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Un contributo alla donna

06 Mar

 

La condizione della donna è decisamente mutata nel tempo, passando dal modello dell’esclusione/separazione a quello all’inclusione/integrazione nella vita sociale, seguendo un processo ancora aperto. La memoria ci consegna storie di donne violentate, sfruttate, sottomesse all’autorità del padre-marito-padrone, donne impegnate nei lavori domestici e in attività non retribuite realizzate all’ombra della figura maschile.

Donne contadine mietitrici, raccoglitrici, guardiane, pescatrici di lago e di mare, trasportatrici, sarte, magliaie, panificatrici, lavandaie, … .

Donne figlie, mamme, nonne che hanno declinato la vita come un “insieme di sofferenze”. Donne ignoranti che non meritavano di andare a scuola, sia perché non erano ritenute intelligenti, sia perché si pensava non avesse senso investire sulla loro cultura, dal momento che non erano destinate a ruoli sociali, da spendere al di fuori delle pareti domestiche. Per “fare la mamma e la moglie”, insomma, non  era necessario il possesso degli “alfabeti”.

Memoria che affonda le radici nelle pagine della Bibbia, che assegnano ad Eva il ruolo della “tentatrice”, consolidata in epoca medievale, legittimata dalla normativa, assunta dai contesti sociali e familiari tramite la socializzazione, rafforzata dall’universo maschile, quasi sicuramente per non spartire con le donne lo spazio riservato a sé nei posti di comando.

Memoria alimentata quotidianamente dalle stesse donne attraverso l’“educazione di genere” a partire dal costume di regalare la bambola alle bambine e il fucile al maschietto, così addestrando le une “a fare la mamma” e gli altri” a fare il cacciatore”.

L’immagine della donna-angelo intrisa di romanticismo è un eufemismo che non dà certamente conto della reale condizione della donna contadina. Per rendersene conto  e per darne conto alle nuove generazioni ignare della condizione del passato, ho pensato di far parlare le dirette protagoniste, a cui ho dato voce qualche anno fa con i miei alunni liceali attraverso lo strumento delle “storie di vita”.

A seguito dell’industrializzazione e del boom economico la donna comincia ad uscire dal “regno” del focolare domestico e a guadagnare diritti civili, sociali e politici, a partire da quello di voto. La donna può entrare nelle scuole, lavorare in fabbrica, accedere all’università, entrare in politica, dirigere le aziende, … .

Il cammino però non è agevole e a tutt’oggi il processo d’integrazione della donna è incompiuto. La normativa consente l’inserimento ma non tutela l’integrazione, accade, perciò, che i maschi sono privilegiati nei posti di lavoro, di comando, di potere.

Il modello dell’integrazione [che rievoca l’idea della completezza] vuole che la donna viva le situazioni in prima persona, assuma decisioni liberamente, realizzi le sue aspirazioni di donna che lavora, di moglie e mamma, oltre che cittadina, fruendo dei servizi necessari.

La donna integrata è quella che non rinuncia alla sua “diversità” in nome dell’assurda uguaglianza che pretende che il maschio debba comportarsi da femmina e la donna da maschio.  L’integrazione autentica è quella che coltiva l’uguaglianza nella diversità.

Il processo d’integrazione di questa fascia – purtroppo- ancora debole della popolazione è condizionato dal riconoscimento dalla parte dell’universo femminile e maschile della differenza di genere, contrastando ogni tentativo di omologazione; è condizionato dagli educatori e dalle istituzioni che devono dichiararsi disponibili a co-evolvere, vale a dire a cambiare  insieme, a riconoscere che in famiglia, in società, nelle istituzioni di potere ciascun essere umano – sia di sesso maschile, sia di sesso femminile- può apportare il proprio contributo sulla base della proprie competenze, intelligenze e disponibilità.

Co-evolvere vuol dire abbandonare antichi stereotipi che vogliono il maschio intelligente, adatto al comando e al ragionamento, e la donna intuitiva, materna, capace di eseguire.

Co-evolvere in famiglia vuol dire che mariti e mogli dovranno dichiararsi disponibili a darsi una mano, a mettere insieme il meglio di sé di ciascuno per offrire ai propri figli un ambiente caldo e ricco di interazioni utili alla crescita.

Co-evolvere nelle istituzioni significa essere disposti a riconoscere e a valorizzare anche i punti di forza delle donne, consentendo loro di fare carriera, di risolvere – grazie al loro contributo – i conflitti economici, sociali e culturali delle nostra società, ricorrendo alla logica che include. Bisogna perciò allearsi per sostenere, consolidare e c0mpiere altri passi, perché il processo d’integrazione richiede ancora molto impegno.

 

 

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Pubblicato da su 6 marzo 2008 in Donne

 

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