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Ambienti ipogei: 1. La grotta di San Michele in Cagnano Varano

18 Gen

 

AMBIENTI IPOGEI:  LA GROTTA, DIMORA, LUOGO DI CULTO CRISTIANO E PAGANO E LUOGO DI RIPOSO ETERNO

1.  La grotta di San Michele in Cagnano Varano;

2.  Ipogei di Giardenera, Arena Daniele, Bagno, Pineto, Avicenna .

 

C’è ancora tanto da scoprire: la natura è un grande libro, che nasconde nel suo seno uno scrigno, miriadi di informazioni utili per conoscere il passato, orientarci nel presente e costruire progetti per il futuro, ma per poterlo leggere abbiamo bisogno di appropriarci di alfabeti adeguati, di coltivare il gusto della ricerca e  soprattutto la curiosità e la creatività. Il territorio di Cagnano per molti verso può definirsi ancora vergine, nel senso che non è stato sufficientemente esplorato, quindi non si conosce abbastanza. Poco si sa, infatti, della sua preistoria e della sua storia. In questo spazio cercherò di rimediare in parte a questa sorta di non curanza della storia, presentando alcuni tasselli importanti che trovano sede proprio in quelle cavità naturali e artificiali che hanno ospitato l’uomo nel corso della esistenza terrena, dalla culla alla bara, e che hanno continuato a costituire la sua dimora anche quando egli è passato ad altra vita. Mi riferisco alla grotta di San Michele e ai sepolcreti proto e paleocristiani, che insistono nel territorio di Cagnano Varano, un comune pugliese della provincia di Foggia. Non dispiaccia perciò al lettore intraprendere con me questo viaggio negli ipogei, ambienti sotterranei adibiti ad abitazioni, a sepolture e a luoghi di culto.

 

1.                La grotta di San Michele in Cagnano Varano

 Ubicazione  e descrizione

La grotta dedicata all’arcangelo San Michele è una cavità di natura carsica   con l’entrata esposta a sud, che prospetta sulla “Vasantagna”, ovvero su Valle dell’Angelo, e sul Canale di San Michele. Essa è ubicata nel territorio di Cagnano Varano, un paese di oltre 9 mila abitanti del Gargano Nord (Puglia), ai piedi della interessante laguna di Varano. ( carte allegate, Pianta) Prima di giungere a questa grotta consacrata, adibita nel tempo ad usi variegati, in prossimità dell’attuale bivio per il campo sportivo, il turista nota una croce in ferro, la quale è andata a sostituire la precedente, un tempo circondata da un cumulo di pietre. Era costume, per i pellegrini che si recavano al santuario, raccogliere un sasso e mirare la croce, per liberarsi dei propri peccati.

Cenni storici

La grotta di San Michele sul Varano è molto interessante dal punto di vista naturalistico, archeologico, storico e religioso. La tradizione vuole che sia stata visitata anche da San Francesco, allorché si recò al santuario in Monte Sant’Angelo, e da San Pio da Pietralcina. Oggi è meta del pellegrinaggio turistico e religioso: vi confluiscono infatti visitatori provenienti da ogni luogo mossi da interessi variegati. Abitata sin dal Paleolitico, come attestano i reperti litici e altri resti rinvenuti, anche da me negli anni 80 e 90, la grotta fu poi frequentata  in età neolitica e classica. In epoca medievale essa fu adibita al culto dell’arcangelo San Michele, ma prima ancora fu probabile sede di  culti pagani, come lasciano supporre tracce tuttora presenti. La pianta, il sito, gli altari e gli affreschi rupestri rinvierebbero a culti   mazdaico e mitriaco, romani e paleocristiani, mentre il bassorilievo di un tozzo serpente su un antico altare monolitico attesterebbe un preesistente culto longobardo.

I resti più antichi reperiti nella grotta e nelle sue adiacenze risalgono al Paleolitico Medio o Musteriano (30-40 mila anni). L’uomo si spostò allora verso le cavità naturali anche perché il Glaciale di Wurm era caratterizzato dai rigori climatici. In quell’era la regressione marina deve aver originato l’emersione di una vasta pianura che collegava il Gargano alle Tremiti, una pianura steppica, povera di vegetali. La Grotta di San Michele continuò ad essere frequentata nel Paleolitico Superiore, di cui si hanno più documenti. E’ stato ipotizzato che il freddo fosse ancora molto intenso, per cui gli insediamenti all’aperto erano forse solo a carattere stagionale. Insieme ad armi e ad utensili in pietra (raschiatoi e punte di lancia, schegge di selce), ossa di un cavallo selvaggio testimonianze della frequentazione preistorica dell’antro, sono state ritrovati frammenti di ossa umana, di ceramica e vetro, lucerne votive, attestanti la frequentazione successiva. Mancano purtroppo studi condotti con metodo scientifico. Occorrerebbe perciò riprendere i lavori, effettuare scavi oltre il pelo della pavimentazione per approfondire le conoscenze di questa grotta, una delle più importanti del Gargano dal punto di vista archeologico.

