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8 marzo, Il mio omaggio alla donna contadina: Giovannina Paolino di Cagnano Varano, esempio di coerenza e anticonformismo

8 marzo, Il mio omaggio alla donna  contadina: Giovannina Paolino di Cagnano Varano, esempio di coerenza e anticonformismo

Animata dall’ideale dell’uguaglianza di classe e di genere, si oppose al regime fascista con consapevolezza, effettuando rinunce importanti e assumendo decisioni audaci, soprattutto se si considera il contesto storico, condizionato da leggi severe, e quello del paese, in cui il comportamento delle donna erano fortemente controllato e censurato anche dall’opinione pubblica.

Figlia di Teopista Paolino e di Grazia Lombardi, Giovannina Paolino è nata a Cagnano Varano, il 23 agosto 1888, in via San Giovanni al n. 18. Aveva gli occhi neri e i capelli castani, la statura di m 1,70, il colorito e la corporatura normale, come si legge nella carta d’identità rilasciata il  23 luglio 1937, mostratami dalla nuora, la signora Maria Assunta Santoro, dalla quale si evince, inoltre, che a quella data era nubile, faceva la maestra privata e firmava col nome di Giovanna.

Giovannina ha trascorso  l’infanzia con il papà, la mamma e Maria, la sua unica sorella, in una modesta abitazione di via San Giovanni, che è a sud del Caute, il quartiere più noto del nel centro storico di Cagnano, dove le case dei poveri, poco illuminate e addossate le une alle altre come i polli nella stia, facevano da cortina ai palazzi gentilizi, proteggendoli.

Papà Teopista (chiamato sul posto Diopistra) faceva il calzolaio in un locale in Corso Giannone, vicino al mercato coperto. Suo nonno invece, originario di Ischitella, fu condannato per diserzione e il 19 ottobre 1860, qualche giorno prima del plebiscito per l’annessione, fu tratto in arresto dalla guardia nazionale, perché armato “di rasoio”.[1] Un  po’ architetto e un po’ scultore, si trovò a Cagnano per effettuare i lavori di riparazione della chiesa madre del paese insieme ai suoi fratelli e vi rimase.

Papà Teopista era comunista e, ogni volta che andava a Viterbo, per incontrarsi con altri antifascisti, portava sempre con sé Giovannina, per il fatto che era istruita e sapeva parlare bene. Si davano appuntamento con un codice segreto e si riunivano nelle catacombe, per non farsi vedere. Discutevano  dei problemi dei lavoratori e di come comportarsi  con i fascisti anche a Cagnano, incontrandosi nelle grotte che non mancano in paese, data la natura carsica del territorio, dove si recavano guardinghi, perché erano sotto il mirino  delle  guardie.

Nel 1930,  all’età di 42 anni, Giovannina adottò  due bambini, Mario Costanzucci,  che aveva trascorso i primi cinque anni in orfanotrofio, a Viterbo, e  Rita, una bambina di Città di Castello. Alcuni anni dopo, nel 1937, rimaste orfane di padre e di madre, lei e sua sorella, insieme al piccolo Mario, decisero di trasferirsi ad Ancona dove, grazie alla rendita di 400 ulivi  in zona Bagno di Varano  – che allora valevano oro  commenta la signora Santoro – comprarono un albergo che, nel 1941 fu pressoché distrutto da un bombardamento. Dopodiché, fecero ritorno a Cagnano.

Giovannina ferquentò  l’istituto magistrale, a Chieti, insieme ad altre due compagne di Cagnano (Giuseppina De Guglielmo e Giovannina Curatolo), conseguendo il diploma magistrale. A differenza della maestra Giuseppina De Guglielmo, che si maritò con un noto fascista locale, Giovannina non si sposò e non insegnò nella scuola pubblica che, negli anni in cui governò Mussolini era diventata scuola di Stato e, perciò, antidemocratica (dato che privilegiò il liceo classico e favorì dispersione dei figli dei poveri), militarista (per il fatto che si organizzò esteriormente in modo gerarchico) e fascista (perché soppresse l’autonomia e la libertà d’insegnamento  ed escluse dall’insegnamento chi non fosse fascista). I contenuti e i metodi d’insegnamento vennero infatti impiegati per modellare “l’italiano nuovo” e ottenere consenso.  I manuali delle scuole elementari contenevano pertanto immagini, letture, problemi, esercizi, che esaltavano il fascismo e propagandavano gli ideali del regime.

