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Il dirigismo del Liceo Lanza voluto dal regime

18 Gen

 

IL DIRIGISMO DEL LICEO LANZA

VOLUTO DAL REGIME 

di

Leonarda Crisetti

Dopo una serie di interessanti collaborazioni, contributi a nome del Centro Studi Martella (Peschici), Maria Teresa Rauzino dà alla stampa un’opera tutta sua, Il Regio Liceo Lanza, Dalle scuole Pie agli anni del Regime, Ed. Parnaso 2004, pp.400, compendio di circa 80 di storia di questa istituzione scolastica.

Il Lanza- come ribadisce l’autrice- nasce per rispondere all’esigenza di formare la classe dirigente dello Stato italiano, che conta pochi anni di vita. La storia di questa istituzione, che accoglie inizialmente gruppi elitari, risente pertanto degli scossoni provocati dall’avvicendarsi dei governi e delle gestioni: dall’esperienza confessionale degli Scolopi, a quella anticlericlale postunitaria a quella fascista.

Nel ventennio di Mussolini, l’istituzione divienve sempre più instrumentum regni e fabbrica del consenso, come si evince chiaramente, leggendo l’opera. E la Rauzino si compiace di registrare distorsini e incrinature del regime rappresentati in presidi zelanti e docenti ossequiosi, alunni irregimentati. Sembra così entusiasta di notare contraddizioni, sì da insinuare nel lettore il sospetto che abbia preso a pretesto il Lanza per argomentare sulla politica scolastica del Regime.

Su questa politica si concentrano perciò le energie dell’autrice e, mentre espone la tesi dominate espressa dalla puntuale lettura del documento, in cui sono presenti le lamentele dei presidi circa l’insufficienza e inagibilità dei locali, gli alunni inadempienti e gli esami truccati, i docenti impreparati, i rapporti con l’Onbm, che intende prevaricare l’istituzione, …, costruisce la sua antitesi, che si rende palesa nelle note di commento e in alcuni spazi ritagfliati per da voce a figure controverse, i dissidenti.

Lo spazio maggiore è comunque rappresentato dai rapporti dei presidi, i giudizi dei quali sui docenti sembrano essere troppo soggettivi, dato che non trovano riscontro ad es. negli allievi e nelle famiglie. Gli studenti non rispondono agli standard: “i rusultati sonos empre inferiori alle aspettative”. Il successo dell’apprendimento sembra essere riposto in gran parte nell’insegnamento, rispecchiandosi in esso, quindi “ se la classe fosse stata più idonea e preparata… la valentia del professore sarebbe parsa appiena”.

Gli allievi fanno registrare troppe assenze ingiustificate e con la complicità dei genitori. Anche alla famiglia è riconosciuto dunque un peso nel successo scolastico, si afferma perciò che con una maggiore collaborazione “il risultamento” sarebbe stato migliore.

Lagnanze di un tempo che trovano riscontro nel presente: problemi di sempre.

Nell’onorificare la memoria del regio LiceoLanza,  la Rauzino scava, dunque, nelle storie di vita dei presidi dirigenti al fine di riportare allo scoperto le defaillances del Regime. Su quesi personaggi a tratti affonda il taglio, tanto che l’opera avrebbe potuto intitolarsi Il ruolo dei presidi nella fabbrica del consenso rappresentato dal Lanza.

Vengono quindi ripescati i casi degli emarginati come Severgnini e Marangelli, docenti preparati, sensibili, dotati di capacità relazionali- qualità oggi apprezzate in teoria- stigmatizzati dai dirigenti della scuola del tempo, tirannelli anch’esi irregimentati, che purtroppo si contano anche oggi.

Il libro della Rauzino smbra perciò un pretesto per mettere a nudo l’assurdo comportamento dittatoriale di manager scolastici sedicenti di destra e di sinistra che premiano soprattutto docenti devoti, meccanici esecutori di formule, gratificandoli anche economicamente, mentre bocciano, emarginandoli, quei professori creativi, vocati, preparati.

Dirigenti probabilmente frustrati e avidi di potere, desiderosi di mostrare attraverso al carica la loro visibilità, dimentichi di essere stati doicenti, ma soprattutto del loro ruolo significativo volto a coordinare al meglio anche didatticamente le risorse umane e paterialid ella scuola che rappresentano, per promuovere la formazione di un uomo integrato e completo.

Tracce di uno strapotere che trovano conferma nell’opera della Rauzino anche allorché interroga i documenti sulla donna-insegnante, il cui insegnamento è ritenuto dai presidi “un inconneniente che sarà difficilmente eliminato, dato che la donna è nata per essere educatrice della famiglia e non della scuola”. E’ ammessa tuttavia qualche eccezione, ma a condizione che rinunci “al sacrosanto diritto di farsi una famiglia, perché la donna maritata non può dare tutta la sua attenzione e la passione richiesta alla scuola”.

Pensieri assurdi, anacronistici, che trovano comunque anche oggi sostenitori in quegli elementi maschilisti che desiderano trovare la moglie in casa e a scuola continuano ad affidare incarichi ai maschi, sui quali si può fare maggiore affidamento.

Teresa Rauzino, non si accontenta di riportare ild ato, affonda gli artigli e trova che “la debolezza argomentativa del preside […] svela l’arcano della sua misoginia. E’ l’intelligenza delle donen a fargli paura”.

Il focolare, e la cura della prole sana e robusta sono le funzioni più importanti concesse alal donna del regime, mentre se è troppo intellettuale, secondo la visione del tempo, non riesce a svolgere neanche quei ruoli consegnati dalla tradizioni.

Trattando dei rapporti con le attività parascolastiche e dei rapporti con l’extrascuola, si ha modo di prendere atto del peso della scuola parallela svolta allora dalle organizzazioni fasciste come L’Onb e la G.l, incaricati della formazione culturale e fisica dei giovani. A ben guardare la loro funzione è paragonabile a quella svolata dai emzzi mass e multimetiali attuali che, insieme alle opportunità dic reascita cognitiva e sociale, presentano i rischi dell’indottrinamento, dell’omologazione, dell’anullamento delle coscienze.

Problemi dis empre presenti nelle istituzionis colastiche, copn la differenza che tra il Liceo Lanza del regime e i licei di oggi c’è di mezzo oltre mezzo secolo e che l’utenza non è più quella ristrezza della borghesia agraria, ma sempre più variegata.

Mi piace pensare che l’opera, la quale si avvale di un ricco corredo di fonti scritte, visive e orali pazientemente recuperatid all’autrice, non costituisca solo un’occasione per indugiare sulla grandezzo del Lanza, dando modo agli studenti che l’hanno frequentata di ristrovarsi, ma sottenda finalità di politica educativa, additando ai dirigenti del futuro che la scuola è soprattutto un mezzo di promozione umana e sociale, uno strumento di valorizzazione delle intelligenze, e agli studenti che la scuola è ambiente di apprendimento, “vivaio di relazioni umane” e di dialogo, vita, al fine di prevenire abbandono e assenteismo.

La storia del Lanza, e quindi della popolazione della Capitanata,  nella ricostruzione-interpretazione di Maria Teresa Rauzino vuole far riflettere in definitiva sugli errori del passato, per orientare il comportamento del presente, in modo che sia vitae magistra.

 

 

 

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Pubblicato da su 18 gennaio 2008 in Recensioni

 

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