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DISAFFEZIONE E DISPERSIONE NEL PIANETA SCUOLA. Come contrastarle?

29 Dic

 

13 giugno 2005

 

DISAFFEZIONE E DISPERSIONE

NEL PIANETA SCUOLA. Come contrastarle?

 

 

 

 

Il bilancio di fine anno.

E’ tempo di consuntivi per la scuola della società tecnologica, conoscitiva e multiculturale, impegnata in sfide sempre più complesse, delicate e sistemiche. Uscita dalla sua “torre d’avorio” e superata la logica dell’autoreferenzialità, la scuola s’impegna, infatti, ad entrare in rete e a fare sistema, a “dare conto” e a “tenere conto” dei diversi “mondi di vita” dell’educando, del curricolo nascosto e della scuola parallela. S’impegna ad operare nell’ottica della condivisione, al fine di promuovere lo sviluppo di persone equilibrate e armoniose, inciampando in molte difficoltà. Il sistema scuola sembra di fatto un campo di forze, agite al contempo da spinte neoliberiste, volte a raggiungere il traguardo della produttività, e da spinte umanitarie, indirizzate all’equità sociale.

 

L’istituzione scuola che, a partire dagli anni Settanta si è meritata l’etichetta “di massa” per il fatto che accoglie un’utenza variegata ed è stata interessata da una serie di riforme volte a incoraggiare la partecipazione di  studenti e genitori, non riesce a promuovere il successo formativo auspicato di ciascun utente. Accade, perciò, che alla chiusura di ciascun anno scolastico i docenti sono sempre più in crisi, polarizzati da una parte da logiche programmatorie e obiettivi da verificare, dall’altra da spiegazioni socio-umanitarie e pedagogiche, le quali nutrono scarsa fiducia nella “misurazione dell’apprendimento”, nelle verifiche scopiazzate, nelle interrogazioni programmate, per farla breve, nella presunta valutazione “oggettiva” dell’alunno.

 

I docenti sono costretti a fare i salti mortali per quadrare i conti  e ammettere un gran numero di alunni alla frequenza dell’annualità successiva. Alcuni adottano lo slogan “promuovere tutti”, per salvaguardare il posto di lavoro, altri promuovono per non complicarsi la vita e divenire bersaglio di alunni, genitori e dirigenti. Non tutti gli operatori scolastici, però, ragionano allo stesso modo e c’è chi, avvertendo il disagio, ama parteciparlo con queste riflessioni ad alta voce. Considera, ad esempio, che ad ostacolare il successo dell’apprendimento scolastico sono molteplici e variegati fattori, forze negative che alimentano il ben noto fenomeno della dispersione, minacciando l’istituzione e l’equilibrio sociale.

 

L’insuccesso scolastico degli alunni chiama perciò in causa diversi soggetti. Può essere determinato da cause riconducibili alla storia di vita dell’alunno, alle condizioni socioeconomiche e culturali familiari, ai modelli diffusi dai mezzi mass e multimediali, alle spinte non sempre positive del gruppo classe e/o contesto, ai condizionamenti scolastici, ai pregiudizi nei confronti dei docenti e alla comunicazione disturbata, alla scarsa sinergia-condivisione- cooperazione del team docente, al raccordo autentico pressoché inesistente tra le istituzioni, all’assenza di valori forti, dell’etica della responsabilità e dell’impegno, alla consapevolezza sempre più diffusa della scarsa spendibilità dei titoli di studio.

 

Tante variabili, che interagiscono, influenzandosi reciprocamente ma si riflette soprattutto sulla storia scolastica di quegli allievi, che manifestano i fenomeni della demotivazione, assenteismo, cattivo voto, bocciatura, ripetenza, abbandono. Variabili complesse, difficili da tenere sotto controllo, che richiedono la sinergie di diversi apparati istituzionali. Variabili che la scuola non può governare da sola.

 

Analizzando il comportamento degli studenti si evince che in genere essi amano andare a scuola, temono però le interrogazioni e il cattivo voto. La scuola, anziché luogo di studio, di riflessione, di scoperta e di gioia, diviene, di conseguenza, spazio che opprime, che mette ansia, carcere nel quale “resistere” e dal quale si desidera fuggire, non appena avuto il pezzo di carta.

