RSS

“Quando la cipolla fece piangere il padrone”

03 Feb

 

recensione all’opera di Francesco Bocale

Quando la cipolla fece piangere il padrone

 

“Carissima Dina,

dopo due anni di attesa, finalmente è uscita la mia raccolta di racconti cagnanesi, che presenta una minima parte di ‘paràule’, fatti, personaggi e luoghi della nostra tradizione”.

Con le parole dell’autore mi piace aprire questo spazio e offrire al lettore alcuni elementi di conoscenza e qualche spunto di riflessione sulla persona e sull’opera di Francesco Bocale, nonché sul/i contesto/i di vita, senza i quali non sarebbe possibile spiegare/comprendere/intendere/ conferire senso alla sua ricerca.

Francesco Bocale, che si è dato anche il nome di Apulo (perché pugliese) Cannesi (perché nasce in una delle più antiche e significative vie di Cagnano Varano (FG), nell’anno 1953,  oggi vive a Turate, provincia di Como, dove problemi di salute hanno rinforzato la sua voglia di vivere.

Negli anni Novanta, dopo aver offerto un interessante contributo alla raccolta di poesie dell’associazione culturale “L’Alternativa”, dà alla stampa “Infanzia, giorno beato”, un’opera in prosa in cui canta nostalgico l’amore per il suo tetto natio. Nel 2001 pubblica “Misura dei miei passi”, poesie, incentrate sulla donna e sul  desiderio di dar pace, nel 2005 “Quando il silenzio si fa poesia”, rime che vedono l’autore impegnato nella ricerca di quel senso che è possibile rinvenire solo in Dio, una raccolta agevolata dal ‘dolce sostare’ nel silenzio della contemplazione dei monasteri benedettini del com’asco e della pianura padana, soprattutto, dalla capacità di porsi nella posizione di ascolto, di veicolare il silenzio attraverso versi ben curati.

L’ultima pubblicazione di Francesco Bocale, quella su cui incentrerò la mia analisi e riflessione, datata 2007, porta il titolo “Quando la cipolla fece piangere il padrone”, ed è edita dalla Tip. Zaffaroni Mozzate (Co).

L’incipit della raccolta è costituito da “una paràula corta corta”, tratta dalla memoria cagnanese. Paràula, una parola che l’autore traduce con fiaba, ma che – a ben guardare – di questa tipologia testuale non contiene diversi elementi. La fiaba – come ciascuno sa – è un  racconto destinato soprattutto ai fanciulli, costituito di narrazioni meravigliose e fantastiche, in cui intervengono personaggi con poteri fuori dal comune. Paraula e fiaba condividono, però, la caratteristica di entrare immediatamente in-situazione, accendendo l’interesse di chi ascolta.

“Stocca maccarune e ména mmocca”

costituisce, infatti, il seguito e, al contempo,  il finale del nostro brevissimo racconto, che produce come effetto immediato la risata.

Il succitato, come gli altri testi presenti nella raccolta di Francesco Bocale, mi offrono ulteriori spunti di riflessione, inducendomi a pensare che probabilmente meglio sarebbe parlare di aneddoti, fatti particolari, curiosi, poco noti della storia/cultura cagnanese, che – a ben guardare travalicano i confini del paese-, di motti, detti brevi, arguti a volte anche pungenti riconducibili a persone o esperienze umane, che intendono trasmettere qualche insegnamento (morale che se da un lato accomuna la paràula alla favola, dall’altro si distingue avendo come protagonisti gli animali),  di racconti, vale a dire della narrazione di qualcosa realmente accaduta o immaginaria.

Sicuramente la raccolta contiene tutte queste tipologie narrative o, come dice l’autore, ‘paràule’, fatti, personaggi e luoghi della nostra tradizione”.

