarità. La strutturazione dei tempi, dell’alternarsi degli indugi e della rapidità, danno prova di come la Vita sia stata concepita come romanzo, mentre lo sfondo è costituito dai poteri che oppongono illegalità e violenza al pensiero innovatore dell’intellettuale impegnato a comporre la società.

Un romanzo con fiction, invenzione, mistificazione, che definisce un ritratto tutt’altro che neutrale dell’autore. Questa “mostra di sé – commenta Capone – è diversa da quella di altri scrittori del Settecento, perché mentre Vico, Casanova, Goldoni e Alfieri si predispongono a delineare un ritratto ideale, le fatiche di un successo conquistato, Giannone assume la prospettiva del perdente, di un uomo decontestualizzato dal suo tempo e dalle gioie della vita. Con lo stile dal tono, mai eroico, che oscilla tra “il sommesso e l’incalzante, tipico del prigioniero costretto in qualche modo all’abiura, Giannone racconta l’unica storia possibile: la difesa di sé e del suo onore vilipeso”.

Anna Eleanor Signorini è attenta alle citazioni letterarie presenti nella Vita, motivate dal bisogno dell’autore di rafforzare e collegare i suoi discorsi, a suffragare teorie, accuse, superstizioni, a consolidare l’autorevolezza di tesi controverse o contestatrici, a modificare un’immagine della tradizione da lui ritenuta debole. Citazioni che spaziano nei contenuti (dalla scienza alle altre professioni e arti liberali, in forma indiretta ed esplicita) e nei tempi (dai testi biblici, a quelli greci, latini, medievali e moderni).

La citazione – concorda R. Caputo –  è utile a valicare l’evento descritto, è il tributo ai classici e agli scrittori della letteratura italiana (Dante, Petrarca e Boccacio in particolare).

Signorini, analizzando l’incipit della Vita, nel topos: “Io nacqui da onesti parenti”, individua la voglia dell’autore di far conoscere il suo rango, l’appartenenza alla piccola borghesia garganica del Regno, la “classe dei galantuomini” che cominciava ad emergere al tempo del Giannone, identificandosi soprattutto con il ceto degli avvocati, nello stesso tempo in cui quella dei nobili era in fase di declino e ridefinizione.1 Rango che si distingueva rispetto al popolo (la vile e succida plebe).

Gennaro Tallini introduce il lettore nel contesto napoletano, presentando il comportamento degli intellettuali meridionali del tempo di Giannone “che facevano cultura nei salotti, nelle librerie, nei caffè, oltre che nelle Accademie, trasformando la stessa cultura del tempo in una forma di svago che era anche sinonimo di status sociale”, per legittimare in qualche modo le scelte giannoniane. Dell’ambiente che aleggiava in Napoli, infatti, si alimentò il giovane garganico, lo stesso espresso nell’Istoria e nel Triregno , “la più radicale negazione del papato”.

Il critico considera che Giannone visse la crisi del Barocco, “la cultura della crisi che si fonda sulla perdita delle aprioristiche certezze assicurate ed anche materialmente esposte dal sistema scolastico/aristotelico della Chiesa di Roma”. E fu proprio la cultura della crisi – spiega Tallini – a spingerlo verso nuove vie. Nel Triregno, perciò, metodi e analisi moderne (Bacone e Galilei) si sovrappongono  all’impostazione retorica/trattatistica dei contenuti, in un connubio fatto di trattatistica e di scientificità.

Filippo Fiorentino, nel ricostruire le influenze della tradizione e dei moderni nella formazione di Giannone, si chiede perché mai il racconto dell’infanzia e dell’adolescenza sia stato ridestato dalla memoria solo “per qualche distillato episodio di spessore formativo”. Forse “perché era rimasto sepolto e stravolto dalla complessità emozionale, che l’urbs sanguinum aveva esercitato su di lui”? Pensa che dal borgo garganico, contrassegnato dalla povertà, dal dolore e dalla minaccia di morte, dalla formazione ricevuta nel circuito ecclesiastico non può aver ereditato “l’interpellanza civile e religiosa della propria coscienza”. Ma, probabilmente, come scrive Tommaso Nardella – proprio l’esperienza contratta e rassegnata nei luoghi natali e l’essersi sentito orfano di relazioni e di comunicazioni, tra abusi e illegalità di potere” devono aver costituito “l’anima culturale giusta per incontrare una nuova realtà umana”, e per di più, “mettersi in gioco con altre persone” e affrontare i problemi posti all’attenzione dell’uomo moderno.

