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Il mobbing? Quasi una fiaba!

18 Gen

Il mobbing? Quasi una fiaba!

Dai non allineati

 Il Tiri-Gente 

 

La nonna finalmente inforcò gli occhiali e, alla luce del focolare, rispose alle sollecitazioni dei nipotini:- Ebbene, si, vi racconterò una fiaba di Omnilandia:

"Tanto, tanto tempo fa, si viveva tutti alla casa dei nonni paterni: mamme, papà, zii e bambini. I grandi insegnavano ai piccoli ad amare la terra, gli animali e l’acqua, a rispettare le persone, ad imparare il mestiere. Passarono molti anni … le conoscenze e le abilità da apprendere crebbero sempre più, la mamma cominciò a lavorare in fabbrica, i figli andarono a costruirsi "il nido" per conto loro, i nonni rimasero soli  e la famiglia non ebbe più il tempo,  né i mezzi per poter trasmettere alle nuove generazioni valori e tradizioni, né per insegnare a pensare. Per stare dietro a tutti questi compiti nacquero le prime scuole. Anche a Omnilandia se ne aprirono alcune. C’erano infatti in quel paese delle scuole che accoglievano bambini dai 3 ai 19 anni.

Naturalmente ogni istituzione faceva capo ad un Tiri- Gente. In una di queste da molti anni ne regnava uno che adottava l’arte della volpe, della pantera e talvolta della iena per "proteggere" i suoi sudditi e lo faceva così bene da consolidarsi la posizione di incontrastato regnante. – La scuola è mia e me la gestisco io- ribatteva di tanto in tanto a chi cercava di capire come stavano le cose.

Questo Tiri-Gente aveva una concezione stratificata della società. Simile al capo burattinaio voleva manovrare ogni filo, pertanto quel "burattino" che osava contrastarlo rischiava di fare una brutta fine. Poteva persino essere bruciato nel fuoco e cacciato via dal regno del Tiri-Gente. E’ accaduto, infatti, che a qualcuno sia toccata proprio questa triste sorte.

Durante il suo regno ci furono altri "burattini" che tentarono di sfuggire al controllo del burattinaio, con la convinzione che anch’essi avessero una testa per pensare, ma abilmente il Tiri-Gente riuscì a vincere le loro resistenze ricorrendo a diverse strategie: ad esempio mettendogli un confettino in bocca, oppure incutendogli timore, o ancora isolandolo in modo che la sua voce si perdesse nel deserto, insomma facendone una vittima.

Ce ne fu però uno che proveniva da un’altra compagnia, nella quale aveva imparato a muoversi con una certa libertà, convinto che la scuola fosse un’istituzione a servizio di tutti e soprattutto dei più disagiati. Questo "burattino" credeva, ad esempio,  che nel teatro della scuola ciascuno dovesse recitare la sua parte non più secondo un canovaccio predeterminato,  ma da attore-interprete, quindi liberamente, mettendo a disposizione di tutti  ogni sua risorsa per consentire a ciascun abitante di Omnilandia di crescere sul piano sociale, morale, civile e conoscitivo. Da tanto tempo era convinto di ciò,  ma quando con le nuove disposizioni del capo supremo della scuola fu riaffermato con maggiore insistenza il bisogno di far indossare agli abitanti di ogni land abiti "su misura", pensò di avere più voce. Anche questa, però, si rivelò una  illusione: la sua entrata in scena e le sue battute non erano previste dal copione, pertanto in diverse occasioni il capo della compagnia cercò di bastonarlo, facendolo diventare invisibile; era persino quasi riuscito a cancellarlo dalla scena.

Accadde poi che in questo teatrino giungessero altri "burattini", provenienti da un’altra compagnia: c’era un gruppo abituato anch’esso a recitare piuttosto liberamente, interpretando al meglio la parte e raccordandola a quella altrui. Bisogna precisare che questi "burattini" coraggiosi non erano anarchici refrattari alle regole, al contrario, nello spirito della democrazia –che nel land sembrava l’araba fenice-, volevano che il potere venisse esercitato dal basso, che la scuola fosse una comunità autenticamente impegnata a promuovere il bene di ogni cittadino.