 

Nel pianeta dell’istruzione/educazione, l’universo dei docenti fa scuola ancora con l’uso rigido del manuale e con la lezione/didattica herbartiana (spiegazione, memorizzazione, interrogazione), mentre sono pochi quelli impegnati in percorsi insoliti, i quali incontrano non poche resistenze, persino negli alunni. Naturalmente si tratta di scolari poco flessibili e routinari, che tendono a scartare la nuova proposta, per il fatto che hanno fatto sempre così.

 

La scuola che non c’è

La didattica pedagogica è orientata a far comprendere che la scuola è  il luogo privilegiato per esercitare la riflessione, per interrogare i testi e interrogarsi, un luogo in cui i docenti non  trasmettono il sapere, ma dialogano continuamente con gli alunni sui sistemi simbolico-culturali, per “negoziare” significati. L’interazione positiva docente-alunno consente a quest’ultimo di accrescere la propria “enciclopedia” (visione del mondo) e di elaborare nuova cultura. Nel rapporto didattico il docente dona e riceve, rivedendo anch’egli le sue posizioni, conoscenze e competenze, per tutta la vita.

 

Per alimentare il dialogo educativo e favorire il successo, occorrerebbe, quindi, abbandonare la visione tradizionale dell’insegnante che spiega e dell’alunno che ascolta, e assumere quella dell’aula-laboratorio dove gli alunni in gruppo, individualmente – e comunque sempre sotto la guida del docente -, fanno esperienze, elaborano conoscenze ed acquisiscono abilità, progrediscono nel conferire senso all’esistenza.

 

Questa scuola richiede tempi e spazi flessibili, ritiene perciò sia discriminatorio costringere un “nano” a tenere lo stesso passo del “gigante”, che sia negativo tenere i bambini e/o adolescenti seduti, inchiodati sei ore nell’aula madre. Anche gli adulti si stancano di ascoltare per tutto il tempo!

 

Questa scuola promuove rapporti verticali e orizzontali: l’alunno perciò interagisce sia con l’insegnante, sia con i compagni, sia con l’extrascuola. Gruppi, variegati nel numero e nella composizione,  per consentire lo scambio di esperienze, il cambio dei ruoli, in modo che gli allievi siano destinatari ed emittenti e non uditori/esecutori passivi: i ragazzi imparano anche dai compagni.

 

La nuova didattica richiede il rispetto dei tempi di apprendimento di ciascun alunno, la conoscenza dei punti di forza e di debolezza, delle formae mentis, perché non tutti apprendono nello stesso spazio temporale e nello stesso modo. Per confezionare abiti “su misura” dei bisogni dell’utenza, per promuovere la cosiddetta “uguaglianza delle opportunità formative”, dando di più a chi ha di meno, per favorire l’acquisizione di conoscenze e competenze, utili a fronteggiare le sfide della società globale, l’istituzione scolastica gode  del regime dell’autonomia. Un cammino durato un trentennio e che stenta a dare gli esiti sperati.

 

La scuola reale

A fronte delle sollecitazioni provenienti dalla normativa e dalle ricerche sociopsicopedagociche, gli alunni mostrano un’evidente disaffezione verso lo studio e la scuola continua a bocciare, mentre i modelli dell’aula e della lezione frontale tradizionali la fanno da padrone. Anche i più bravi si sentono a volte scoraggiati, per via dei contenuti accresciuti, da mandare giù come pillole, pronti ad “evaporare”, in barba ai modelli dello strutturalismo, del cognitivismo, della fenomenologia, dell’ermeneutica, … .  Alunni comunque premiati, per il fatto che si sottopongono alla “fatica dello studio”, anche se solo per il voto. Lo dimostrano considerazioni come la seguente:

 

– Carla, perché non sei più venuta a scuola?

Perché  io- professoressa- ho già fatto l’interrogazione!

Morale: a scuola si viene per l’interrogazione.

 

Una scuola che incoraggia la dispersione

La dispersione è alimentata a volte anche da quei docenti ancorati alla tradizione e poco aggiornati che, premiando ad esempio con ottimi voti l’esito di una verifica orale programmata [due a quadrimestre e non di più], veicolano messaggio distorti e rinforzano comportamenti negativi.