E veniamo al secondo spunto di riflessione, quello che mi conduce al contesto, alla tradizione, ai valori, a quella cornice in grado di dare senso e di orientare in qualche modo i bambini  e le bambine, i giovani e le giovani, le mamme e i papà, i nonni e le nonne, facendo loro acquisire una precisa identità.

Un’identità personale che è esito di molteplici interazioni, spesso il riflesso di quella sociale o come afferma Calvino: “una combinatoria d’esperienze, d’informazioni, di letture, d’immaginazioni”.

Identità personale frutto di una produzione culturale, dunque, esito di una rete di relazioni, di un continuo fluire. Identità che si costruisce nella partecipazione alle attività di una comunità, alle sue conoscenze, attraverso i discorsi e le storie veicolate dalla tradizione.

I racconti raccolti da Bocale sono, sotto questo profilo, il racconto della realizzazione del Sé dei nostri nonni, un Sé costruito nel contesto, attraverso le relazioni sociali, a partire dalla “cerchia delle persone che ognuno di noi ama o su cui può contare”.

Quando il bambino chiedeva al nonno, alla nonna, alla zia o alla mamma: –M’à dice ‘na paràula?, lo invitava, dunque, a favoleggiare e, al contempo, cominciava ad entrare nella pelle della sua comunità, rivestendosi degli abiti della propria cultura.

I testi raccolti da Bocale, da lui abilmente ricostruiti, sotto qualche aspetto re-inventati, per incuriosire i fanciulli, sono, tuttavia, diretti anche agli adulti, che, scherzando sui motti e sui modi di dire rimasti proverbiali, hanno modo di riflettere tuttora sui costumi consegnati dalla tradizione, per valutare e assumere decisioni future.

Il popolo cagnanese, e in genere della civiltà contadina, non può non essere riconoscente all’Autore per aver consegnato alla memoria scritta tutto quanto era destinato ad essere perduto.

Francesco consegna alla memoria dei giovani lo scenario di un mondo che quasi non è più,  costituito da diversi punti di debolezza: lo sfruttamento connesso alla stratificazione e alle disuguaglianze, come si evince dalla lettura de “La cipolla del padrone”, i rapporti conflittuali bracciali-padrone che sembrano regalare a questi ultimi il sogno di un futuro migliore (Lu Tapparone), la soggezione degli umili, “ … i mietitori mangiavano a testa bassa”, anche quando, a fine lavoro, erano invitati a condividere la mensa del padrone (Le uova di donna Antonietta).

Rapporti asimmetrici presenti anche all’interno della famiglia, tra marito e moglie, fratelli e sorelle, assegnando ai maschi il ruolo del comando e alle femmine quello di eseguire, senza replicare.

Asimmetria prodotta da un’educazione di genere volta a mettere in luce l’uomo e ad oscurare la donna, facendola apparire poco intelligente (Lu guadagne di Maria Frignitte), ignorante, come si può inferire dai testi “Lu principe cancellére” e “Vardenucce”, una donna costretta a vivere reclusa nel suo “regno” costituito sovente dal monolocale della sua abitazione, come risulta dalla lettura de Lu zurre, a prendere marito per necessità.

La memoria ci consegna una società che conferisce poco spazio anche ai minori. Un’infanzia senza diritti: bambini costretti a subire la violenza dei padri, gettati precocemente nel mondo del lavoro, a farsi la guerra perché spinti dai morsi della fame (Mio padre è morto in fretta).

La raccolta di Francesco consegna ai giovani un mondo contrassegnato dall’analfabetismo e dall’ignoranza (Cara mamma, ji sténghe a pPise), nonché dalla corruzione: “la sarda” di Donna Filomena.

In quel mondo fatto di precarietà, i poveri dovevano pur sopravvivere, ed eccoli, furtivi, a  fare incetta dei fichi di Mastro Diego, un calzolaio buono, che quando giungeva al suo frutteto non riusciva a riempire nu panare di fichi, dal momento che se li erano già colti (Lu ciucce de Mast’Addéca).