 

Descrizione

La spelonca è una cavità di natura carsica lunga m 52, larga dai 6 ai 15,60 m e alta dai 3 ai 7,20. La sua entrata è esposta a sud e prospetta sul canale di San Michele e su Valle dell’Angelo. Si accede alla grotta varcando la soglia di un cancello, alla sommità del quale è posizionata una nicchia che ospita la statua di San Michele. Questa statua, dono della famiglia Bocale del 1991, è andata a sostituire una più antica e di originale fattura, datata 1631 di Petranzeri, che è stata trafugata.

Dopo aver percorso un breve viale, costeggiato da aiuole e da odorosi oleandri, si giunge al piazzale antistante la grotta, ornato da una verde e fitta siepe, accanto alla quale si notano un pozzo-cisterna e un campanile, il quale chiamava i romiti alla preghiera.

La facciata della chiesa-grotta è costituita in gran parte da massi rocciosi dal colore grigiastro, su cui spiccano verdi rami di ficodindia, e da una liscia parete intonacata di bianco,  restaurata recentemente. L’entrata è protetta da un cancello di ferro battuto, anch’esso di nuova fattura, interesse della Comunità montana del Gargano (2002). Questo cancello è andato a sostituire quello del 1932 e la porta in legno datata 1898.

Dentro la grotta regnano profondo silenzio e lieve chiarore prodotto dalle luci e da qualche candela accesa dai devoti. Emergono chiaramente agli occhi del visitatore le bellezze dell’antro, costituite dal fenomeno del carsismo, dalle pareti cesellate da nicchie dalle forme spettacolari e singolari e dai colori cangianti, che variano dal bianco della roccia calcarea, al grigio, alle varie tonalità di verde, a seconda della luce. 

La pavimentazione è costituita da basole in pietra a base rettangolare. Su di essa emergono qua e là   stalagmiti e incisioni di mani e piedi, lasciate dai fedeli prima di partire  per la guerra o al ritorno da un’impresa difficile.

La volta della spelonca è contrassegnata anch’essa da cupole e da nicchiette naturali, da cui pendono piccole e numerose stalattiti, originate dallo stillicidio delle acque piovane.

 

  Gli altari

Nella grotta sono presenti tre altari: di San Michele, di San Raffaele e dell’Annunciazione. Solo il primo è anteriore al 1678, come risulta dall’appendix al Sinodo. Va ricordata però la presenza di un quarto altare, quello più antico, scolpito in pietra, che riporta l’effigie del volto di San Michele collocato sopra un tozzo rettile, situato a sinistra della porta d’accesso alla grotta, nella sacrestia.   Tale presenza lascia supporre che la grotta sia stata luogo di culto pagano. E’ noto che i Longobardi, prima della conversione, adorassero la vipera e che anche dopo essersi convertiti al Cristianesimo continuarono a convivere con antichi culti. Si presume perciò che questa grotta sia stata frequentata da uomini che praticavano usanze longobarde. L’ipotesi sarebbe confermata dai toponimi Fara presenti nell’area e da costumi tuttora in uso.  C’è da augurarsi che tale altare venga restaurato ed il tema dell’iconografia evidenziato.  

Sulle pareti di questo locale, fino a gli anni settanta i fedeli lasciavano traccia della loro visita:  iniziali del proprio nome e cognome, firma, pensieri, qualche segno, il contorno della loro mano. Poi la calce bianca ha cancellato tutto. Oggi, ad attestare la frequentazione dei fedeli provenienti da diversi angoli della Terra, è un grosso libro, sul quale ciascun visitatore appone le proprie generalità.

A sinistra della porta d’ingresso il visitatore nota , inoltre, un’acquasantiera a pila su base ottagonale. Conformazioni carsiche presenti dietro la pila accennano al motivo del toro presente nella leggenda dell’arcangelo San Michele. Sempre più avanti sulla parete sinistra è un’altra interessante congregazione calcarea raffigurante l’ala di San Michele.