 

Docenti che, premiando quegli studenti dotati di ottima memoria e punendo quelli nei quali spicca magari un altro tipo di abilità poco considerata dalla scuola tradizionale, di fatto discriminano. Si tratta di docenti, che si accontentano di conoscenze slegate e frammentarie, di informazioni non contestualizzate e soprattutto non comprese, dati mandati a memoria e non elaborati, presto dimenticati.

 

Il rapporto memoria-comprensione non è lineare, come potrebbe sembrare.  L’esperienza insegna che chi impara in fretta e meccanicamente, chi non ripete e non attiva le sinapsi, dimentica rapidamente, mentre chi impegna più tempo nell’apprendimento e fatica a memorizzare, sembra in grado di ritenere nella memoria a lungo termine le informazioni fondamentali. Accade perciò di assistere a scene come la seguente: 

 

Maria, vuoi spiegare alla compagna il concetto di “apprendimento per scoperta”? – chiede l’insegnante.

Non lo so- risponde l’alunna.

-Come, l’hai spiegato così bene ieri l’altro, quando sei venuta all’interrogazione!

-Non lo so, non  lo ricordo- ribadisce la ragazza.

 

Scene simili se ne vedono a bizzeffe nella scuola, portando il docente coscienzioso ad interrogarsi sulla bontà del proprio lavoro, sulla legittimità delle sue richieste. Nota però che è solo a pensarla in questo modo, o meglio, a livello di esternazione anche altri docenti convengono che quasi tutti ragazzi della classe non sono in grado di comprendere un testo, di esporlo con chiarezza e correttezza, di ricordare i concetti-chiave, quando però passano alla fase della valutazione lievitano i voti, …  per non bocciare più di metà classe.

 

Probabilmente questo comportamento è il più economico e salutare, dal momento che i docenti che adottano la strategia della promozione, ricevono il plauso di quegli allievi, i quali si vedono premiato il loro comportamento di fatto assenteista, passivo e molto poco produttivo con bei voti. Alunni che, quantunque renitenti, sono ambiziosi, perciò non si accontentano del “sei”; si ritengono, inoltre, ottimi giudici e guardano di sottecchi il compagno, che ha registrato un punto in più.La scuola diviene, in questo modo, spazio in cui si alimentano individualismo e competizione, luogo per favorire nella migliore delle ipotesi la “socializzazione in presenza”.

 

Docenti che ricevono il plauso delle famiglie, contente solo delle apparenze: poco importa per essi che i figli di fatto non sanno leggere e comprendere o interagire. Docenti che si vedono premiati persino da qui dirigenti, impegnati a dimostrare con i numeri che la scuola produce, dirigenti i quali non si rendono conto che anch’essi alimentano la dispersione, quando formano le classi di serie “A” e quelle di serie “B”, dando di fatto di più a chi ha di più, quando per un motivo o per un altro non valorizzano le risorse presenti nelle loro istituzioni, quando ritengono la scuola una proprietà privata. Docenti che nei consigli di classe parlano di strategie da condividere e di cooperazione, ma che finiscono con l’assumere comportamenti individualistici, e con l’esprimere valutazioni “a simpatia”, divenendo complici di quegli alunni più fortunati e calcolatori.

 

Il peso delle famiglie

Le famiglie, dal canto loro, via via che i figli crescono, si allontanano sempre più dalla scuola: alcune  perché convinte che i figli sono grandi e se la sanno vedere da soli, altre  perché minacciate dai figli, che temono di fare brutta figura con gli interventi dei genitori, altre ancora perché hanno paura delle ritorsioni degli insegnanti e/o dei dirigenti, che non ammettono ingerenze. Famiglie, che spesso finiscono col proteggere i figli e col condannare gli insegnanti che – secondo il loro parere- non capiscono e non sono professionalmente preparati. Famiglie che incoraggiano la dispersione, quando si fanno complici dei figli, chiudendo un occhio di fronte alle assenze ingiustificate, ai doveri scolastici non adempiuti.

 

Ma è proprio vero che questi figli sono innocenti?

