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corso-concorso dirigente: un saggio bocciato

30 Dic

 

Corso- concorso 2005: Saggio (consegna)

Apprendere nella complessità richiede nuove interpretazioni dell’azione formativa. Il candidato illustri come le recenti riforme organizzative e ordinamentali della scuola hanno modificato compiti e ruoli nel sistema scolastico, soffermandosi a tratteggiare la figura professionale del dirigente scolastico nelle sue potenziate responsabilità e competenze. Il saggio da sviluppare dovrà consistere in un percorso espositivo-argomentativo sintetico, coerente, pertinente, personale.

 

La società multiculturale, globale, tecnologica e conoscitiva contemporanea, quella che i sociologi definiscono “liquida”, perché poco coesa, “in rete”, “sotto assedio”, la società complessa, a causa delle mille sollecitazioni e interazioni, pone sul tappeto questioni che richiedono ben mirate e audaci risoluzioni.

I governi da soli si sentono impotenti, fanno sistema con le istituzioni, conferiscono loro parte dei loro poteri, dotandole di strumenti idonei per assumere nuove responsabilità. La scuola viene quindi investita di una nuova autorità per risolvere i problemi dell’integrazione e del lavoro attraverso la formazione.

Con il regolamento dell’autonomia DPR 275/99, attuativo della Legge Bassanini n° 59/97, l’istituzione scolastica apre i cancelli e si dirige per sola comunità – non senza difficoltà- per accogliere le opportunità che essa offre, firmando protocolli d’intesa, accordi e convenzioni, fruendo della “aule decentrate”, per offrire risposte sempre più a misura del soggetto che cresce e del contesto.

La complessità della società globale, che mette tutto a disposizione di tutti, rivoluzionando le coordinate spazio-temporali, richiede una formazione decisamente più robusta e completa, rivolta alla persona globalmente considerata. Una formazione che non si dispiega solamente nelle fasi dell’età evolutiva e che si estende al ciclo di vita, affermandosi come long live learning.

Da un apprendimento e da una programmazione di stampo comportamentista, basato sulla logica lineare causa-effetto, si passa a forme di apprendimento più coinvolgenti e sistemici che riflettono la visione ecologica dello sviluppo. U. Bronfenbrenner in L’ecologia dello sviluppo umano afferma infatti che la crescita della persona è il risultato delle interazioni con i “mondi di vita” (famiglia, scuola, mondo economico, mass e multimediale), che il soggetto influenza e da cui è influenzato.

Un apprendimento che risente delle lezioni di Piaget e di Bruner che vogliono l’alunno personalmente impegnato a costruire la conoscenza, di quella di Vygotskij che, attribuendo importanza al linguaggio ritiene che esso modelli il pensiero, della lezione di Freud e di Erikson che riscopre il significato della dimensione affettiva, del pensiero di Ma slow fautore della teoria di bisogni, lasciando affiorare il valore della motivazione. Apprendimento che prende atto delle “formae mentis” individuate da H. Gardner e quindi degli stili e modalità preferenziali si apprendere.

Principi e teorie, quelli emersi dagli studi socio-psico-pedagogici, che stanno orientando la programmazione per obiettivi, quella che ha avuto tanto successo ed è ancora la più diffusa, verso la progettazione e la modularizzazione dei processi d’insegnamento-apprendimento.

Uscita dall’autoreferenzialità e in rete con il mondo socio-economico-culturale, la scuola autonoma – luogo degli apprendimenti intenzionali e sistematici- fa sistema agendo sulle diverse maglie della rete, valorizzando il “proprium”, costituito, appunto, dalla formazione.

E’ ormai superato il modello della scuola intesa come luogo di trasmissione delle conoscenze, dato che, anche a causa della rapida mortalità dell’informazione utile, i cittadini abbisognano di nuove competenze. Se la società impone di cambiare lavoro, la scuola deve insegnare a cambiare – così si argomenta ed è così che la pensa anche Dahrendorf in Quadrare il cerchio.

