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San Nicola Imbuti, cellam e idroscalo della Grande guerra

29 Dic

 

 

 San Nicola Imbuti  sul Varano

 

tratto da, una ricerca storica della prof. Leonarda Crisetti e classe 3 B,

curata dall’associazione culturale L’ALTERNATIVA, Tip. Lauriola, 1995

Cenni storico-geografici

Il viaggiatore non distratto che costeggia la riva occidentale della laguna di Varano, rimane impressionato, colpito dalla presenza di manufatti pressoché centenari, testimoni singolari, benché fatiscenti, della storia di San Nicola Imbuti, San Nicolay dello Imbuto, oggi  meglio conosciuto come San Nicola Varano, nel punto in cui una lingua di terra ai piedi del bosco San Nicola (versante orientale di Monte Devia) si getta nelle acque, [come risulta dalla foto], delineando appunto la forma dell’imbuto, da cui ha tratto la denominazione in epoca medievale. Il sito dista dal comune di Cagnano Varano (di cui fa parte) circa 10 km.

La vicinanza dalle Isole Diomedee, da cui dista poco più di 12 km, costituisce uno dei motivi fondamentali per cui San Nicola Imbuti divenne pertinenza del complesso monastico benedettino, ricco e importante, che in passato ha svolto importanti funzioni politico-culturali e religiose, ordine rappresentato nel Gargano dalla badia di Tremiti e da Kàlena (Peschici).

Dal punto di vista morfologico, tutto il tenimento dell’Imbuti si presenta come una collina molto dolce digradante verso la laguna, la cui altitudine varia, passando da 0-2 m a 40-50 mt s.l.m.. Gli edifici, che insistono sull’area, sono oggi circondati da piante e arbusti tipici della macchia mediterranea, mentre poco distante da essi tra piantagioni di fave e di ortaggi, emerge la coltura specializzata dell’olivo.

Nella zona manca un’idrografia superficiale, mentre all’interno della penisoletta, in riva alla laguna si nota la presenza di due sorgenti, che sicuramente deve avere inciso nella scelta del sito da parte dei benedettini, che vi si insediarono tra XI e XII secolo.

Dal punto di vista antropico, lo scenario dell’Imbuti è oggi occupato dall’ex Idroscalo intestato ad Ivo Monti, costituito da una trentina di edifici stile coloniale, che versano in uno stato di degrado, tranne una palazzina, restaurata cinque anni or sono e – purtroppo-  non resa funzionale, tanto da meritarsi l’appellativo di “cattedrale nel deserto”. Edifici maestosi, ben allineati, collocati intorno a Viale Irene, che dimostrano la grandiosità del progetto, realizzato nel secondo decennio del XX secolo, per contrastare gli attacchi austriaci provenienti dalla sponda opposta dell’Adriatico. L’area di San Nicola Varano nella parte più elevata ospita i resti della chiesa di Santa Barbara, edificata nel 1918-20 per favorire il culto agli ufficiali e a tutto il personale, che dimorava nell’idroscao.


La presenza di un importante tracciato in epoca romana

Nel sito di San Nicola Imbuti sono presenti evidenti tracce di frequentazione medievale, mentre andrebbero effettuate ricerche riguardo a insediamenti preesistenti. E’ possibile, infatti, supporre che il monastero di San Nicola sia nato su una preesistente villa romana. E’ certo che nella Roma imperiale l’area di San Nicola Imbuti era raggiungibile, percorrendo una strada proveniente da Teanum Apulum, vicino al Fortore, nei pressi di Lesina, e proseguente per Fara (poco distante da Imbuti). E’ stato ipotizzato che questa strada in epoca romana abbia svolto importanti funzioni politico- economiche, collegando antiche città e ville- fattorie insistenti nei “municipia” del Gargano nord: Teanum Apulum (San Paolo Civitate), Lesina, Civitella (Sannicandro G.co), Avicenna (Cagnano-Carpino), Monte Civita (Ischitella), dove di lì a poco sarebbero sorti i relativi comuni.


