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La scuola delle competenze

18 Gen

… nella scuola delle competenze  utili al cittadino del terzo millennio

 

Da oltre un mese anche le scuole pugliesi hanno aperto i cancelli: tra i più curiosi le bambine e i bambini, alle prese con grembiuli e zainetti, libri e astucci pieni di matite colorate, penne, quaderni, gomma, evidenziatori, temperamatite, … tutto quanto occorre per f are scuola.

I giovani adolescenti non sono da meno. E’ indubbio che la scuola rappresenti ancora un’attrattiva per gli studenti, per lo meno all’inizio dell’anno scolastico, quando le attese sono ancora elevate e gli insuccessi lontani.

La riforma Moratti, in atto nel primo ciclo, non è ancora estesa al secondo, per via dello scontro tra Governo e maggioranza parlamentare, dove l’avvio potrebbe slittare al 2007. Intanto personale docente, ATA e dirigenti sono impegnati a rivedere linguaggi, organizzazione e sistema di valutazione, al fine di realizzare i risultati attesi. 

E’ fermamente acclarato che il cittadino del terzo millennio, per fronteggiare le sfide della società conoscitiva, globale e multiculturale necessita di competenze, sia quelle connesse alla sfera cognitiva, sia a quella affettivo-relazionale.

Si vuole, infatti, formare un cittadino intero, che usa la mente e il braccio, il pensiero e l’azione, il cuore, gli affetti e la volontà per integrarsi e al contempo arginare i mali della società globale: abuso di droghe, aumento dei senzatetto, criminalità, intolleranza, distruzione dell’ambiente ed eccessi di consumo.

Società complessa, che da un lato proclama e dall’altro nega diritti, società che discrimina, producendo le nuove disuguaglianze generate dal capitalismo dell’informazione.  Società globalizzata, che se da un lato offre molte possibilità, socializzando merci, informazioni, eventi, possibilità di debellare malattie, dall’altra immiserisce, affievolendo legami, aumentando il peso della solitudine, l’insicurezza e incertezza del futuro, risultando più aggressiva e a rischio di emarginazione che nel passato.

Società popolata da giovani affetti da solitudine, incertezza, precarietà affettiva e lavorativa. Giovani la cui condizione affonda le radici anche nella storia pregressa, realizzata nell’infanzia e nella fanciullezza, nonché dei modelli educativi veicolati da famiglia, scuola, gruppi, mezzi mass e multimediali. 

Un’enciclopedia – quella dell’universo giovanile- che la scuola dell’autonomia e della riforma s’impegna a conoscere, per realizzare il passaggio dalla cultura esperienziale e diretta a quella riflessa e scientifica, che assume le logiche e i linguaggi delle discipline, punti di vista con cui analizzare e risolvere i problemi sempre più complessi e interconnessi della nostra società.

I governi da soli non ce la fanno ad arginare ai mali del mondo e chiedono aiuto alla scuola, proprio perché questa istituzione si caratterizza per la “intenzionalità”, convogliando risorse ed energie degli utenti verso un fine, e la “sistematicità”, dato che interviene con regolarità. Sta maturando quindi la convinzione che solo con le sinergie di uomini politici e uomini di cultura il mondo potrà essere salvato, optando per la via del confronto, del dialogo, della pace.

Il cambiamento in atto invita la scuola a rivedere le proprie strategie operative, l’organizzazione, il rapporto con il mondo del lavoro e con i saperi. E’ superato soprattutto il modello di scuola intesa come luogo di trasmissione delle conoscenze utili per tutto l’arco dell’esistenza, data la rapida mortalità dell’informazione utile e dato che svolgere un lavoro per tutta la vita pare costituirà l’eccezione, mentre la regola induce a pensare che bisogna imparare a cambiare lavoro. L’educazione si pone come long life learning: studio e lavoro, riflessione e pratica si alterneranno per tutta la vita.

