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Società globale e conoscenza

29 Dic

 

SOCIETÀ GLOBALE E CONOSCENZA

Il proliferare delle informazioni, il progresso della scienza e della tecnica, la globalizzazione dell’economia, l’intensificarsi dei flussi migratori impongono ai governi nuove scelte, al fine di fronteggiare le sfide della società in movimento, multiculturale, tecnologia, conoscitiva, individualista, “liquida” e  disorientata.

Il cambiamento in atto invita la scuola, la più significativa istituzione sociale incaricata della istruzione e formazione, a rivedere le proprie strategie operative, l’organizzazione, il rapporto con il mondo del lavoro e con i saperi.

E’ superato soprattutto il modello di scuola intesa luogo di trasmissione delle conoscenze utili per tutto l’arco dell’esistenza, dato che svolgere un lavoro per tutta la vita pare costituirà l’eccezione, mentre la regola induce a pensare che bisogna imparare a cambiare lavoro.

Se la società impone di dover cambiare più volte lavoro nel corso della vita, la scuola è costretta ad imprimere una nuova rotta al suo veliero, insegnando anzitutto a cambiare. Periodi di lavoro intenso, si alterneranno a part time e a disoccupazione, l’addestramento precederà l’occupazione- è così che la vede Dahrendorf in Quadrare i cerchio, 1995. L’educazione si pone come longlife learnuing, intervallando studio e lavoro, riflessione e pratica per tutta la vita.

Il mondo del lavoro chiede più formazione sia a livello di U.E., sia di OCSE, per superare le sfide del mercato globale e vincere la concorrenza USA, Giappone, Cina, promovendo il possesso degli alfabeti informatici.

Il mondo dell’educazione chiede più formazione per promuovere l’equità, vedendo rispettati i diritti di ciascuno, contrastando l’omologazione e la sopraffazione (Frabboni, 2001).

Insegnare e apprendere. Verso la società conoscitiva di Cresson (1995), Nell’educazione un tesoro, di Delor, si sostiene l’importanza dell’intervento umano nella ricerca e nella formazione per favorire l’occupazione, la competività, la coesione sociale.

La conoscenza assume particolare rilievo nella società conoscitiva, dato che essa incrementa la produzione e l’occupazione, favorendo l’integrazione, scongiurando il rischio di una nuova stratificazione che divide quelli che sanno, pensano, producono e interpretano e coloro che non sanno, eseguono, fruiscono e consumano. Chi possiede la conoscenza (linguistica, informatica in particolare) sembra che sarà avvantaggiato. La comunicazione svolgerà un ruolo fondamentale per produrre, far circolare idee- com’emerge dal libro bianco. Gratificazione economica e sociali si misureranno, pertanto, in base alla distanza dalla conoscenza.

I governi europei, preso atto della inadeguatezza dei propri sistemi educativi, da circa un decennio sono impegnati in una politica di riforma, volta a fare della scuola il luogo privilegiato dell’apprendimento attivo, aperto, continuo, permanente.    Una scuola che, comunque, dilata le sue pareti e apre i cancelli, dirigendosi verso il territorio e accogliendo le opportunità che esso offre, firmando protocolli d’intesa con soggetti partner, istituendo l’alternanza scuola-lavoro.

Per adeguare la proposta formativa alle esigenze della società conoscitiva, necessita assumere a scuola il primato dell’istanza matetica su quella didattica. L’insegnamendo deve agire, pertanto, in direzione dell’apprendimento, un “imparare ad imparare” per tutta al vita.

Funzioni essenziali della scuola del 21 secolo sono dunque: l’orientamento al lavoro, l’integrazione sociale, lo sviluppo personale, tramite la socializzazione di esperienze, valori, tradizioni e la conquista dell’autonomia.

Tra gli obiettivi da promuovere: l’acquisizione di nuove conoscenze, l’avvicinamento della scuola all’impresa, la lotta alla dispersione e all’esclusione, il possesso di tre lingue straniere, l’investimento su materiali e formazione.