Pressoché in fondo alla grotta, in posizione centrale, è situato l’altare maggiore, sovrastato da un’urna marmorea con quattro colonne, anch’esse di marmo, dai capitelli decorati, che custodisce la statua dell’Arcangelo, del XIX secolo, copia fedele di quella che si venera nella basilica di Monte Sant’Angelo.  La struttura marmorea, che custodisce il complesso scultoreo, fu eretta a devozione di Maria Donata D’Apolito fu Michelantonio nel 1929, mentre l’altare, anch’esso di marmo, venne fatto erigere dai cagnanesi e dai rodiani, sempre nello stesso anno. La balaustrata antistante l’altare, realizzata in cemento a colori, è stata offerta dai reduci di guerra negli anni 1940-43. Ai due lati dell’altare, paralleli e frontali, erano disposti due lunghi sedili in pietra. Oggi ve n’è solo uno, quella situato a destra di chi guarda l’altare, mentre quello di sinistra è stato rimosso per fare un po’ di spazio. 

Dietro l’altare, alcuni gradini scavati nella roccia consentono di accedere nella parte più buia dell’antro, la cui volta è contrassegnata da tante piccole stalattiti. In questo luogo si rinviene la cosiddetta “pila di Santa Lucia”, una interessante conca calcarea piena d’acqua, originata dallo stillicidio continuo, ritenuta miracolosa per la vista. I fedeli, infatti, intingono le dita nelle acque della pila e si bagnano gli occhi. Ai suoi piedi è il pozzo di Santa Lucia. La presenza dell’acqua è un elemento ricorrente e molto importante nel culto di San Michele, in quanto simbolo della vita, oltre all’elemento roccia, luogo dove è stato ricacciata satana, simbolo del male.

A destra dell’entrata, a pochi metri dall’ingresso, è l’altare di S. Raffaele, con baldacchino avanzato, che custodisce il complesso statuario, costituito dalla statua del santo, alta circa 80 cm, con una verga in mano, nell’atto di calpestare il simbolo del male, e da un cane, segno di fedeltà.

A sinistra della porta d’ingresso della grotta, più vicino all’altare maggiore, è l’altare dell’Annunciazione, più modesto, con statua della Madonna, dal volto soave, di circa 70 cm di altezza e con un angioletto sulla spalla sinistra. E’ stato ipotizzato che i due altari, riconvertiti, siano di probabile ordine romanico, come attesterebbero la croce gemmata e le formelle. Il complesso dell’Annunziata ricordebbe una statua acefala rinvenuta a Vieste nella prima metà di questo secolo, che rappresenta Venere e Cupido; mentre San Raffaele farebbe pensare ad Asclepio, anch’egli con tirso in mano e accompagnato da un cane, il dio greco della medicina fulminato da Zeus per timore che sottraesse gli uomini alla paura della morte. 

Gli affreschi

Sulle pareti della grotta si notano tracce di pittura su roccia di epoca imprecisata. A sinistra è l’affresco di un Crocifisso con ai piedi Maria e Maddalena, molto rovinato. A destra ci sono gli affreschi dei Quattro evangelisti (?), indecifrabile, dei Tre personaggi aureolati e della Madonna con bambino. Per quest’ultimo è stata ipotizzata l’origine in epoca paleocristiana. Sono evidenti la Madonna con il manto rosso, come voleva la tradizione orientale mariana, una omega e altri cristogrammi.

L’affresco a destra, dopo l’ingresso, risulta particolarmente interessante. Si riescono a distinguere tre personaggi: al centro è il Cristo con tunica rossa, affiancato da un lato forse da Santo Stefano, il protomartire dei cagnanesi, e dall’altro da un personaggio, aureolato anch’egli, forse Pacomio, monaco basiliano. 

Questa specie di dittico rupestre è stato concepito sì da sembrare un evangelario aperto. Mentre la pagina a destra risulta quasi totalmente cancellata, sull’altra ben si scorgono tre personaggi aureolati. Certamente la figura centrale rappresenta un Cristo con rotolo. La tunica che riveste le divine membra, è virgolettata in rosso a squame di pesce. Pare così che l’anonimo autore dell’affresco abbia voluto proporre la simbologia cristologica più antica congiuntamente a quella medievale. Il vestimento del Redentore e del Santo, che lo affianca da destra, ricalca la moda romana. Il Santo addita il maestro con la destra, mentre nella sinistra accoglie un globo contrassegnato da linee spezzate. Sormonta la sfera una TAU con orbicolo. Lo speciale simbolo lascia intendere che il compagno sia il Precursore o il Protomartire. A favore della seconda ipotesi interviene il fatto che esiste una straordinaria rassomiglianza tra il personaggio iconografato accanto al Redentore nella grotta di Varano ed il Santo Stefano che si ammira sia nella cattedrale di Sens (Francia) sia nella cripta di San Lorenzo a Fasano. (…). Di più si dice che stefanu in greco vuol dire ‘corona’ e ‘corona’ è chiamato l’orbicolo che è al culmine della T sovrastante il globo. Inoltre non si può dimenticare che il Protomartire da tempo immemorabile è tra i santi Protettori di Cagnano Varano. Affianca ancora il Cristo un santo frate che regge in mano un libro, forse le Regole”.2 Non si riesce a ben comprendere l’identità del personaggio, tuttavia tra il Cristo e il monaco si legge la scritta PACOM(IO). Secondo Guida, studioso di San Marco In Lamis, questa pagina di pittura potrebbe risalire al XIII secolo. Tale datazione sarebbe supportata anche dalla decorazione arabeggiante, composta da archetti semplici intrecciati, posti sulla parte superiore dell’affresco. Il messaggio proposto dall’autore dell’affresco sarebbe il seguente “sangue e sofferenze hanno concorso alla piena affermazione del Cristianesimo nel mondo”.

Queste  pitture rupestri sono molto importanti e andrebbero meglio studiate e restaurate. Gli affreschi sono  infatti importanti sia dal punto di vista storico, sia dal punto di vista religioso, essi testimonierebbero che la grotta è stata sede di culto in età romana e paleocristiana. La grotta,  inoltre, secondo Guida, presenta tracce di culto mazdaico e mitriaco, come confermano la pianta e il sito stesso. Il santuario destinato al culto di Mitra era infatti sotterraneo, o quasi, di pianta rettangolare, con due banchi laterali per i fedeli e con l’altare situato nel mezzo per l’immolazione del toro, con il sangue del quale veniva irrorato l’iniziando. In fondo era collocata di solito la figurazione a rilievo o pittorica di Mitra che uccide il toro.

Dal mese di maggio 2002 in prossimità dell’altare maggiore i fedeli leggono impressa nella roccia della grotta calcarea l’effigie di San Pio da Pietralcina. Sembra che il fatto non sia nuovo dato che negli anni del secondo conflitto mondiale questa grotta pare che questa grotta sia stata   prescelta dal padre di Pietralcina, come attestano fonti orali.

 

Il culto micaelico nel Gargano: 29 settembre e 8 maggio due date significative

Per tutto il Medio Evo, fino agli anni che hanno preceduto il boom economico, (che nei paesi del Meridione d’Italia si può ascrivere agli anni sessanta del 1900), nel Gargano fu molto vivo il culto di San Michele Arcangelo, la cui ricorrenza cade ancora oggi due volte l’anno e precisamente l’8 maggio e il 29 settembre. Le date sono significative, sia sul piano economico, sia sul piano religioso. L’8 maggio, di tradizione garganica e longobarda, ricorda l’Apparizione dell’Arcangelo e la vittoria del 662 sulle truppe dell’imperatore bizantino Costante II; il 29 settembre, data più antica e più prestigiosa,  commemora la “dedicazione” della basilica romana. San Michele, che lo scenario collettivo identifica con l’eroe a cavallo che lascia impressi nelle grotte i segni del suo passaggio (la sua ala, l’impronta dell’equino), è il messaggero e il simbolo della potenza di Dio: egli è taumaturgo, guaritore per mezzo dell’acqua, vincitore del demonio, da lui respinto nelle viscere della terra, perciò egli è tuttora venerato nelle grotte, dove spesso è andato a sostituire antichi culti pagani. Il popolo garganico si rivolgeva a lui soprattutto per tenere lontani dalla greggi la temuta peste e i terremoti, grossi flagelli di fronte ai quali l’uomo medievale era davvero impotente.

Il complesso statuario riflette i canoni della scultura tipica dell’Arcangelo eseguita dai “sammichelari”,   mostrando un santo adolescente, dotato di ali, che indossa una corta tunica di stile longobardo e un manto che discende dalle spalle, che calza sandali o calzari. Il braccio destro ripiegato dietro il capo sostiene una spada, che sembra intimorire il drago o diavolo. Una catena lega lo spirito del male al piede sinistro dell’Arcangelo, che calpesta il suo petto. Il volto del santo ha un’espressione serena ed è incorniciato da riccioli, che scendono sul collo. La testa è arricchita da una corona terminante con una croce, mentre il braccio sinistro sorregge uno scudo con la scritta “Quis ut Deus?” (Chi come Dio?)

Il demonio  assume le vesti di un animale (serpente, toro, drago) dalle orecchie appuntite e dalla bocca aperta, che lascia intravedere i denti, mentre la fronte è solcata da profonde rughe. Simbolicamente il piano verticale del complesso statuale, occupato dal santo,  suggerisce l’idea del bene, il piano orizzontale nel quale è collocato il diavolo,  quella del male. L’immagine di San Michele nell’atto di mettere in guardia il demonio significherebbe il tentativo di far trionfare il Bene sul Male, il Cristianesimo sul Paganesimo.

Le fonti del culto micaelico nel Gargano si rinvengono nel “Liber de Apparitione” e ne “La vita di San Lorenzo”. Alle prime tre apparizioni dell’Arcangelo: episodio del Toro, episodio della vittoria, episodio della dedicazione, che si sono verificate a breve intervallo l’una dall’altra, nell’Alto Medioevo, si è soliti aggiungere quella relativa all’episodio della liberazione dalla peste de1656, allorché l’Arcivescovo Alfonso Puccinelli chiese aiuto all’Arcangelo, durante la diffusione della peste.

 

Il senso delle due date

Le date dell’8 maggio e del 29 settembre,  sono state emblematiche per gran parte delle popolazioni che si dedicavano nella maggior parte all’attività dell’allevamento. E’ noto infatti che la pastorizia è un’attività molto antica, praticata anche in epoca romana nelle nostre terre. In epoca moderna tale attività è stata intensificata con la fida forzosa sui pascoli applicata dai reali di Spagna. Nel XV secolo, con gli Aragonesi, infatti, quando in Puglia andò in vigore quell’amministrazione speciale chiamata “Dogana della mena delle pecore”, la transumanza fu resa obbligatoria per incrementare le entrate fiscali della Corona e le terre del Tavoliere furono destinate al pascolo. Perfino i feudi dei privati furono riservati ad uso del fisco per un periodo di otto mesi all’anno e precisamente dal 29 settembre all’8 maggio.  Il Gargano, prescelto a Riposo dal re Ferrante d’Aragona, non fu esente da tale politica fiscale. Per pastori  perciò tali date erano molto significative, esse segnalavano l’inizio e il termine della transumanza: a settembre i pastori abruzzesi scendevano con le loro greggi nei pascoli pugliesi e garganici, mentre a maggio  facevano ritorno in montagna, alla ricerca di verdi pascoli. Per impinguare le casse dello Stato, Alfonso d’Aragona impose la fida forzosa sui pascoli a tutti i proprietari di animali che svernavano nei pascoli pugliesi, impedendo ad essi la vendita dell’erba agli animali che erano di solito venire d’inverno nella Puglia. Creò, inoltre, una fitta rete viaria, comode e ampie strade delimitate da muri a secco (tratturi di 60 passi), per agevolare il transito degli ovini.  Il 29 settembre i locati abruzzesi scendevano con le loro pecore, passando per la Dogana per registrare il loro gregge e ricevere il pascolo loro assegnato. L’8 maggio, tali locati percorrevano la strada del ritorno con le loro greggi, effettuando una sosta alla ben nota fiera di Foggia per vendere i prodotti dell’allevamento e pagare le tasse al fisco, presso la Regia dogana.

  

 Il significato di queste date di natura eminentemente economica, politica e fiscale,  non contrasta col significato religioso e con il culto dell’arcangelo, sta invece a testimoniare che esse furono mutuate dalla tradizione agricolo-pastorale delle popolazioni primitive, affinché il culto raggiungesse anche la componente più povera, oltre che più numerosa della società. Non dimentichiamo che il Cristianesimo faticò a penetrare nel Gargano, dove persistevano culti pagani.

Michele divenne col tempo il Santo dei potenti e degli umili. Al capo delle milizie celesti si rivolgevano i pastori e gli agricoltori, affinché egli proteggesse gli animali, non facendo mancare erba e acqua, perché tenesse lontano la carestia, le malattie e in particolare la peste. I contadini e i pastori collocavano perciò la statua del Santo ovunque: all’ingresso delle loro masserie,  sulle porte d’accesso alle antiche città, lungo i crocicchi delle strade, nelle farmacie e in edicole lungo le vie o davanti alle proprie abitazioni, come si può notare in diversi casi ancora oggi.

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 Culto importato dall’Oriente per diffondere il Cristianesimo.

Il culto di San Michele nel Gargano, importato dall’Oriente fra il V e VI secolo, fu poi largamente coltivato dai Longobardi convertiti alla religione cristiana, e quindi diffuso.  Si narra che l’imperatore Zenone (474-491)  abbia inviato  a Siponto il vescovo Lorenzo Maiorano di origine bizantina, al fine di far penetrare la cultura orientale nell’Italia meridionale. Allo stesso Maiorano sarebbe attribuito il merito  di aver promosso la rinascita spirituale dell’area,  attraverso la diffusione del Culto di San Michele e la nascita del santuario omonimo in Monte Sant’Angelo.

Nel VII secolo  i Longobardi, dopo che ebbero la meglio sui Bizantini, si appropriarono del culto. Si narra di una vittoria militare ottenuta proprio grazie all’aiuto di San Michele in una battaglia combattuta alle pendici del Gargano verso il 650. In seguito a quella vicenda, il popolo longobardo si convertì al Cattolicesimo e si intensificò la frequentazione del santuario di San Michele Arcangelo in Monte Sant’Angelo. Nell’ VIII secolo il culto del Santo si  propagò in Francia, fino a “Mont Saint Michel au péril de la mer”.

I cristiani del medioevo effettuavano lunghi pellegrinaggi  per riscattare i propri peccati, percorrendo itinerari sacri: Santiago de Compostela, Gerusalemme,  il Gargano, le più significative. Il pellegrinaggio nel Gargano è sorto e si è diffuso grazie alla presenza della Grotta dell’Arcangelo e alla evoluzione del culto micaelico. Il Gargano fu allora meta obbligata per ottenere la salvezza di chi, proveniente dall’Occidente, doveva imbarcarsi poi per la terra Santa. I pellegrini s’inserivano in genere nello stesso percorso, lungo la “via” dei Longobardi, detta “sacra”,  che  passava per Benevento, svolgendo un ruolo importante nel Sud Italia, tra X e XI secolo.  Il pellegrinaggio andava effettuato in gruppo, perché la confessione, la dichiarazione dei propri peccati, l’espiazione doveva essere pubblica. I diversi centri benedettini disseminati nel Gargano promossero anch’essi il culto micaelico, anzi se ne servirono per favorire l’evangelizzazione in aree dove era molto diffusa anche la presenza slava.  

In epoca medievale durante il pellegrinaggio era frequentata anche la litoranea Adriatica che, dopo Vasto, lasciava la costa, entrava in Larino, proseguiva a sud di Lesina, raggiungeva poi San Nazario (Sannicandro), passava per il territorio di Devia, Civitella, Fara e San Nicola Imbuti (ad ovest della laguna di Varano), costeggiava la riva meridionale della laguna e attraversava Valle Sant’Angelo, dove si trova il Santuario di San Michele in Cagnano Varano. Quindi proseguiva per Via dei Pozzi, ancora in territorio di Cagnano, si dirigeva verso Carpino e, attraversati i boschi, giungeva a Monte.

Alla “via sacra”, che tagliava il Gargano trasversalmente, si ricongiungevano anche le strade, le valli o i tratturi degli abitati del Gargano Nord.   La presenza della Grotta di San Michele lungo Valle Sant’Angelo, in territorio di Cagnano, quella di Grotta dell’Angelo, in Sannicandro Garganico, nei pressi dell’interessante città di Devia, il Convento di San Francesco, voluto dal frate di Assisi, mentre si recava in pellegrinaggio a Monte, (di cui resta un rudere a Sud del centro storico di Cagnano Varano), lasciano supporre che vi fosse un itinerario sacro anche in questa zona del Gargano.

Da Cagnano, più precisamente dalla valle di San Francesco i fedeli potevano raggiungere il Santuario di San Michele in Monte Sant’Angelo percorrendo Valle San Giovanni, Romingero, Valle Mascione e Bosco Quarto, con Valle Pezzente (il cui toponimo è emblematico) e Valle Ragusa. Quindi ci si immetteva nella “via sacra Langobardorum”, ai piedi di Monte Sant’Angelo. C’erano anche tracciati alternativi che partendo da Cagnano, confluivano a Bosco Quarto: Giardeneri, Rivolta, Falcare; oppure  Giardeneri, Valle Sbaccio, Falcare. Si poteva raggiungere la Via Sacra, inoltre, percorrendo la strada per San Giovanni Rotondo, attraversando Valle San Giovanni, Romingero e Valle Fedele. Anche quest’ultimo toponimo è significativo.

L’itinerario che conduceva a Monte Sant’Angelo si collegava anche alle direttrici di traffico internazionale, per cui il Santuario di San Michele nel Gargano divenne presto meta di tutta la cristianità medievale.  Sulla base della documentazione in possesso e della presenza ancora viva del pellegrinaggio alle grotte dell’Arcangelo San Michele delle cittadine garganiche di Monte Sant’Angelo e di Cagnano Varano,  si può affermare che il culto del santo abbia svolto ampie funzioni  sociali, economiche e culturali.  Esso ha  contribuito sicuramente alla formazione della cultura cristiana europea occidentale: i diversi tracciati, gli ospizi disseminati lungo le strade, i monasteri, le chiese, che consentivano ai pellegrini di ristorarsi, hanno agevolato il costituirsi di una nuova coscienza nell’uomo cristiano.