Nel Medioevo: Le migrazioni del tardo impero e durante la dominazione bizantina

Dopo il V secolo, in seguito alle invasioni barbariche, diversi centri abitati del Gargano insistenti lungo la costa e le vie di comunicazione, si spopolarono per ragioni di sicurezza, mentre piccole comunità, i Casali, cominciarono a nascere nei luoghi più sicuri dell’entroterra. I Bizantini, che dominarono ancora per lungo tempo il Gargano settentrionale e orientale, si adoperarono per far rifluire la vita nei luoghi abbandonati, favorendo l’immigrazione dai Balcani e la ripresa economica dell’area considerata. Fu poi la volta dei Longobardi, i quali s’impossessarono di vasti latifondi e presero a controllare l’economia del territorio, presidiando strade importanti e costruendo Fare che, da istituzioni familiari organizzate militarmente e politicamente, finirono col rappresentare tenute agricole.

Situata lungo l’importante direttrice proveniente da Civitate, la Fara svolgeva l’importante funzione di controllo del traffico attivato tra le lagune di Lesina e di Varano, nel tempo in cui [l’alto medioevo] la pesca era esercitata soprattutto nelle acque lacustri e   lungo la costa, come conferma il prof. Corsi.

 

Monastero di Santo Nicolay dello Inbuto, antica cella benedettina, pertinenza di Kàlena

Uno dei palazzi dell’Imbuto, situato vicino alla sorgente omonima, non è riuscito a cancellare del tutto le tracce di un’esistenza preesistente, risalente a mille anni fa: cellam Santo Nicolay dello Inbuto, pertinenza di Kàlena, quindi della grande abbazia tremitense, fino al 1782.

 

 Poco distante dalla Fara di San Nicola era dunque situato il monastero di San Nicola Imbuti, com’emerge da una chartula offertionis, in cui si precisa che Sariano, abitante di Devia [città popolata da slavi provenienti dai Balcani, poco distante dall’Imbuti, in territorio di San Nicandro G.co], alla presenza del capo della comunità slava [Glubizzo] e di uomini rispettabili [boni homines], sottoscrive una donazione al monastero di Santa Maria di Tremiti, di un metà casa, una vigna e un terreno incolto, due botti e quattro appezzamenti di terra. Nel descrivere i confini di uno degli appezzamenti è menzionata un’antica strada che conduce all’Imbuto (via veteres, qui descendit ad ipso Imbuto). In un altro documento del 1058 si legge che a San Nicola, situato nell’Inbutus, c’è una cella e intorno a questa ci sono vigneti e terre di sua pertinenza.

Nel 1173 Raone, signore di Devia, tenta d’impossessarsi del tenimento dell’Imbuto, dopo che suo padre l’aveva venduto all’abbazia: c’è uno degli instrumenta a confermare la venditionem dello stesso padre di Raone, il quale non aveva riservato per sé o per i suoi eredi alcun diritto in quel territorio (nullo iure sibi vel suis heredibus riservato in ipso tenimento). Un vasto tenimento i cui confini (fines)– come si legge nel documento- iniziavano dal capo e porto di Sant’Andrea (Capojale), e la spiaggia, pietra Ticzoli, Sant’Elia, girava intorno al lago, abbracciando Monte Zitano, quindi lacum Cernuli, dove insisteva un pesclo e una centia, proseguiva con Nido di Corvo, tagliava poi dritto per il lago e si ricongiungeva con il tenimento d’Ischitella, laddove è l’entrata iumentorum, (al centro Isola Varano), proseguiva per metà isola e si ricongiungeva al primo confine, includendo la chiesa di San Giovanni.

Nella sentenza giudiziale pronunciata a Palermo e sottoscritta anche da Gentilis, signore di Cagnano del tempo, la curia regia dette torto al signore di Devia e lo condannò a pagare 200 once, mentre a Santa Maria di Kàlena fu riconosciuto il pieno diritto sul tenimento dell’Imbuto che, stando ai confini, era molto esteso.

 

Il privilegio di re Guglielmo II, firmato a Palermo il 7 maggio 1176 e quello di Innocenzo III del 3 febbraio 1208 confermano che la cella di San Nicola Imbuti con le sue pertinenze, il castro, boschi, terre e vigneti costituivano beni di Kàlena e di Tremiti. Fonti significative anche per il fatto che evidenziano la presenza di una fortificazione, data la presenza del castrum, e di coltivazione specializzata (vineis), oltre che dei boschi (silvis), da cui ricavare legna.