La scuola oggi promuove sia la cultura generale, una formazione polivalente che comprende capacità utili per fronteggiare le trasformazioni in atto, quali quelle di comprendere e di esprimere valutazioni, investendo i saperi di letteratura, filosofia, scienze e tecnica, sia l’attitudine al lavoro, acquisendo le conoscenze a abilità necessarie. Per ridurre il divario tra quelli che pensano e quelli che fruiscono, di fatto emarginati, questa scuola f issa traguardi di competenza

Conoscenze e competenze si accompagnano pertanto all’educazione alla responsabilità, all’impegno, alla condivisione, all’interculturalità, alla pace: una base culturale ampia che si ripropone nel ciclo della vita.

A fronte della funzione trasmissiva della scuola tradizionale e dell’ insegnare ad apprendere della scuola della società industriale, la scuola contemporanea s’impegna a svolgere una funzione proattiva- come sostengono Alessandrini e Criozier– considerando la formazione capacità di interrogarsi e porre problemi, e non solo di risolverli, di orientare e creare ruoli, oltre che adattarsi a quelli stabiliti dalla tradizione e/o imposti dalla società che cambia.

Il problema si sposta allora sulle strategie utili ad una scuola popolata da una utenza diversificata e da bisogni variegati. Una scuola plurale e formalmente consapevole delle interconnessioni tra cultura generale  e formazione all’occupazione, tra scuola e impresa, parità dei diritti e parità delle opportunità formative. Una scuola che accoglie il principio di don Milani e dei fautori della descolarizzazione, della scuola alternativa e non direttiva di “dare di più a chi ha di meno” o anche della Riforma Moratti  quando recita “non uno in meno”, una scuola che previene i fenomeni della dispersione e della devianza, rinnovando gli approcci pedagogico-didattici.

Per garantire il successo al maggior numero possibile di studenti, per migliorare la qualità e vincere le sfide della competizione, questa scola sposa la logica della flessibilità, adeguando i piani di studio alla realtà socio-culturale attuale, alle esigenze della singola persona, rifiutando comunque la tendenza tecnocratica, che vorrebbe sostituire vecchie discipline con nuovi insegnamenti ed accentua la specializzazione negli studi.

Il modello tecnocratico intende il sapere come tecnica utile a dominare i bisogni immediati e  contingenti. L’alfabetizzazione informatica, sotto questo profilo, si risolverebbe in insegnamento di tecniche di programmazione, mentre essa diventa cultura, mezzo di crescita e di formazione, quando fa apprendere che i computer restano strumenti utili a dare risposte ai problemi posti dall’uomo. Per cavalcare il cambiamento -si argomenta- non sono sufficienti  aggiornamenti e nuovi contenuti. La scuola promuove invece la formazione dell’uomo intero, dalla personalità equilibrata armoniosa, e non uno specialista unilaterale. Di fronte a cambiamenti rapidi, la specializzazione non risulterebbe quindi la carta vincente.

La strategia della flessibilità vuole che la scuola s’impegni sul fronte della ricerca e della sperimentazione, che insegni ad apprendere in modo che il soggetto imparare a fare da sé per il resto della vita, senza lasciarsi condizionare dalle mode.

La scuola non deve inseguire la società, che cambia in fretta, sull’onda di mode passeggere, ma deve governare il sistema culturale attuale, correggendo gli equilibri esistenti. Il vero problema da risolvere- secondo Postman- “è quello della conservazione, non quello dello sviluppo “, dato che sappiamo cambiare e non sappiamo conservare. Solo rifacendosi alla tradizione, si riesce ad avere finalmente un punto di riferimento, dal quale osservare il cambiamento e resistere al tentativo di cancellare ogni memoria. (Ecologia dei media 1982)

Per controbilanciare il modello tecnologico, che punta troppo sulla massificazione culturale e sullo specialismo, alcuni studiosi propongono di recuperare il modello umanistico della cultura, inteso come Bildung, facendo appello all’humanitas dell’uomo, che non perde di vista le qualità della vita e quindi di sviluppare se stesso.

Dietro il dibattito della riforma, secondo una scuola di pensiero si cela, pertanto, il conflitto dei due modelli, tecnologico e umanistico della cultura, mettendo a rischio il destino dell’uomo e il futuro della civiltà umana.  Con la flessibilità curricolare, allora, s’invita a considerare la realtà presente al fine di superarla.