Racconti che aprono a volte con una connotazione spaziale, altre temporale, altre ancora con l’aggiunta di una caratteristica valoriale, volta a sottolineare la voglia di miracolo della povera gente, come accade in “L’asino che ride”: “Quando c’era più religione e gli uomini vivevano nel santo timore di Dio, in cima al campanile della Chiesa madre … .”

Aneddoti che stigmatizzano alcuni comportamenti, ad esempio la consuetudine preminentemente maschile di affogare nel vino le amarezze dello sfruttamento nel lavoro e magari della scarsa integrazione sociale, dato che la cultura, la politica e l’economia erano una questione da “galantuomini”, (Ce lu frèchene lu vine a Ccagnane! )

 Anche la Chiesa faceva la sua parte, continuando a chiedere antichi privilegi (Ma quiddu jè grane de chiane!), pretendendo il dono dei poveri, così sottolineando la subordinazione di questi ai preti, ostentando una comunicazione incoerente, giacché bisogna fare come il prete dice e non vedere quello che fa, come risulta da “Li palummicchje de lu prèvete”, quando in tempo di Quaresima invitando il popolo al digiuno: “Con il volto acceso dall’ira, il sacerdote gridò:- Quello che ho detto vale per il popolo non per me! E ora preparami i colombi!”.

In una società in cui non era contemplato il diritto di parola, pena la perdita del posto di lavoro, il compito della protesta era assegnato agli animali. È, dunque, “Lu ciucce de Martine”, che, “rivestito ancora di sella, prese a correre verso l’uscita del podere, diretto al paese”, inveì contro il suo padrone che “si accingeva a fissargli l’aratro”. È evidente, nel testo, l’analogia somaro-bracciale, soprattutto nel momento della negoziazione. Michele, il padrone, fece, infatti, finalmente un patto con l’asino: ogni mattina, prima di legarlo all’aratro, “gli avrebbe dato una sacchetta di paglia e orzo”. 

Non mancano le imprecazioni contro la politica fiscale dello Stato (Eh, governo ladro!), i rapporti a volte litigiosi tra i vicini (Gli occhiali di Peppina),  il tentativo di esorcizzare la paura della morte, sdrammatizzando (Chi mangerà il maiale?).

Raccolta che, in definitiva, traccia la storia della vita materiale e culturale del Mezzogiorno, dei mestieri, dei cibi, dell’abbigliamento, dei modi e luoghi dell’abitare. Racconti coloriti con le espressioni tipiche del luogo, analogie e personificazioni (“… il tascapane emanava un forte odore di pane e cipolla”, “la fame correva sui denti e per la gola come una morsa e sapeva piegare ogni tentennamento del naso e del palato.”

Raccolta, a mio avviso, interessante anche perché si presta ad una lettura dei cambiamenti, passando da costumi legati più tipicamente alla civiltà contadina a comportamenti nuovi, segnati dall’ingresso nell’industrializzazione. Si pensi a “Gli americani e i fichidindia”, dove i cittadini d’oltreoceano sono dipinti con una coloritura etnocentrica, dato che ogni cultura vissuta è un po’ narcisistica, oppure a “Lu guadagne de Maria Fregnitte”, che indugia in una donna che non ha saputo cogliere un’occasione per arricchirsi; vicende legate al secondo conflitto mondiale, sino a giungere agli anni del boom economico, annunciati a Cagnano dall’arrivo del circo ( Lu ciucce de Pagnotta).

Francesco consegna alla memoria dei giovani lo scenario di un mondo contrassegnato da diverse ombre, come ho accennato, un quadro che dovrebbe far riflettere e spingere le nuove generazioni ad apprezzare i segni del progresso e a difendere i diritti conquistati dai padri, pena l’involuzione.

Advertisements
 
Lascia un commento

Pubblicato da su 3 febbraio 2008 in Recensioni

 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

 
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: