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Donne garganiche

30 Dic
Omaggio Alle Donne Garganiche, art. Leonarda Crisetti, Il Gargano nuovo
In occasione dell’8 marzo vorrei ritagliare uno spazio e destinarlo alla celebrazione delle donne del Gargano, donne lavoratrici, donne che fino agli anni 60, in assenza  dei servizi igienici e dei comfort attuali, dovettero far fronte a mille incombenze, sottoponendosi alla fatica del bucato e del pane, alla provvista di legna ed acqua; donne impegnate a “spigolare” grano nei campi già mietuti anche negli ultimi mesi della gravidanza (con i neonati avvolti ‘nda li pannucce). Donne vichesi e rodiane, impegnate a seccare cortecce d’arance e a commerciarle, donne cagnanesi intente a salare il pesce. Donne garganiche che quotidianamente, al suono della trombetta, dovevano vuotare i canteri pieni nel carro botte; donne lavandaie che lavavano i panni sporchi  della propria famiglia e di quelle dei ricchi; donne che attingevano acqua alle cisterne, ai pozzi e alle sorgenti situati lontani dal paese; donne impegnate nel ricamo, nel cucito, nella filatura e nella tessitura di tessuti e di reti per costruire attrezzi da pesca. Donne che a fine 700 erano abbruttite dalla sporcizia e dalla miseria, come attesta anche Manicone in La fisica Appula. Donne che, oltre a tutte le succitate faccende, erano intente a svolgere il ruolo di figlia, di moglie e di madre, senza dover contravvenire alla  censura, alle regole imposte da una cultura androcentrica, che le voleva relegate in casa. Donne impegnate in attività sommerse, in lavori faticosi ma non retribuiti e pertanto non riconosciuti, destinate perciò al posto di subordinate, soggiogate all’uomo, l’unico che all’inizio del novecento vide riconosciuti alcuni diritti, perché portava a casa il soldo. Grazie a questa risorsa femminile, tuttavia, molti progressi furono conseguiti da tutta la società garganica.
 
Le donne cagnanesi furono in alcuni casi protagoniste di sommosse popolari, come accadde negli anni  del fascismo, allorché  furono spinte dalla miseria a ribellarsi contro lo strapotere del podestà e per questo si meritarono l’arresto, seguito da condanne detentive. Era il 1941 quando queste donne, in assenza dei mariti impegnati nel secondo conflitto mondiale e dilaniate dalla povertà, scioperarono per la fame: si recarono in massa all’ex municipio e tentarono di scacciare il podestà, fecero poi un lungo corteo e sfilarono lungo le vie del paese. Molte di esse furono arrestate e condotte al carcere di Lucera. C’erano tra quelle, la signora Nannina, che portò con sé in prigione anche la sua bambina, Lucia, Carolina, Graziella… Giangualano Maria. Quest’ultima era un’attivista che prima di partecipare allo sciopero aveva scritto una lettera molto interessante ed accorata al Duce, chiedendogli aiuto per sé e per la sua bambina:
 
"Sono povera, assai povera, la mia casa è tanto oscura perché vi regna la miseria e insieme la tristezza. Sono infinitamente impressionata nel sentire la morte di vostro figlio Bruno e con angoscia pensavo al dolore vostro e della famiglia tutta. Fra questi pensieri misi alla luce una bambina che diedi il nome di  Bruna: la mia povera Bruna già sente freddo; guardandola pensavo fra me: E’ bella, è vispa, ma non posso ben fasciarla e coprirla, solo col mio affetto e col mio latte ho da farla vivere! Con grande meraviglia questa notte ho sognato un giovane forte e ardito; io avevo fra le mie braccia la mia cara Bruna e questo mi disse: Addio! E poi sparì.
Duce, nostro buon Duce, abbiate un pensiero per me e per la mia bambina.
Con grande venerazione vi saluto”.
 
Ma questo suo appello accorato e il tentativo di blandire il Duce non furono sufficienti dato che  la signora Maria partecipò allo sciopero contro la mancanza di viveri.  Nella storia cagnanese va ricordato anche il caso singolare della zia Giovannina, figlia del calzolaio Teopista, che nel 1946 con la prima amministrazione postfascista ricoprì la carica di assessore alla pubblica istruzione. Per le votazioni del 31 marzo 1946 elaborò un testo che personalmente presentò in un comizio elettorale e che attesta la sua fede convinta nel partito comunista. Di questo comizio   vi presento qualche passaggio, che ci permette si conoscere meglio il personaggio:
 
“- Proletari, …non fatevi ingannare dalla borghesia… che approfittando della vostra ignoranza vi presenta la croce di Cristo per rubare il voto. … Adesso si presentano a voi chiamandovi compari e vi promettono chissà quale miglioramento sociale, ma dopo che gli avrete messo le briglie nelle mani vi sapranno comandare e ben scudisciarvi. … Domandate a codesti ingannatori perché al loro tempo vi fecero bastonare, togliendovi ogni diritto di vota civile Vi fecero incarcerare perché  reclamavate per la molitura del grano perché la fame picchiava alla porta del vostro stomaco e a quella delle vostre innocenti creature. Domandate a questi nuovi compari, loro si nutrivano con solo 150 grammi di pane al giorno? Domandate se non vestivano sempre di vigogna e calzarono sempre scarpe di vitello. Le cattive conseguenze della guerra le pagarono solamente i poveri, quelli cioè che non volevano la guerra. … Quindi, mio caro proletariato, quale miglioramento potrete ottenere voi se mandate all’amministrazione sempre quei tali gaudenti che non sanno cosa sia soffrire? Cosa sia la fame? Cosa sia avvolgere il corpo di cenci quando soffia la tramontana, cosa sia scivolare per le vie con pesanti zoccoli? Il grano, l’olio del povero lavoratore veniva ammassato rigorosamente. Dei lavoratori venivano requisite le case, le campagne e i tribunali gremivano di questa povera gente. Le paure e le minacce erano il compenso della fame. I gaudenti spensierati avevano pieni i magazzini e si mercanteggiava pure a negozio nero. … 
 
 La zia Giovannina conseguì il diploma magistrale, ma non l’abilitazione perché, rispettosa della sua ideologia, non si è voluta sottomettere alle regole del regime, che prevedevano il tirocinio a scuola, tirocinio che senza la tessera fascista non si poteva effettuare. Così la zia Giovannina continuò ad esercitare privatamente, a fare l’infermiera, la fotografa e a militare in politica, organizzando incontri sindacali nei quali poter affrontare i problemi dei lavoratori e militando nel P.CI., partecipando insieme al padre pressoché analfabeta, il quale se la portava dietro “perché sapeva parlare bene”. Si riunivano allora nelle grotte, che non mancavano in paese, data la natura carsica del territorio, per non farsi scoprire. La zia Giovannina aveva idee larghe per quei tempi, non si sposò, ma adotto due bambini: Mario Paolino (che seguendo le orme della madre adottiva fu militante attivo del P.C.I. per circa mezzo secolo a Cagnano Varano) e Rita.
 
Un esempio di emancipazione, soprattutto se pensiamo che gli eventi si riferiscono agli anni trenta/ quaranta e che operava in un contesto storico in cui le donne si tenevano a debita distanza dalla politica. Comunista convinta e dichiarata, alla sua morte avvenuta nel 1952, non è riuscita a ricevere il sacramento dell’estrema unzione, perché a quel tempo i comunisti erano scomunicati dalla Chiesa. Fu così che la zia Giovannina, dopo aver militato tanto, per  veder migliorare la condizione dei cittadini del proprio paese, dopo un giro per Cagnano, fu accompagnata al cimitero, senza essere potuta entrare nella casa di Dio.
 
La storia garganica è segnata anche dalla tragedia e insieme dalla rinascita economica causata dal fenomeno dell’emigrazione, come attesta il caso di Natina, una  storia simile a molte altre in cui molte donne avranno modo di potersi rispecchiare. Il contesto storico ci porta questa volta agli anni sessanta/settanta.
 
Natina nasce a Cagnano Varano  da una famiglia modesta e numerosa (sette figli) nel 1949, un anno di crisi, come ricordano quelli del posto, perciò stenta a soddisfare il bisogno della fame. La mamma per poterla  nutrire  è costretta ad allungarle il latte con l’acqua. A 11 anni Natina è già sotto  gli alberi a raccogliere le olive, veloce, allungando entrambe le mani e ritirandole con ritmo frenetico, proprio come fanno le galline sotto la spinta della fame. Nonostante la sua debolezza e gracilità, deve riempire alla svelta il cesto, altrimenti il proprietario non la fa lavorare il giorno successivo. A 14 anni  è alla “Saleria”, un’industria di conservazione del pesce, dove lavora, 10- 12 ore al giorno, anche se non in maniera continuativa. A 17 anni emigra in Svizzera, insieme ai suoi fratelli maggiori. 
 
Finalmente recupera alcuni chili, potendo mangiare banane, cioccolata e latte. Anche qui lavora a cottimo, soddisfacendo contemporaneamente la domanda di tre ditte. Confeziona merletti da mane a sera e per diverso tempo svolge l’attività a domicilio perché deve accudire a che a due bambini: il suo e quello della sorella. S’impegna con tutta l’anima per farsi apprezzare e soprattutto per non farsi dare dello “zingaro”, appellativo che gli svizzeri in quegli  anni riservavano a molti italiani. Ricorda che si angustiava molto quando leggeva sulle vetrine dei ristoranti e su qualche parete la scritta: – Via i cani dalla Svizzera, pensando che l’espressione era riservata agli italiani.
 
Alla nascita del secondo bambino, Natina è costretta a lasciare il più grande al paese natio presso la famiglia materna. Da quel momento, soprattutto al sabato, allorché cessa il ritmo frenetico del lavoro e può concedersi di pensare interamente ai figli, Natina  si ritrova a versare fiumi di lacrime, accusa forti dolori alla testa, è triste e si sente in colpa per questa forzata separazione.
 
Finalmente, dopo aver messo da parte quel tanto che basta per costruirsi un nido e avviare un’attività lavorativa, Natina e il marito fanno ritorno a Cagnano. Natina però soffre ancora una volta. Dopo 10 anni d’emigrazione fatica ad adattarsi: Cagnano non è più come l’aveva lasciato, sono cambiati i rapporti tra le persone, il modo di trascorrere il tempo libero, non c’è più quella coralità di un tempo. Via via si adatta anche a questa nuova realtà, ma soprattutto non accusa più il mal di testa  dal momento che la famiglia è riunita. Ora Natina ha 55 anni e continua a lavorare insieme al marito nella sua piccola azienda, per mettere da parte qualcosa per i figli, per sentirsi utile e, forse, inconsciamente, per farsi perdonare il fatto di essere stata lontana dai suoi bambini negli anni più importanti, i primi anni di vita, quelli che sembrano condizionare il resto dell’esistenza
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Pubblicato da su 30 dicembre 2007 in personaggi garganici

 

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