Lo sviluppo della conoscenza della società contemporanea, pone, inoltre, problemi di natura epistemologica, riguardante l’attitudine ad organizzare la conoscenza e ad utilizzarla per il bene comune. A tal fine Morin propone una riforma del pensiero, da attuare a livello paradigmatico (La testa ben fatta, 2000), accompagnata dall’ indispensabile riforma dell’insegnamento.

Bisogna al contempo considerare che esiste uno iato tra realtà, caratterizzata da problemi trasversali, pluridisciplinari e globali, e scuola, dove continuano a farla da padrone i saperi disciplinari parcellizzati, che impediscono di vedere il tessuto che connette e caratterizza i fenomeni della vita.

La riforma dell’insegnamento, allora, deve far riflettere sia sulle negatività e improduttività di un sapere disciplinare e nozionistico poco articolato, sia sul bisogno della mente umana di contestualizzare e integrare, ricostruendo il tutto,  di ricostruire personalmente la conoscenza, filtrata in un dato tempo e in una determinata cultura.

Per formare menti aperte, critiche e originali capaci di cavalcare l’onda del cambiamento, Morin suggerisce alla scuola sette saperi fondamentali: la metaconsocenza, (vale a dire la capacità di riflettere su come procede la mente quando pensa); i principi di una conoscenza pertinente (in grado di far cogliere le relazioni tra la parte e il tutto); insegnare al condizione umana (riunendo e organizzando le conoscenze delle scienze naturali, umane, letterarie e filosofiche e mostrando il carattere di complessità della propria e altrui identità); insegnare il destino planetario e interdipendente del genere umano, accomunato da medesime minacce (guerra, fame, disastri ecologici); affrontare l’incertezza attraverso strategie che consentono di affrontare i rischi , modificandone l’evoluzione con le informazioni acquisite, abbandonando la visione lineare e deterministica della storia; insegnare la comprensione degli uomini orientandosi verso un mondo di pace, senza razzismo e disprezzo delle culture “altre”; insegnare l’etica del genere umano, volto a promuovere un ethos mondiale, un’etica comune nell’era della globalizzaizoen (Boff, 2000).

Le accresciute conoscenze e la rapida mortalità delle informazioni utili richiedono da parte del docente la selezione dei contenuti. Già Quintiliano  ricorda che non è importante la quantità, ma la qualità, quando afferma “non mula sed multum”. Approfondire la disciplina non significa ritenere a mente un gran numero di particolari ma, come insegna Bruner, favorire l’appropriazione della struttura, delle idee chiave, concetti, linguaggi, in modo che lo studente possa ritenere più a lungo e operare transfer, facendo così economia. Lo psicopedagogista americano, accogliendo la visione pansofica comeniana, ritiene inoltre che si possa insegnare “tutto a tutti”, purché in maniera “intellettualmente onesta” e propone il “modello a spirale”, che offre all’alunno la possibilità di ritornare sui problemi, seguendo la logica delle discipline, una struttura correlata alla matrice cognitiva di chi apprende, com’emerge in La sfida americana, 1969.

Lo sviluppo intellettuale è infatti influenzato dai modi di rappresentare il mondo che, secondo Bruner, sono costituiti dall’azione, dall’immagine e dal simbolo (Verso una teoria dell’istruzione, 1976). A questi tre modi Olson ne aggiunge un quarto, rappresentato dalla valenza degli atti esecutivi dei media. L’esperienza culturale dei media- precisa Olson in Linguaggi, media e processi educativi- modella la mente, conferendole peculiari proprietà.

Ad agevolare l’acquisizione e lo sviluppo delle conoscenze  soccorre anche la didattica breve di Ciampolini, la quale prevede alcuni nuclei essenziali disciplinari. La didattica breve. Insegnare a studiare in meno tempo per una formazione a qualità totale, 1993.

Il medium culturale, quale campo dia attività esecutiva, si colloca tra la rete concettuale individuale e la rete concettuale disciplinare. Siccome i media influenzano il pensiero e le abilità, le materie d’insegnamento vanno inquadrate sotto questo profilo. Le discipline diventano strumenti utili al raggiungimento di obiettivi specifici (conoscenze e competenze) e generali, di finalità formative, attivando e sviluppando abilità, capacità,c comportamenti. Obiettivi da fissare sulla base di una valutazione diagnostica, analizzando i prerequisiti degli alunni.