Questo tipo di scuola era l’esatto contrario di quella che aveva in mente Giovannina, la quale avrebbe voluto un’istruzione democratica e libera da ogni indottrinamento. Inoltre, come ho accennato, per potere insegnare occorreva essere iscritti al partito fascista e avere la tessera; ma Giovannina non volle passare sotto quelle “forche caudine” e, coerente con le proprie, rinunciò a fare la maestra nella scuola pubblica, ma non all’insegnamento.

Si dedicò ugualmente all’istruzione de i bambini e delle bambine, nonché i ragazzi destinati a frequentare le scuole d’avviamento, privatamente, nella sua modesta abitazione. Fece inoltre la fotografa, l’infermiera e  la “dottoressa”, curando   chi non potevano permettersi di pagare il medico del paese. Il dottor don Cerulli, noto chirurgo, apprezzando la sua bravura, l’avrebbe voluta con sé in ospedale, a San Severo, in sala operatoria, ma lei rifiutò e continuò a fare del bene alla popolazione.

Giovannina si oppose al fascismo in modo non violento, promuovendo l’istruzione e l’informazione, stimolando la formazione della coscienza di classe, non senza incontrare difficoltà, ma evitando il carcere, in cui finirono invece  non poche paesane, da lei sollecitate – perché lo sciopero fu un’idea sua, mi conferma la signora Santoro – allorché, i mariti al fronte e spinti dalla fame, erano scese in pazza.  Le amicizie con persone importanti, che si muovevano nella “alte sfere” e rappresentavano in loco “il partito”,  credo che debbano averla aiutata a farla franca e non solo in quella circostanza. La maestra De Guglielmo e il dott. Vincenzo Donataccio, infatti la informavano di nascosto.

Così nel 1941, quando tutto  il quartiere era a casa di Giovannina, per ascoltare le notizie trasmesse da radio Tirana, perché la prima – e forse l’unica radio in paese – ce l’aveva  lei. E siccome l’assembramento era vietato e le uniche notizie trasmesse via radio si potevano ascoltare dalla radio del regime sottoposta a censura e impiantata in facciata al palazzo del municipio, Giovannina se l’è vista brutta, perché di lì a poco sarebbero giunte le guardie per arrestarla. Una vice amica l’avvertì che presto ci sarebbe stata un’irruzione e, improvvisamente,  in via San Giovanni ritornò il deserto.

Giovannina fu la prima donna ad entrare nell’esecutivo nella prima amministrazione postfascista di Cagnano. Era il 1946 e ricoprì la carica di assessore all’agricoltura e all’industria, come si legge  sull’attestato- ricordo “per commemorare la sua elezione alla carica municipale del comune di Cagnano Varano all’alba d’una novella era di libertà e di lavoro conservare l’unità nell’Italia democratica”.

Per le votazioni del  31 marzo 1946 elaborò un testo, che partecipò personalmente alla popolazione in un comizio elettorale, il quale attesta la sua fede convinta nel partito comunista, di cui  eccovi qualche passaggio:

“Proletari, … non fatevi ingannare dalla borghesia …  che approfittando della vostra ignoranza vi presenta la croce di Cristo per rubare il voto. … Adesso si presentano a voi chiamandovi compari e vi promettono chissà quale miglioramento sociale, ma dopo che gli avrete messo le briglie nelle mani vi sapranno comandare e ben scudisciarvi. … Pensate ai tempi del loro comando a quante volte vi trattarono come cani rognosi. … Domandate a codesti ingannatori perché al loro tempo vi fecero bastonare, togliendovi ogni diritto di voto civile. Vi fecero incarcerare perché  reclamavate per la molitura del grano perché la fame picchiava alla porta del vostro stomaco e a quella delle vostre innocenti creature. Domandate a questi nuovi compari, loro si nutrivano con solo 150 grammi di pane al giorno? Domandate se non vestivano sempre di vigogna e calzarono sempre scarpe di vitello. Le cattive conseguenze della guerra le pagarono solamente i poveri, quelli cioé che non volevano la guerra. … Quindi, mio caro proletariato, quale miglioramento potrete ottenere voi se mandate all’amministrazione sempre quei tali gaudenti che non sanno cosa sia soffrire? Cosa sia la fame? Cosa sia avvolgere il corpo di cenci quando soffia la tramontana, cosa sia scivolare per le vie con pesanti zoccoli? Il grano, l’olio del povero lavoratore veniva ammassato rigorosamente. Dei lavoratori venivano requisite le case, le campagne e i tribunali gremivano di questa povera gente. Le paure e le minacce erano il compenso della fame. I gaudenti spensierati avevano pieni i magazzini e si mercanteggiava pure a negozio nero. … Ora i gaudenti vi promettono il paradiso e quel che è peggio chiamano i comunisti senza Cristo. Io rispondo che i senza Cristo sono proprio loro perché infamano chi non predica altro che la dottrina di cristo, che predicava : – Distaccatevi dai beni e allora potrà venire l’uguaglianza e la pace tra gli uomini. I comunisti vogliono la Russia. I comunisti vogliono il divorzio. I comunisti vogliono la disgregazione della famiglia! Già perché secondo loro i comunisti non amano le loro creature.  I comunisti vogliono la distruzione dei beni. Invece i comunisti vogliono che tutti gli uomini abbiano un tetto, un letto, un pezzetto di terreno e quanto Iddio ha messo sulla terra per goderla ugualmente perché siamo tutti figli dello stesso creatore. … Proletari unitevi, siate fratelli della vostra stessa classe dei diseredati e se anche fra voi vi siano dei dissensi questo è il momento di dimenticarli”.

Comunista convinta, alla sua morte avvenuta nel 1952, non ricevette il sacramento dell’estrema unzione, perché a quel tempo i comunisti erano scomunicati dalla Chiesa. Fu così che la zia Giovannina, dopo aver militato tanto, per veder migliorare la condizione dei cittadini del proprio paese, dopo un giro per Cagnano, fu accompagnata al cimitero, senza potere entrare nella casa di Dio. [2]

 

 

 

[1] G. Clemente, Viva chi vince, Il Gargano tra reazione e brigantaggio, Ed. del Rosone, 2016, pag. 16.

[2] Il racconto è stato elaborato sulle base di informazioni ricavate dall’intervista alla signora Assunta Santoro, nuora di Giovannina Teopista, per avere sposato suo figlio adottivo,  Mario Costanzucci Paolino,  e dalle conversazioni con Claudio Costanzucci Paolino, figlio di Mario, oggi sindaco di Cagnano Varano.

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8 marzo 2008: Nel 1941, le donne di Cagnano varano scioperano per la fame

Il mio omaggio alla donna contadina

Nel 1941 le donne di Cagnano hanno fatto “lo sciopero per la fame” ideato dalla compagna Giovannina Paolino, prima donna presente nell’esecutivo postfascista del paese, anno 1946. Ecco il racconto dello sciopero fatto da una delle protagoniste, Iacovelli Carolina nata a Cagnano Varano il 14.5.1918 da me intervistata all’età di 83 anni.

“Sono andata a scuola, fino alla quarta elementare. Alla quinta mi sono ritirata per necessità. Ero brava pure in aritmetica. Ho fatto la “piccola italiana”, e indossavo la gonna nera e la maglietta bianca.

Ho imparato a cucire, ho lavorato in campagna, poi mi sono fidanzata. Jìsse c’è menàte jindra e m’ha ngappàte. Pòvera jì e pòvere jìsse.