Essi non erano irriguardosi nei confronti del Tiri-Gente, sia perché il rispetto  era dovuto ad ogni persona umana, sia perché consapevoli del rapporto gerarchico che li legava al loro diretto superiore. Al contempo, però, erano convinti che la  deferenza non poteva essere assoluta e soprattutto non svincolava il Tiri-Gente dal fatto che certi doveri e comportamenti, tra cui l’imparzialità, l’onestà, la valorizzazione di ogni risorsa, la trasparenza, andassero rispettati.

Il Tiri-Gente però, dal canto suo, teneva a sottolineare il rapporto di  subordinazione, inoltre, spettegolando di qua e di là, diventava persino molto poco professionale, facendo insorgere risentimenti in chi, alimentato da spiriti egalitari e democratici,  vedeva calpestare i propri diritti e quelli di chi non aveva voce.

Di fronte a questo nuovo modo di regnare, i nuovi cittadini del land restarono frustrati e mortificati. Ma come spesso accade, solo alcuni, i più coraggiosi, cercarono di resistere alle manovre del capo della compagnia, giacché il Tiri-Gente ricorse al confettino, all’intimidazione, all’emarginazione, …, così com’era solito fare”.

 La nonna a questo punto s’interruppe: la pagina successiva del suo grosso libro di fiabe era macchiata e non riuscì a leggere il finale della storia, lasciando gli ascoltatori incuriositi. Chissà come andò a finire!

Uno dei presenti, però, invitato dalla nonna a proseguire la fiaba, ipotizzò che i "burattini" coraggiosi aumentarono sempre più e finirono col destituire il Tiri-Gente assolutista. Sentendo narrare fiabe di altri paesi, si dice  comunque che anche in altri Land ci siano stati Tiri- Gente simili a quelli di Omnilandia.

 

 

 La chiave del potere

Lagnanolandia era un paese né bello, né brutto, né felice, né triste, né ricco, né povero, era insomma un paese come ce ne sono tanti e ognuno può immaginarselo simile al suo.

A dire il vero, però, una cosa distingueva Lagnanolandia  dagli altri centri: gli abitanti erano tutti animali, animali tranquilli e in genere amanti della pacifica convivenza. Tutto andava per il meglio – o così sembrava. C’erano simpatici coniglietti, allegri fringuelli, spassosi orsetti, laboriosi castori, mansuete pecorelle… .

Beh, si sa, anche nel regno degli animali non mancano i tipi rissosi, i farabutti, quelli assetati di potere! E’ chiaro che c’erano anche quelli, proprio perché Lagnanolandia era simile a tutti gli altri paesi del mondo.

Un paio di famiglie di lupi erano sempre a caccia, spinti da una fame atavica che mai si riusciva a soddisfare. Si sentiva- inoltre- ruggire un branco di leoni bellicosi e c’era anche una iena. Si erano divisi il territorio, così fra di loro non combattevano.

La iena, fra i prepotenti, a prima vista sembrava la meno pericolosa: non aveva zanne forti come quelle dei lupi, non era veloce nella corsa come i leoni, eppure era lei quella più insidiosa, perché era lei quella che teneva la chiave del gabinetto… .

Proprio così…! E’ subito evidente a tutti quanto potere detenesse quella iena: ogni abitante di Lagnanolandia doveva inchinarsi a lei più volte al giorno e dire: – I miei omaggi, illustrissima iena, sono di nuovo qui per chiedere umilmente la chiave della ritirata … .

La iena si faceva vedere irritata, sbuffava, volgeva gli occhi al cielo e diceva immancabilmente: – Come??! Pure tu?! Ma, come posso vivere tranquilla io? Ogni momento c’è qualcuno che mi secca!!!

E i pazienti cittadini di Lagnanolandia esibivano un mesto sorriso e le facevano dono di un caciocavallo, di una bottiglia d’olio, un paio di capitoni… "per il disturbo". In quel paese si usava così.  Qualche volta, molto di rado per la verità, era accaduto che qualche abitante avesse protestato: – Nello statuto cittadino c’è scritto che è nostro diritto avere quella chiave ogni qualvolta che ci serve, di cosa ti lamenti, dunque?

Che scandalo! Come poteva un abitante di quella contrada civile e ordinata osare nominare lo statuto o tirare fuori pretesti da attaccabrighe come i diritti dei cittadini?