Se le discipline sono esaminate in rapporto agli obiettivi afferenti al sapere, sape fare ed essere, esse da una parte forniscono le conoscenze sulla realtà, dall’altra producono abilità, vale a dire metaconoscenze, ovvero informazioni sui processi attivati per realizzare la conoscenza (Olson, 1979). Le discipline sono allora prodotti, corpi organizzati di verità (Dewey) e processi, modi attraverso i quali l’alunno impara e costruisce l’informazione. Il linguaggio, la metodologia, gli sturmenti, i modelli disciplinari sono il campo di esercizio, il terreno atto a sviluppare le abilità.

Ogni disciplina utilizza i media per ricostruire il proprio settore di conoscenza: stampa, computer, grafici, diapositive, film, macchina fotografica, libri, … , veicolano pertanto con i propri linguaggi i messaggi, sviluppando abilità e aspetti dell’intelligenza (Messina, Lineee di ricerca didattica. 1982)

I contenuti disciplinari servono a sviluppare concetti, metodologie di pensiero, abilità implicate e richieste dai media e dai relativi sistemi simbolici.

C’è, poi, il problema didattico di adeguare la struttura della disciplina alla matrice cognitiva, individuando procedure di apprendimento e metodi di insegnamento volti a rendere manifesta la struttura mentale di chi apprende, consistente in concetti linguaggi, abilità posseduti, acquisiti anche in modo informale e non formale. Va ricordato che l’alunno che giunge anche alla scuola dell’infanzia ha già una sua visione del mondo.

La società conoscitiva delineata richiede che venga abbandonata la struttura verticistica e gerarchica del sapere e l’assunzione della logica reticolare, anche in considerazione del fatto che i confini delle discipline si fanno sempre più sfumati.

Nella nostra società cambia persino la stessa nozione di conoscenza, intesa oggi come rete di esperienze individuali e collettive in evoluzione, dato che ogni persona è impegnata a costruire e a rivedere la conoscenza mediante le operazioni di analisi, sintesi, induzione, deduzione abduzione, sviluppando le metacompetenza, effettuando continui aggiustamenti per tutta la vita (Bocchi e Cernuti, Educazione e globalizzazione, 2004)

La scuola ha il compito di ricucire, integrare le esperienze realizzate dagli studenti nei vari mondi di vita, dai quale viene influenzato e che egli influenza (Bronfenbrenner, Ecologia dello sviluppo umano, 1986), contribuendo al modello dello sviluppo sostenibile, per contrastare le nuove povertà materiali e intellettuali, facendo interagire innovazioni tecnologiche e valori morali, in modo tale da produrre esiti di produttività, solidarietà, sicurezza, partecipazione e responsabilità.

Wilson, ritenendo che la nuova disuguaglianza sociale sarà delineata sulla base dell’inclusione/esclusione all’accesso alle bio, ciber e nano tecnologie, prospetta che il costo degli esclusi si tradurrà in ulteriore emarginazione, delineando lo scenario di questo nuovo problema etico-sociale. E’ stato notato un abisso tra tecnologia ipertrofica e sviluppo sociale ipotrofico, che sono pochi coloro che traggono vantaggio dalla tecnologia- denuncia Castells, in Volgere di millennio, 2003– ma si può e si deve realizzare il cambiamento attraverso l’informazione. La conoscenza in definitiva va orientata verso la promozione dello sviluppo sociale, e quest’ultimo coinvolge sinergicamente tecnologie e valori umani. L’uomo della società conoscitiva riuscirà a vivere e a lasciar vivere, ad amare e ad essere amato- continua Castells– se le persone attive e informate sapranno comunicare tra loro, se l’impresa si assumerà le responsabilità sociali, se i media verranno usati come strumenti e non come fine, se i politici riporranno la fiducia nella democrazia, se la cultura si formerà a partire dall’esperienza, se l’uomo coltiverà la solidarietà e rispetterà la natura. La conoscenza non è quindi disgiunta dalla virtù e i saperi scolastici devono orientarsi verso queste scelte, perché al di sopra dell’ oeconomicus e technologicus è ancora una volta l’humanitas dell’uomo- almeno secondo i benpensanti.

 

 

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Pubblicato da su 29 dicembre 2007 in psicopedagogia

 

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