Scuola che richiede anche una riforma dell’insegnamento, volto a produrre apprendimento significativo e autentico, a formare menti critiche, aperte e originali per consentire ai cittadini della società conoscitiva e globale di cavalcare l’onda del cambiamento, senza lasciarsi travolgere dall’onda accelerata del progresso.

Questa scuola riconosce di dover prendere atto anche del sapere e del fare acquisito all’esterno, accreditandolo. Nel delineare il profilo educativo di un quattordicenne, volto ad esplicitare “sapere” e “fare” utile per divenire l’uomo e il cittadino di domani, il decreto n° 59/2004 del ministro Moratti include perciò sia conoscenze disciplinari e abilità operative formali apprese nell’istituzione scolastica, sia quelle provenienti dalle agenzie educative non formali, sia tutto quanto è assunto informalmente e afferisce alla vita sociale. Esperienze tutte importanti e significative, utili produrre le cosiddette “competenze”.

La competenza, pregnante e positivo obiettivo della Riforma in continuità con il Regolamento dell’autonomia che, se realmente conseguito, coniugando conoscenze e abilità, rappresenterebbe una significativa conquista per la scuola che fatica a superare modelli tradizionali, fondati sul nozionismo, sullo scollamento tra teoria e prassi, tra dire e fare, lasciando sperare – al contempo- in una società più solidale e rispettosa della natura.

Ne Le articolazioni del profilo si legge perciò che un individuo può dirsi competente quando dispiega le sue potenzialità cognitive, estetico-espressive, morali, relazionali, religiose, motorie, e attinge dalle conoscenze e dalle abilità apprese, per arricchire il proprio modo di essere nel mondo, d’interagire e stare con gli altri, di affrontare situazioni e risolvere problemi, di incontrare la complessità dei sistemi simbolici, di gustare il bello e di conferire senso alla vita.

Competenze sottoposte all’autovalutazione dell’alunno, che prende atto di come via via trasforma le proprie capacità (potenzialità), effettuando scelte sia pure provvisorie di orientamento, decisioni indispensabili per realizzare il proprio progetto di vita. Competenze da rivedere, sfogliando il portfolio, una sorta di autobiografia dello studente, che accompagna l’alunno nei diversi gradi dell’istruzione, assolvendo diverse funzioni.

I giovani hanno bisogno di radicarsi, di costruirsi un’identità e per questo si pongono in continuità con il patrimonio di saperi, valori e affetti trasmessi di generazione in generazione, anch’essi legati al luogo di appartenenza. Al contempo, però, hanno bisogno di guardare avanti e di evolversi, ma, senza un punto di riferimento che solo la tradizione può offrire, i giovani non potranno decidere verso quale rotta orientare la loro esistenza.

Innovazione e tradizione si coniugano dunque anche nella scuola della Moratti, utilizzando gli strumenti previsti dalla normativa: Indicazioni nazionali, Pecup, Pof, Psp, UA e ogni progetto ben costruito e mirato, raccordato con i soggetti partners del territorio.

Ampliando la sfera delle competenze e non limitandole al settore cognitivo, favorendo la trasversalità del sapere (conoscenza), fare (abilita) ed essere (risolvere i problemi personali, professionali, sociali, impiegando le conoscenze e le abilità apprese), esercitando le capacità in vista delle competenze, la scuola della Riforma intende realizzare il progetto persona olisticamente inteso e dell’integrazione.

Per realizzare tale progetto incide molto l’amministrazione scolastica che oggi dispone di maggiori opportunità. Alla luce del Regolamento dell’autonomia, attuativo della Legge Bassanini, al fine di confezionare piani personalizzati a misura di contesto per meglio vestire l’utenza, a seguito della Legge 53/2003 e d. lgs. 59/2004 della Riforma, che fa della scuola un elemento molto significativo della poliarchia formativa volto ad offrire le più ampie opportunità in vista del successo formativo degli alunni, l’amministrazione della scuola è molto cambiata, affidando al dirigente maggiori poteri ma soprattutto più puntuali responsabilità.