Si può ipotizzare che l’area inizialmente inospitale, sia stata via via dissodata e coltivata a vigneti in particolare. Ricordiamo che la presenza dei vigneti in questa zona è molto antica, forse più antica dell’ulivo ed è attestata da una leggenda.

 

La leggenda

La tradizione del luogo vuole che i monaci dell’imbuti fossero amici di Noè, quindi del vino, di cui avevano botti enormi, grandi persino quanto la montagna retrostante al convento. Una di queste botti, aveva appunto la cannella che giungeva al refettorio. Da essa cannella i monaci spillavano generosamente il buon vino per sé e per i visitatori ospiti e, siccome il vino non finiva mai, questi pensavano che si trattasse non di una botte, ma di una sorgente.


I Corsari e l’evacuazione

Il castro lascia pensare che gli abitanti del luogo avessero necessità di difendersi da eventuali attacchi pirateschi. Sarà stato proprio uno di questi a decretare la morte del monastero, di cui attualmente non disponiamo di fonti certe. N. De Monte a tale proposito narra che una tradizione orale informa che i monaci, recandosi con un sandalo all’abbazia di Tremiti, da cui al momento dipendevano, per sbrigare alcune faccende, si accorsero che una squadra di Corsari stava bombardando l’abbazia di Santa Maria e che, spaventati, pensarono subito di tornare indietro a San Nicola dell’Imbuto, per mettere in guardia i fratelli rimasti, mettendoli a parte dell’accaduto. Si erano appena messi in salvo che giunsero i Corsari, i quali prima depredano, poi distruggono completamente la forma del monastero. I religiosi da allora– continua il frate De Monte- non vi fecero più ritorno. I pescatori, però, quando le acque sono chiare, dicono di vedere in fondo al lago la campana, che invitava i monaci a pregare e a lavorare. 



Una rete di monasteri

Quella di San Nicola Imbuti era solo una delle numerose celle, insistenti sia nel Gargano Nord, sia nell’area campana, abruzzese e molisana, volute dai seguaci di San Benedetto da Norcia, i quali avevano la loro sede originaria in Montecassino. La domanda è la seguente: come mai il monastero di Monte Cassino volle espandersi tanto, esorbitando dai propri confini, colonizzando aree lontane e fondando celle e dipendenze soprattutto nella zona dei laghi e nell’area campana-abruzzese e molisana? Gli studiosi accennano a spiegazioni di ordine economico, oltre che culturale- religioso.

I monaci ambivano pertanto al controllo dei laghi di Lesina e di Varano, perché in questo modo avrebbero potuto disporre di abbondanti pesci e dei loro derivati: anguille e uova di cefali (bottarga), allora seccate e molto richieste dai consumatori. Pesce particolarmente consigliato nella dieta dei monaci, costretti ad astenersi dal mangiar carne. Pesce che attivava un commercio allora invidiabile, dirigendosi verso i luoghi interni della provincia di Foggia e andando oltre, lasciando ipotizzare persino una via del pesce. Nell’area di San Nicola, insistente sul Varano, c’erano inoltre diverse sorgenti, dando modo ai monaci di impinguare la loro economia, utilizzando un’altra importante risorsa costituita dall’acqua. Va aggiunto che il tenimento costituiva una discreta risorsa economica del monastero madre, anche perché vi si riscuotevano le decime sull’intero lago, quindi i diritti di pesca.

C’era poi l’interesse religioso e la devozione della gente del luogo a spingere i benedettini a colonizzare il Gargano e la Capitanata. In un tempo in cui era molto forte il flusso dei pellegrini diretti alla Montagna dell’Angelo, si avvertiva il bisogno di hospitia: ecco perché lungo le direttrici per Monte Sant’angelo fu costruita una rete di monasteri che ebbero più o meno fortuna. Ricordiamo quelli di San Giovanni de Lama, in San Marco in Lamis dell’XI secolo bizantino, di San Giovanni in Piano, nei pressi di Poggio Imperiale, anch’esso dell’XI sec. e bizantino,  di Santa Maria (Lesina), Santa Barbara e San Bartolomeo, Santa Maria e Sant’Andrea, Santo Stefano, Santa Maria di Tremiti. … . C’era inoltre la presenza di ordini agostiniani e pulsanensi, come attestano San Leonardo di Lama Volara nei pressi di Siponto (agostiniano), San Giovanni di Pulsano (da cui dipendevano gli insediamenti monastici di San Giovanni di Varano, San Pietro in Cuppis  (in territorio di Ischitella).