Una scuola che promuove l’individualizzazione e la personalizzazione, utilizzando gli strumenti offerti dal Regolamento dell’autonomia, dalla legge n° 53 del 28 marzo 2003 e decreti attuativi della Riforma, in primis dal DPR n° 59/2004, incentrati sui principi della ologrammaticità, sussidiarietà, nonché dai decreti n° 59/98 r 165/2001 che affidano ai capi d’istituto insieme alla dirigenza delle scuole, nuovi compiti e responsabilità.

I programmi vengono sostituiti dalle Indicazioni Nazionali per i pani personalizzati, i cicli dell’istruzione e della formazione vengono ristrutturati, le Unità didattiche sono sostituite dalle Unità di apprendimento, è istituito il portfolio delle competenze individuali, il modulo cede il passo all’èquipe pedagogica, il docente coordinatore cura costantemente i rapporti con le famiglie, con il territorio e con il dirigente, l’orario annuale si piega sulla base delle esigenze delle famiglie e delle condizioni socio-ambientali, i Piani dell’offerta formativa sono integrati alla luce delle nuove disposizioni, la continuità si fa orientativa, la valutazione è anche di sistema.

Uno dei punti di forza, quello che a mio avviso meglio può agire in direzione della qualità dell’istruzione e dell’educazione, è costituito dalla didattica laboratoriale decisamente rinvigorita dalla Riforma e dai nuovi ordinamenti. Laboratorio come ambiente di apprendimento in grado di unire la mente e la mano, di coniugare teoria e prassi, di recuperare il dualismo di stampo umanistico e gentiliano che, privilegiando l’intelligenza linguistica, sottovaluta i linguaggi “dal collo in giù”. Didattica laboratoriale che prende atto dell’hidden curriculum (curricolo nascosto), degli stili conoscitivi, delle conoscenze e competenze acquisite anche negli ambienti educativi informali e non formali, didattica che motiva e impegna, dando modo all’istituzione di contrastare il “re nero” dell’autonomia, costituito a parere di Frabboni dalla dispersione.

Didattica laboratoriale non più confinata nelle attività pomeridiane e nei progetti, ma che attraversa tutte le discipline, che ha il privilegio di collegare teoria e prassi, di favorire il possesso di conoscenze, abilità e competenze, di far “imparare ad imparare”, di far riflettere su come procede il pensiero quando pensa, attivando i dispositivi ermeneutico, investigativo, interpretativo. Competenze e metacompetenze utili al cittadino del terzo millennio per non rimanere ingabbiato, per non essere manipolato, per potersi integrare sul piano sociale e lavorativo, per poter dialogare con le “cultura altre”, valorizzando le differenze.

Il laboratorio come spazio socio-cognitivo ma anche socio-affettivo che contrasta il ben noto e diffuso fenomeno dell’“evaporazione” delle conoscenze, dato che queste sono mediate dall’esperienza.

Alla realizzazione di questo progetto – persona, che rinvia a Maritain, a Rosmini, ma anche ad Aristotele e a Socrate, concorrono i docenti e i dirigenti della formazione che, maieuticamente agevolano il passaggio dalla potenza all’atto, dalla capacità alla competenza, in modo dinamico, per tutta la vita.

Sul manager della formazione sono state elaborate le metafore del “giardiniere”, dell’“architetto”, del “buon timoniere”. A me non dispiacerebbe – anche per il principio delle pari opportunità- assumere la metafora della “padrona di casa”. Sensibile ed intuitiva, saggia ed organizzata, vissuta e preparata, questa donna, quando invita a pranzo gli ospiti, non li costringe a mangiare ciò che piace a lei, in un ambiente poco ospitale e dal punto di vista igienico e relazionale, né trasmette ansia, lasciando trapelare che non vede l’ora che vadano via. Al contrario, questa manager della casa s’informa preventivamente sui gusti dei suoi invitati, è attenta, cura il suo modo di fare e il suo modo di essere in modo che siano coerenti, ascolta e lascia parlare, usa la voce calda, rende il soggiorno il più gradevole possibile. Questa donna al contempo è tenuta a “tener conto” e a “dare conto”, dato che abita in condominio.