Chi gestisce e opera nella scuola dell’autonomia e della riforma effettua anzitutto una ricognizione della popolazione scolastica del contesto, in cui è inserita l’istituzione affinché i giovani del luogo, frequentandola, vedano soddisfatte le proprie necessità. 

Il profilo del dirigente è mutato sotto molti aspetti, divenendo sempre più consapevole della centralità del fattore umano, delle relazioni attivate all’interno e all’esterno dell’istituzione. Egli perciò, oltre a possedere una profonda cultura generale, conosce le tecniche della comunicazione, della negoziazione, della costruzione delle sinergie e del consenso, cura l’informazione per stimolare l’effettiva partecipazione, ricorre alla sua sensibilità e a tecniche idonee per superare conflitti. 

Per incrementare il servizio erogato sul piano della qualità, valorizza le risorse degli attori coinvolti, incide positivamente sul comportamento lavorativo degli operatori scolastici sia formalmente, attraverso le vie istituzionali, mettendo in primo piano la capacità progettuale su cui si fonda l’autonomia, sia in modo informale, agendo sulla sua persona e quindi curando il suo modo di porsi, di fare e di essere.

L’attuale manager dell’educazione e dell’istruzione, chiamato ad operare in regime di autonomia ma non d’indipendenza e di anarchia o di localismo, come la padrona di casa, tiene conto e dà conto di ogni sua scelta, ponendo al centro di ogni sua iniziativa il supremo interesse degli alunni e delle alunne, quindi delle famiglie e di altri attori sociali, nonché delle decisioni assunte a livello ministeriali.

Cura soprattutto la comunicazione e le relazioni umane, le quali veicolano l’apprendimento. A tal fine non assume decisioni autoritarie, né propone attività indigeste e sclerotizzate, o alimenta situazioni conflittuali e disagio, perché è consapevole delle interconnessioni tra comunicazioni distorte, sfiducia e dispersione palese e occulta.

Adottando la leadership democratica e innovativa, fa sua perciò la logica dell’ascolto, della fiducia, della condivisione e della cooperazione, realizza l’organizzazione che apprende, attraverso la disponibilità e la comunicazione, partecipando l’informazione e responsabilizzando ad ogni livello.

La qualità dell’apprendimento a sua volta è connessa all’organizzazione nella misura in cui questa è in grado di predisporre un ambiente organizzato e facilitante, che utilizza flessibilmente spazi, tempi e raggruppamenti, che insegna attraverso l’esperienza, un ambiente che mostra coerenza tra ciò che si dice e ciò che si fa.

Il dirigente capo di un’organizzazione che apprende è consapevole che il nodo fondamentale della rete del sistema scuola, di cui egli è responsabile e sul quale agire, è costituito dai docenti, giacché essi sono a diretto contatto con gli alunni e con le famiglie, una risorsa a portata di mano e perciò vantaggiosa. Agendo sul personale scolastico, responsabilizzando e valorizzando, l’azienda scuola può trarre grossi benefici e accrescere i talenti.

Nella grossa maglia della rete scolastica, che si apre all’interno e all’esterno, per infierire un duro colpo alla discrasia scuola-territorio, pensiero-azione, cultura umanistica – cultura prassica, scuola-lavoro, il nodo più importante è dunque costituito dalla formazione dei docenti, una professionalità da rinforzare in servizio, attraverso opportuni stimoli, e soprattutto attraverso una corretta comunicazione. Chi opera nella scuola da molti anni sa che, senza il consenso dei docenti, non si va da nessuna parte.

I dirigenti creano perciò le condizioni di sviluppo dell’apprendimento, interconnettendo mondi di vita degli studenti, curando l’organizzazione e la valutazione, l’assunzione partecipata delle decisioni, utilizzando l’insieme delle risorse umane, materiali e valoriali per realizzare le finalità formative, per soddisfare i bisogni di sicurezza, affetto, stima e autorealizzazione dell’utenza.


 

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Pubblicato da su 18 gennaio 2008 in psicopedagogia

 

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