 

 

Grotta di San Michele di Cagnano Varano

 

In epoca medievale, la via veteres che passava per l’Imbuti di Cagnano Varano, probabilmente costituì un’alternativa alla Via Sacra Langobardorum -che allacciava i comuni del Gargano Nord-, dal momento che in agro cagnanese insiste l’interessante grotta di San Michele e dato che allora molto vivo il culto per il principe delle milizie celesti. San Nicola Imbuti era dunque una delle dipendenze di Kàlena che, insieme a Devia, al lago di Varano, a Peschici e ad altri monasteri situati lungo la costa fino a Siponto, incrementavano il patrimonio della Casa di Santa Maria di Tremiti. Si è ipotizzato infine che la forte presenza dei monaci nelle aree sopra citate fosse legittimata da motivi politici, legata al bisogno di controllare il massiccio flusso di immigrazione delle popolazioni slave. Può essere utile ricordare che la colonia slava di Devia era a pochi km dalla cella di San Nicola Imbuti,  in direzione ovest, e che Peschici, ove insiste Kàlena (sita a circa 15 km ad ovest dell’Imbuto) era popolata da genti proveniente dai Balcani,  che in entrambi i casi si nota la presenza di celle. 

 

In età moderna

Ad informarci del monastero di San Nicola Imbuti nel sedicesimo secolo sono due monaci veneti: Benedicto Cocharella e Timoteo Mainardi dell’ordine dei Canonici Regolari di Sant’Agostino, che hanno retto il Monastero di Tremiti dopo i Cistercensi, a partire dal 1412. Tremiti era allora porto sicuro e fonte di approvvigionamento per chi attraversava il mare, scalo di tutte le navi provenienti da Venezia e dall’altra sponda dell’Adriatico. Nei pascoli delle pertinenze afferenti alle decine e decine di celle disseminate qua e là lungo l’Adriatico si praticava la cerealicoltura, la viticoltura e l’oliviticoltura, mentre sul lago si continuava ad esercitare i diritti di pesca, dotando il monastero di ingente materiale da esportare.

 

Di San Nicola, Cocharella descrive l’ambiente, la flora e la fauna,  si sofferma sulla qualità dei pesci (anguille e capitoni soprattutto), sul diritto della chiesa dell’Imbuti di esigere la decima parte, come antica consuetudine, sull’industria di essiccazione del pescato. “Per salare questi pesci vi sono nelle vicinanze parecchi vivai, cioè dei luoghi vicino al mare in un lago stagnante, dove i pesci vengono catturati e subito dopo salati”. Il lago era appetibile anche per la cacciagione di anitre selvatiche, folaghe e altri uccelli che giungevano in questi luoghi sostandovi d’inverno. Questo specchi d’acqua era fonte lucrosa anche per i suoi pascoli: l’intera Isola Varano, allora pertinenza dell’Imbuti,  soprattutto nella stagione dell’inverno, era infatti adibita al pascolo degli animali ovini, bovini, equini.

 

Nei secoli XV e XVI i diritti di pesca sul Varano e i beni di Kàlena cominciarono però ad essere contesi, dato che nuovi padroni – baroni di Vico e d’Ischitella vollero appropriarsene. Il Mainardi cita i Turbolo, che- come si legge nel doc. del 1584-, usurparono ingiustamente i pascoli e gli erbaggi anche nell’Isola dell’Imbuti, sul lago Varano, restringendo fortemente i confini. Le pretese dei feudatari sulle pertinenze dell’Imbuto e sulla laguna cessarono finalmente con le leggi eversive della feudalità, allorché ai pescatori fu restituito il diritto di pesca. Probabilmente la via veteres era attraversata anche dalle greggi dei locati abruzzesi, destinate ai pascoli invernili di Cagnano e di Carpino, a seguito della transumanza obbligatoria voluta dall’aragonese re Alfonso I. Una lunga tradizione orale riferisce, infatti, dell’esistenza di un antico tratturo di sessanta passi, il quale pare costeggiasse questa parte della laguna.