Ritiene che Giannone fosse animato da una paideia cristiana: denunciare la classe  baronale, rinnovare la Chiesa, educare la classe dirigente in trasformazione, “incominciando a mettere ordine nell’educazione dei giovani” per riformare il tessuto politico e sociale; che le basi della sua anima antropologica e cristiana fossero state gettate nei luoghi della sua origine e che nella pratica a Napoli, non ancora trentenne, fossero state consolidate, con le sue frequentazioni e i suoi studi.

L’animo profondamente cristiano di Giannone  è stato alimentato nell’infanzia, dagli insegnamenti di don Gaetano Serra, maestro buono, probo e sano, nei due anni di accolito nella chiesa di Santa Maria Maggiore di Ischitella, negli studi di filosofia sotto la guida di un frate francescano, nel sostegno affettuoso dello zio materno, don Carlo Sabatello.

Teresa Maria Rauzino  s’interroga sul perché del “poco attaccamento” di Giannone alla sua terra d’origine – come risulta dal giudizio espresso da un altro grande garganico vissuto tra Sette e Ottocento, Michelangelo Manicone – dato l’esiguo spazio dedicato ad essa nelle sua autobiografia. Dopo aver riportato i cenni sulla “pia” e “savia” madre, Lucrezia Micaglia, sugli insegnamenti di grammatica dell’arciprete di Santa Maria Maggiore, la febbre altissima e la gracilità infantile, il padre Scipione che all’età di 15 anni lo indirizzò alla filosofia da un frate francescano, la decisione dei genitori di mandarlo a Napoli per frequentare la facoltà di giurisprudenza, spazia, pertanto, sulla realtà socio-politica di Ischitella patria di Giannone, allora feudo dei Turbolo e dei Principi Pinto, descrivendo le due visite pastorali effettuate nel 1675 e del 1678  dal cardinale Vincenzo Maria Orsini, il futuro papa Benedetto XIII che metterà all’Indice l’Istoria civile del regno di Napoli scritta dal giureconsulto ischitellano.   La Rauzino amplia il suo saggio zummando sulle comunità garganiche e puntando i riflettori sulle condizioni della vita quotidiana delle popolazioni tra Sei e Settecento.  Lo stato sanitario deplorevole, le calamità naturali (sismi, siccità, alluvioni, gelate), la miseria causata da un’agricoltura di sussistenza e da scelte politiche poco rispettose dei diritti umani confermano l’ipotesi del sottosviluppo dei paesi garganici soprattutto nel secolo decimo sesto.  La situazione migliora nella seconda metà del Settecento, sia sul piano sociale, sia economico, prova ne sono la crescita demografica, la mobilità sociale (la scalata dei “galantuomini”) e la presenza di un certo fermento culturale (l’Accademia degli eccitati viciensi”).

Giannone fu coraggioso, consequenziale, pertinace, “roccioso come il suo Gargano” – come già vide Pasquale Soccio; la sua linea di condotta fu una sola: contrastare le forze prevaricatrici e abusive del dispotismo, del baronaggio, della teocrazia. Se l’attualità del suo messaggio sta nella convinzione “che il potere deve scaturire dalla partecipazione delle varie componenti sociali” e che  quando non c’è partecipazione, c’è la “tirannia”, la “decadenza dei valori culturali e morali” – come risulta dalla lettura degli “Atti” – la lezione del più grande intellettuale garganico non può che essere di monito ai giovani di oggi.

 

 

 

 


1 Per approfondire i mutamenti sociali tra Sette e Ottocento,  L.CRISETTI GRIMALDI, L’agonia feudale e la scalata dei galantuomini, … , Ed. Il Rosone 2007.

 

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Pubblicato da su 10 aprile 2008 in Recensioni

 

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