 

 Da Montesant’Angelo il culto s’irraggia nei centri garganici specie a Cagnano

Il culto di San Michele in Cagnano Varano, deve essere stato mutuato da quello coltivato in Monte Sant’Angelo. Tale ipotesi sarebbe dimostrata dalle seguenti constatazioni: nel 969 il feudo di Cagnano fu concesso in beneficio al Santuario di San Michele in Monte Sant’Angelo; nell’ XI secolo, quando i Normanni subentrarono ai Longobardi e ai Bizantini, Cagnano fu suffeudo del monastero di San Giovanni de Lama (oggi San Matteo, in territorio di San Marco); nel XII secolo il monastero di San Matteo, Cagnano e altri feudi e/o casali, restarono compresi nelle terre dell’Onore di Monte Sant’Angelo. Ritengo, pertanto, che dovette essere naturale e facile diffondere anche tra gli abitanti di Cagnano, come del resto in altri centri garganici, il culto di San Michele, ormai radicato nella cittadina di Monte.

Se ci poniamo poi la domanda: Perché soprattutto a Cagnano? La risposta credo sia di natura  geografica. Va considerato infatti  che i luoghi di culto erano per antichissima tradizione antri cavernosi contrassegnati dalla presenza di sorgenti e la grotta di Cagnano comprendeva entrambi questi elementi.

Probabilmente nell’XI secolo la grotta di San Michele in Cagnano Varano, era già adibita a luogo di culto micaelico, come lascia ipotizzare la citazione della stessa e della Chiesa di San Michele in una Chartula offertionis, firmata in Devia nel marzo 1054. Per certo si sa che nel 1678 la chiesa di San Michele  fu  meta  dell’arcivescovo V. M. Orsini durante la sua visita pastorale.  

Secondo la tradizione orale cagnanese, l’Arcangelo è passato per la grotta di Cagnano dopo essere fuggito da San Marco, perché non era stato ben accolto, prima di recarsi a Monte, dove avrebbe fissato definitivamente la sua dimora. La leggenda vuole, inoltre, che all’ingresso della grotta l’Arcangelo abbia lasciato le impronte del suo cavallo e, sulla parete sinistra della caverna, traccia delle sue ali. Si tramanda, inoltre, che mentre proseguiva il suo viaggio per Monte Sant’Angelo, Egli si sia fermato alla fontana di San Michele, una sorgente situata sulla collina dirimpetto al centro storico di Cagnano, per dissetarsi. Per tradizione si vuole, infatti, che San Michele, stanco ed assetato, abbia cercato ristoro nella zona: “si inginocchiò, posò le mani a terra per avvicinarsi con la bocca all’acqua, quando all’improvviso sgorgò dalla roccia per davvero dell’acqua fresca e pura”. Così è nata la sorgente detta di San Michele, che per secoli dissetò la popolazione di Cagnano, finché arrivò l’acqua dell’Acquedotto Pugliese. Più avanti, proseguendo il suo cammino per Monte, giunse in un bosco, dove trasformò una pozzanghera in piscina, poi denominata “Piscina di San Michele”. L’acqua  ritorna dunque anche nella tradizione orale del luogo, a dimostrazione della fondamentale importanza di questo bene primario, senza il quale sarebbe stata la miseria per tutti.

 

La fiera di San Michele a Cagnano Varano

Sebbene la grotta di San Michele in Cagnano non abbia alle spalle un passato glorioso, dal momento che non vanta visite di principi e di papi, come quella fin troppo antropizzata della vicina Monte Sant’Angelo, essa ha tuttavia svolto un ruolo significativo sul piano storico-culturale e religioso.   Sicuramente è da tempo meta di pellegrinaggio, concorrendovi molti fedeli provenienti dalla provincia, dal Gargano e da ogni angolo del mondo.  Considerata la consistente affluenza, il decurionato del comune di Cagnano Varano nel 1843 decise di istituire una fiera destinata ad avere poi enorme importanza economico-culturale, nei giorni 8 maggio e 29 settembre di ogni anno, le due date significative per la transumanza. L’allora sindaco Giuseppe Palladino, nel presentare richiesta al sottintendente, si espresse nel modo seguente.

Si ricorda che l’8 ricorre la festività del glorioso arcangelo San Michele protettore del Gargano, festa di doppio precetto; che in Cagnano e precisamente nella grotta si vuole per tradizione esservi stata la sua apparizione, che vi è una cappella a lui dedicata, che vi è un gran concorso di fedeli vicini. Si ricorda che il 10 ricorre la festa del protettore di Cagnano, San Cataldo. Quindi per tre giorni si farà festa. Durante la fiera gli animali potranno trovare freschi e abbondanti pascoli per la stagione primaverile.

Venti anni dopo la richiesta fu rinnovata e fu sollecitato il prefetto della provincia affinché elargisse un decreto di approvazione,

abbondando in questo municipio l’industria armentizia e l’istessa abbondanza si riscontra in quasi tutti i municipi del Gargano, in modo che i proprietari per venderli sono costretti a menarli nelle fiere che celebransi in luoghi lontani: Cagnano è il centro del Gargano dove agevolmente possono concorrere gli animali di tutti i paesi.