 

Tra 1700 e 1900           

Nel catasto onciario 1750, voluto da Carlo III di Borbone re di Napoli, riguardo al soppresso convento di San Nicola dellImbuto, si legge:

Il venerabile convento soppresso di San Nicola dellImbuto sistente nel tenimento e giurisdizione di questa terra di Cagnano posseduto dai canonici regolari Lateranensi sotto il titolo di Santa Maria di Tremiti della grancia del convento del Carmine della terra di Vico rivela il parroco don Pietro Salvi abbate dei medesimi, come procuratore della medesima, la quale terra possiede in questa […] beni stabili, scoglio boscoso con terra lavoratoria unita con piscaria di Puzzacchio situata nel lido di esso Convento suppresso 6 miglia distante da questa terra alla terra del lago verso ponente, confinante col suddetto lago e difesa di San Giacomo e territorio di San Nicandro, rendita annua ducati 100 compresi li Puzzacchi, Palude e Porto, sono 383,10;

Possiede una difesa boscosa tra San Nicandro e Cagnano detto San Nicola dellImbuti affittata ancora ad uso di manna e da far pece, che confina da levante col demanio dIschitella detto li titoli di Paolone, da tramontana col lido del mare di ponente, mezzogiorno e levante con terreno di questa terra, difesa di San Giacomo, lago Varano, e San Nicandro, la quale è stata compassata di carra 215 con lassistenza di fra Marco Antonio da Milano procuratore di S. Casa secondo dal libro dellapprezzo di rendita ducati 700 per lerbaggi e il poi per la fida della mamma a ducati 300, che in tutto sono ducati 1000 iuxta la liquidazione fatta cifra, che ne ricava annui once 3333.10;

Possiede terre seminative alli Coccioliti passa 25, allAria piccola passa 30, allAria grande passa 38, alla Vadicocca passa 29, alla Vadiorlando passa 60, alla mezzana del Punito versure 2, a Vadivina passi 30; in tutto [dindustrie e di beni]once 3848.20

 

Dal catasto murattiano, fatto realizzare dal nuovo regnante francese Gioacchino Murat, apprendiamo che il Convento soppresso san Nicola dellImbuti, possedeva 4300 versure allocate nella sezione di campagna C, ovvero Difesa di Ponente, corrispondenti ad una rendita imponibile di ducati10320 [la più elevata]. Questa difesa risultava allora venduta, il verbalizzante annotava, però, che i contratti erano sospetti.

 

Quando la badia di Tremiti cessò la sua agonia,  il tenimento di San Nicola fu venduto ai Forquet, signori di Napoli, quindi l’area prospiciente il lago divenne demanio Marittimo e  della Difesa dello Stato, che vi edificò l’idroscalo, per contrastare gli attacchi aerei provenienti dalla marina austriaca, appostata a Cattaro, sulle sponde della Iugoslavia, mentre i terreni adiacenti – cessato il conflitto- passarono in mano a privati e/o usurpatori.  

 

 

L’Imbuti: quale futuro?

Ai primi anni del XXI secolo risale il progetto della STU, società di trasformazione urbana, intenzionata a realizzare un villaggio turistico, utilizzando anche una notevole parte del Puzzone, progetto che attualmente vive una probabile una fase di ripensamento. E’ giusto ribadire con voce forte e chiara che gli edifici dell’ex idroscalo intestato a Ivo Monti vanno restaurati, per non cancellare questo luogo che è nella memoria dei cagnanesi e degli italiani; inoltre, ritengo opportuno che l’operazione debba essere funzionale anche all’occupazione, di cui i cittadini sono tanto bisognosi; vorrei aggiungere infine che, come cittadina di Cagnano, sarei molto dispiaciuta se le tracce dell’ex monastero venissero cancellate, mentre riportando questa e altre celle all’antiche fattezze, inserendole in un percorso turistico culturale-religioso, che potremmo intitolare per cellas cassinenses, gli edifici potrebbero concorrere alla crescita culturale ed economica del Gargano, non solo di Cagnano Varano.

 

 

 

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Pubblicato da su 29 dicembre 2007 in luoghi della memoria

 

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