Probabilmente è più vicino al vero Freud quando afferma che il bambino è un soggetto perverso e polimorfo, anziché Rousseau , secondo il quale l’uomo sarebbe buono per natura. L’essere umano, purtroppo, ragiona in base alle situazioni e non sempre legge oggettivamente i dati, forse perché dispone di poche informazioni, forse perché guidato dal proprio tornaconto. Gli alunni sovente filtrano e interpretano in base ai loro vissuti. L’essere umano è insieme razionalità e irrazionalità, istinto e ragione: pulsioni, aspettative, desideri inconsci e razionalità guidano perciò il suo comportamento.

 

E’ forse sbagliato il sistema della valutazione?

Alunni che comunque hanno una dignità, che vanno rispettati e che chiedono di poter crescere con serenità, senza essere confrontati agli altri, senza correre il rischio della bocciatura. Viene allora da chiedersi se non sbaglia la scuola nell’adottare i sistemi di valutazione vigenti. Penso perciò che sia giunto il momento di interrogarsi anche sulla legittimità pedagogica di ricorrere ai sistemi di misurazione dell’efficacia della scuola sulla base degli esiti prodotti dagli alunni, considerato che persino le prove ritenute “oggettive”, come i test, non lo sono, se non vengono rispettate certe condizioni. Accade, infatti, che gli alunni che copiano prendono bei voti e che quelli onesti accumulano insufficienze.

Senza parlare delle interrogazioni, dei temi e altri elaborati aperti, che sono valutati molto soggettivamente. Non deve meravigliare se l’alunno ricorre alla strategia del nodo scorsoio, scegliendosi la strada più agevole per  farla in barba gli stessi docenti. Forse è giunto il momento di dare importanza più al processo che al prodotto, anche alle superiori, più al percorso dell’alunno che agli esiti raggiunti, gratificando via via i piccoli passi realizzati- come suggerisce il modello della valutazione formativa.

 

Un sistema che incrementa la dispersione

Le istituzioni scolastiche intanto sono in preda al malessere provocato dalla dispersione. Preoccupa sia la dispersione palese, che si manifesta con la bocciatura e con l’abbandono, sia soprattutto quella intellettuale, occulta, che indossa gli abiti della demotivazione, dello scarso interesse, della socializzazione in presenza. Quest’ultima è molto contagiosa e si estende pressoché all’universo degli scolari.

 

Le istituzioni tendono a contrastarla  elaborando Progetti afferenti al territorio, che affrontano “saperi caldi”, i quali, mentre dovrebbero recuperare competenze e conoscenze cognitive, valorizzando le dimensioni affettivo-relazionali e la continuità orizzontale oltre che verticale, finiscono non di rado col trascurare anche il cognitivo e alimentare la competizione tra le scuole, preoccupate del calo delle iscrizioni, oltre che delle mamme, bisognose di visibilità e riconoscimento sociale, ignare degli elevati traguardi richiesti dalla società del nostro tempo.

 

Non sorprende che gli alunni sopravvissuti giungano all’Università senza essere in grado di riportare un pensiero su carta, senza fare errori di grammatica, né di comprendere un testo letto. La risoluzione della complessa questione probabilmente sta nell’abolire i voti e nell’assumere sistemi di valutazione più attente ai processi anziché ai prodotti. 

 

Probabilmente eliminando dalla scuola la valutazione docimologica, adottando quella formativa, da attivare costantemente nel dialogo educativo per prendere atto di ciò che emerge e orientare, attivando strategie per favorire l’aggiustamento cognitivo, i collegamenti e/o il recupero di conoscenze e competenze, interagendo positivamente con altre istituzioni e col mondo del lavoro, fuggendo logiche competitive, il sistema scuola riuscirà a recuperare il suo proprium di luogo di studio, di riflessione, di interpretazione, di negoziazione di significati.

 

Questo accade nella scuola italiana, impegnata insieme ad altri Paesi dell’U.E. ad abbattere la concorrenza di U.S.A. Giappone e Cina, una scuola attualmente governata dalla Moratti, intenta a varare la riforma che vuole premiare la produttività, un’efficacia difficile da documentare oggettivamente con gli attuali strumenti docimologici, avendo a che fare con il “capitale umano”.

 

 

 

 

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Pubblicato da su 29 dicembre 2007 in psicopedagogia

 

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