Le prime fiere a Cagnano Varano si effettuarono nello spazio antistante il Palazzo baronale, lungo la strada Coppa e via Mercato; poi si svolsero dietro il cimitero vecchio, oggi chiesa di San Francesco; quindi nel fondo del Puzzone, vicino alla grotta di San Michele e nelle adiacenze della “casetta roscia” dell’ANAS.

La fiera divenne occasione di festa per tutta la cittadinanza: il giorno di San Michele accorrevano numerosi fedeli alla grotta di Cagnano, dal momento che si tramandava che vi fosse apparso l’Arcangelo Michele; si incontravano allevatori, pastori e garzoni, interessati e coinvolti alla compravendita. Donne, uomini, bambini giungevano con i carretti, con gli asini e a dorso del mulo, ma anche a piedi dai comuni vicini, per acquistare e per vendere.

Alle giovani e ai giovani la fiera e in genere le feste patronali offrivano l’opportunità per poter uscire di casa e per trovare il compagno della propria vita. I bambini le attendevano con ansia, dal momento che potevano farsi finalmente una scorpacciata di noccioline americane, di torrone e di caramelle. La fiera si celebra tuttora a Cagnano in occasione delle feste patronali, che cadono nei giorni 8-9 e 10 maggio.

 

Tra presente e futuro

La grotta di San Michele in Cagnano Varano, come si è accennato, riveste anche una notevole importanza naturalistica e storica oltre che archeologica, perché attesta il fenomeno del carsismo e la frequentazione sin dall’età della pietra. Dal 5 maggio 2002 in questa grotta si è registrato un nuovo evento:   sulla parete rocciosa a destra della porta d’ingresso, in prossimità della navata centrale ove è posizionata la statua dell’Arcangelo, i fedeli  hanno individuato impresse ben  tre immagini del Santo Padre Pio da Petralcina, che qui pare abbia voluto scegliere una nuova dimora. Da quel giorno l’affluenza  alla grotta di San Michele in Cagnano V. è  decisamente più intensa.

La grotta dell’Arcangelo a Cagnano è frequentata oggi dai visitatori, che giungono da ogni dove, chi mosso da interessi archeologici, storici o naturalisti, chi spinto dall’impulso religioso. Essa è aperta al pubblico ogni giorno e merita senz’altro una visita. Nei giorni delle feste patronali vi accorre una gran folla e si può assistere alla santa messa. Non mancano i fuochi di artificio. Tutti gli altri giorni invece si può effettuare una visita in raccoglimento e in solitudine.25

Negli anni 1998-1999 con i cofinanziamenti della Comunità montana del Gargano e della U. E. dei progetti P. O. P., sono stati avviati dalla Ditta Sanzone, i lavori di recupero e di valorizzazione della grotta di San Michele in Cagnano Varano. Tale intervento rientra nel Progetto del Culto Micaelico ed è stato reso possibile anche grazie all’interessamento della Comunità montana del Gargano. Sono stati previsti l’impianto di illuminazione elettrica della grotta e dell’area esterna, la ristrutturazione dell’arco esterno, la sistemazione del viale, l’asportazione del cancello posto all’ingresso del santuario e la sua collocazione davanti all’ingresso esterno al viale, il restauro della parete esterna e l’ampliamento dell’entrata. I lavori sono stati ultimati nell’anno 2002/2003, dando modo  al turista che ha visitato il santuario di San Michele di ristorarsi e riposarsi approfittando dei servizi, del chiosco e delle panchine collocate intorno e alla sommità della grotta, godendo altresì della vista della laguna di Varano. 

Nei giorni 22-23 aprile del 1999, in occasione della rimozione del sedile in pietra a sinistra dell’altare di San Michele,  è stato effettuato lo sbancamento del materiale di riporto, ivi depositato probabilmente alla fine del XIX secolo.  E’ venuto alla luce altro materiale interessante, atto a confortare le ipotesi della frequentazione pressoché continua della grotta. Si tratta di schegge di selci dal colore nerastro, grigio e nocciola; di resti di utensili quali asce a mano, raschiatoi, punte di frecce; di lucerne e anforette, di materiale grosso e fine, anche verniciato in nero, spesso in piccoli pezzi; vetri decorati, anch’essi rotti, e frammenti di ossa. Sarebbe opportuno fare analizzare tali reperti ed esporli in una bacheca, protetta da un vetro, per farli conoscere alle scolaresche e ad altri visitatori. Da una lettura superficiale i resti rinvenuti rinvierebbero alla Preistoria, al Bronzo, alle epoche Ellenistica e Dauna.

 (continua)

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Pubblicato da su 18 gennaio 2008 in luoghi della memoria

 

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