La iena, che non era della tribù dei ridens, bensì di quella dei furbens, sapeva subito cosa fare. A seconda della lunghezza degli artigli del rompiscatole di turno, era capace di "fargli il favore", di offrirgli la sua amicizia, oppure di allontanarlo con una zampata, oppure – ed era la cosa peggiore- poteva scagliare su di lui l’anatema, dopo di che il temerario diveniva invisibile: nessuno più lo vedeva, nessuno lo salutava incontrandolo per strada, nessuno gli dava una mano se aveva bisogno d’aiuto, tutti lo ignoravano.

Di sicuro, se quello sfrontato rimaneva in città e continuava a utilizzare il gabinetto del paese, doveva subire una lunga serie di "accidentali" inconvenienti, dovuti alla sua condizione di essere invisibile.

Or dunque, perché questa storia dovrebbe essere tanto interessante per noi umani? Forse perché anche nella nostra comunità cittadina c’è qualche tiranno, uno che si è fatto "padrone del gabinetto": in un ufficio pubblico, a capo di un’istituzione, in un posto di lavoro? Che Dio ce ne liberi! No, certe cose non possono accadere fra noi umani.

 

 

 Se gli squali fossero dirigenti

 

 (da una  battuta di B. Brecht liberamente adattata)

 

 La piccola Roberta di 12 anni chiese:

– … e se gli squali avessero un’impresa, una fabbrica, un ufficio …, sarebbero buoni amministratori?

– Sicuro- le ho detto io- Se gli squali fossero dirigenti sarebbero molto scrupolosi e accorti.

Arriverebbero sul posto di lavoro prima degli altri per controllare chi arriva in anticipo, chi in orario, chi in ritardo, e se ne andrebbero per ultimo… Si preoccuperebbero che tutti i lavoratori della loro azienda lavorassero con solerzia e impegno. Se poi scoprissero che una parte di loro lavora poco e male, non si arrabbierebbero per niente, li convocherebbero nel loro ufficio e direbbero:

– Tu sei un lavoratore molto scadente, io lo so … e voglio che tu sappia che io lo so, ma voglio anche che tu sappia che non prenderò – almeno per il momento- alcun provvedimento contro di te… perché ci tengo molto alla tua amicizia. Io ho così pochi amici!! Chissà chi appoggerà la mia proposta alla prossima assemblea!

Se gli squali fossero dirigenti, inoltre, si preoccuperebbero molto che i lavoratori della loro azienda facessero carriera, migliorando le loro competenze, la loro condizione e le prospettive dell’azienda. Per esempio organizzerebbero dei corsi di obbedienza cieca e assoluta, per dare l’opportunità ai dipendenti di imparare a comportarsi nel migliore dei modi in ufficio. La cosa  principale sarebbe riconoscere che il capo ha sempre ragione, in modo che i lavoratori sappiano istintivamente dire in ogni momento:

– Signorsì- e – Comandi!

I dipendenti devono sapere subito che è bello sacrificarsi per il lavoro e il successo dell’azienda, senza chiedere niente in cambio, perché la soddisfazione di avere fatto il proprio dovere è il più grande compenso per ogni sforzo.

Se gli squali fossero dirigenti, organizzerebbero la vita dell’azienda naturalmente in modo che tutti i lavoratori fossero l’uno contro l’altro, perché non c’è niente di più disastroso di un lavoro d’équipe e di un ambiente di lavoro sereno. In un caso così disgraziato potrebbero pure nascere amicizie e solidarietà tra i subordinati e sarebbe la rovina dell’azienda.

Naturalmente, se gli squali fossero dirigenti, si adopererebbero in modo che fiorisse una solida democrazia all’interno dell’azienda e, per assicurare la trasparenza e la cristallina legalità, convocherebbero spesso riunioni aziendali, per discutere insieme i progetti, l’assegnazione delle responsabilità e competenze particolari e la distribuzione delle risorse.

Alcuni riceverebbero – direttamente dal dirigente- l’incarico di sorvegliare con attenzione che tutte le operazioni fossero eseguite correttamente e, in cambio di questo onere aggiuntivo, questi incaricati speciali riceverebbero – direttamente dal dirigente- compensi extra e benefici in proporzione al loro ossequio all’ordine (pre)stabilito.

Insomma se gli squali fossero dirigenti, sarebbe assicurata una cultura dell’azienda e le cose funzionerebbero davvero alla perfezione."

 

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Pubblicato da su 18 gennaio 2008 in psicopedagogia

 

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