Ecco, il dirigente, alla luce del D lgs 29/1993, che getta le basi della privatizzazione del rapporto d’impiego per vincere le sfide della globalizzazione e dell’integrazione, alla luce della normativa degli ultimi cinque anni e della Riforma Moratti, che fanno della scuola uno degli elementi sia pure importante della poliarchia formativa volto ad offrire le più ampie opportunità in vista della resilienza educativa degli alunni, alla luce di tutto ciò il dirigente della scuola deve anzitutto rendere accogliente la sua istituzione, affinché la “clientela” avverta di trovarsi nel posto giusto e dispieghi il suo potenziale al massimo livello.

Il profilo del dirigente è dunque molto mutato sotto molti aspetti, si fa più consapevole della centralità del fattore umano, delle relazioni attivate all’interno e all’esterno dell’istituzione. Un profilo consostanziato di una profonda cultura generale, di tecniche curricolari-progettuali, di capacità gestionali e organizzative, ma soprattutto relazionali, nonché di orientamento ai valori.

Al dirigente è oggi richiesto il possesso delle tecniche della comunicazione, della negoziazione, della costruzione di sinergie e del consenso. A tal fine egli cura l’informazione, stimola l’effettiva partecipazione, ricorre alla sua sensibilità, per prevenire e superare conflitti.

Per incrementare il servizio sul piano della qualità, il dirigente valorizza gli attori che operano nell’istituzione, che egli rappresenta unitariamente e di cui risponde degli esiti.

Il dirigente, consapevole del fatto che i docenti costituiscono il nodo grosso della rete, li valorizza, ricorrendo ai sistemi premianti contemplati dalla normativa e a gratificazioni verbali. Gli insegnanti, infatti, costituiscono una variabile dipendente del processo formativo degli alunni e della qualità del sistema, per il fatto che predispongono, attraverso le progettazioni, le caratteristiche dell’istruzione, premurandosi affinché esse siano coerenti con la “matrice cognitiva” di chi apprende- come vuole Bruner. Essi, inoltre, curano le dimensioni affettiva e relazionale, creando in questo modo le premesse per lo sviluppo del pensiero convergente e divergente.

Il nostro manager della formazione nel curare le relazioni umane (che si estendono dagli alunni, ai docenti, alle famiglie, ai soggetti che condividono l’offerta formativa) si ispira alle teorie dell’organizzazione del lavoro. Adotta la leadership democratico-umanista volta a privilegiare la persona, si pone in ascolto, dà fiducia, stimola la cooperazione e la condivisione, assume la logica dell’organizzazione che apprende, attraverso la disponibilità e la comunicazione, partecipando l’informazione, responsabilizzando ad ogni livello anche attraverso la delega.

Un punto qualificante della funzione delineata dall’art. 21 Dpr 165/2001 credo consista proprio nel conferimento dei poteri di coordinamento e valorizzazione delle risorse umane. Per incentivare collaborazione e responsabilizzazione, il dirigente attiva un buon sistema di comunicazione, curando i messaggi veicolati con il linguaggio verbale e non verbale, i quali devono essere coerenti, ricordando – come afferma la scuola di palo Alto- che la vera comunicazione si realizza nel responso, tenendo conto dell’enorme peso dei linguaggi paraverbali e mimico-gestuali.

Un buon sistema di comunicazione riesce a creare sinergie e a convogliarle verso il fine condiviso dell’istituzione, promovendo al contempo la crescita degli allievi e la visibilità-credibilità dell’istituzione.

Il manager dell’istruzione e dell’educazione nonché della formazione conosce le regole dell’organizzazione del lavoro. Scarta la teoria dl taylorismo che, paragonando l’uomo alla macchina produttiva , misconosce la sua essenza di essere pensante e relazionale, e accoglie quella delle “relazioni umane” di Mayo, nonché quella sistemica di von Bertalanffy e quella della cooperazione proposta dalla sociologia.

Sa anche che in un’organizzazione le situazioni conflittuali sono naturali e opta per una gerarchia meno forte, dove la realtà è meno conflittuale.

Teorie che guidano il dirigente della scuola autonoma, il quale è consapevole del legame che passa tra soddisfazione – motivazione – senso di affiliazione – produttività, la stessa interdipendenza che lega negativamente insoddisfazione – assenteismo – estraneamento -abbassamento del livello di prestazione e/o trasferimento.

Per favorire l’apprendimento nella società globale e complessa, il dirigente agisce anche sull’organizzazione degli spazi, dei tempi, dei raggruppamenti- come vuole il regolamento. Sollecita la formazione in servizio dei suoi operatori, la valutazione e l’autovalutazione formativa, volta a prendere atto di ciò che emerge, al fine di porre rimedio e imprimere la giusta rotta al suo “veliero”. Coglie le opportunità offerte dalla “rete” scolastica e dall’e-learning tramite la piattaforma Punto Edu dell’INVALSI.

Promuove la cultura dell’organizzazione favorendo il passaggio dalla cultura “della presenza” e “del precedente” a quella “del risultato” e “dell’innovazione” – come afferma Crozier in L’impresa in ascolto.

Sceglie i collaboratori, concorre alla determinazione delle funzioni obiettivo e dei gruppi di lavoro, orientato dall’obiettivo di realizzare la scuola della qualità che in sintesi, a mio avviso, consiste soprattutto nel consentire all’alunno di crescere serenamente in virtù, conoscenza e competenza.

Capitali, quelli che la scuola consente di accumulare, spendibili nel mondo del lavoro e in quello sociale-civile-etico per edificare un mondo migliore, basato sulla comprensione – solidarietà – rispetto tra i popoli.

Empowerment, che consente all’organizzazione di accrescere i talenti valorizzando l’impegno degli altri, responsabilizzandoli sui rischi e ricompense connessi alle decisioni assunte, decision making (capacità di assumere decisioni) e decision by values (orientamento ai valori e alle motivazioni) sono strategie utili anch’esse alla scuola non più trasmissiva, ma orientativa e proattiva.

La dimensione progettuale – non va dimenticato- è alla base della logica dell’autonomia: andando a riempire sotto certi aspetti il vuoto creato a livello centrale attraverso il decentramento, essa responsabilizza e dà modo al dirigente di caratterizzare in modo originale l’offerta formativa della sua scuola.

 

N.B.: L’elaborato presenta espressioni e segni "a latere" apportati dalla commissione durante la correzione.

 

Ecco il giudizio espresso:

Criterio 1 padronanza dei temi affrontati. Ampiezza delle conoscenze possedute. Scala a 5 intervalli: inadeguata (p.0), adeguata solo in parte (p.1), accettabile (p.2), buona (p.3), ottima (p.4):

Indicatore 1a pertinenza del contenuto alla traccia: accettabile (punti 2);

Indicatore 1b Compiutezza della conoscenza dimostrata: accettabile (punti 2);

Indicatore 1c interpretazione critica (ragionata) dei temi sviluppati: accettabile (punti 2);

Criterio 2 Qualità dell’articolazione del testo e delle relative argomentazioni. Scala a 5 intervalli:

Indicatore 1a Concatenazione logica delle argomentazioni: accettabile;

Indicatore 2b Originalità dello sviluppo argomentativo: accettabile.

Criterio 3 Qualità forma espositiva Scala a 5 intervalli

Indicatore 3a Chiarezza ed efficacia espositiva: adeguata (2 punti);

Indicatore 3b Correttezza morfosintattica e padronanza lessicale: adeguata (2 punti).

 

Giudizio analitico:il saggio risulta insufficiente.

 

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Pubblicato da su 30 dicembre 2007 in psicopedagogia

 

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