Màritema jè state a ppatròne, da quanne jèva pìccule, ccata Sanzone. A quattro anni guardava le pecore e le vacche. Poi, nel 1940, è andato in guerra, in Grecia e all’isola di Creta. In tempo di guerra non si poteva macinare.

A quei tempi abbiamo macinato il grano col macinino: come si poteva stare con quei pochi grammi che ci assegnava il governo?

Nel 1941, a ottobre, credo, insieme ad altre donne, abbiamo fatto sciopero, pecché la fama jèva tròppa.

Allora i mariti erano alla guerra e a Cagnano ce stèva la mesèria

Se pure la notte andavi a macinare un po’ di grano, una volta potevi avere il piacere, ma un’altra no. Mechelìne, il padre della maestra Lucrezia, faceva allora il molinaro. A lui chiedevamo il favore di macinare un po’ di grano, di nascosto, perché era proibito. Allora si andava avanti con la tessera. Ti davano solo 150 grammi di grano al giorno e con quello ti dovevi mantenere.

Tutte le persone facevano così – neanche il pane potevi mangiar a sazietà – e dunque abbiamo fatto lo sciopero. Il sale, il pane, era tutto scarso.

Siamo andati tutto il popolo al Comune, eravamo quasi tutte donne:

– Òmmene e ffèmmene sìme jùte sòpe lu Comùne. La stànza jèva chièna chièna e ce sìme mìsse a lluccà:

– Jè mmenùte da fòre e ce vo cummannà! Fìgghje de puttàna, dàcce lu pàne!

Àmma pigghijàte li lìbbre e l’àmme jettàte ndèrra, ne nge capèva nènde cchiù.

Na fèmmena ha dato uno schiaffo al commissario, perché ha maltrattato le persone. Questa signora si chiamava Pizzarelli, era nata a Carpino e aveva sposato uno di Cagnano. Abitava vicino a dDiopìstre.

Quando noi abbiamo detto che avevamo fame, [il commissario] ha risposto:

– Andatevi a mangiare l’erba come le pecorelle!

Quèsta fèmmena ne nge l’à vvìste cchiù e ll’ha tteràte nu sckàffe.

Nùnzia Màstemattèje, pe na paròla ch’à ddìtte:

– Ce vo l’accètta de do nCarmèle! – quèdda puverètta ce à ffàtte dùdece mìse de càrcere.

Io non capivo che cosa era l’accetta di don Carmelo perché ero più piccola di lei. Avevo 21-22 anni.

Dopo che siamo scesi dal Comune, abbiamo fatto il giro per il paese, purtànne a Mussolìne.

Per la strada gridavamo:-

dDùce! dDùce!

Pecché àmme pigghijate lu quàdre de Mussolìne? Pecché javàme stùbbete.

Noi sventolavamo la bandiera tricolore – l’abbiamo presa al Comune e l’abbiamo portata in giro per il paese-, àmme fàtte sciòpero nquandetà!

Siamo andati prima al Comune, contro il commissario ci siamo ribellati e abbiamo distrutto ogni cosa; poi siamo andati in processione per il paese, passando pe Palladìne, pe lu Cavùte, ccome e quànne pòrtene la prucessiòne.

Alla fine del corteo, mi chiama Nicola Ricci, impiegato comunale. Pe quìddu, mò, nùja sìme cumbàre, me àve bbattezzàte.8 Me chiàma e ddìce:- Cummà, vàje sòpe la casèrma, è venuto il commissario della questura, che vuole parlare con tutte le mogli dei soldati che stanno in guerra.

M’à ppigghiàte de bbonafède, ‘nghiàzza, pecché se ffòsse stàte riàle, seccòme ca ce stèva lu sa nGgiuvànne, me putèva dìce: – Vattìnne a ccàsta, ca ddò li còse ce mèttene màle! E invece mi ha portato alla caserma.”

c’è chi dive che alcune donne, giunte alla fontana si siano lavate le mani e le abbiano asciugate con la bandiera, ma la signora Carolina non ricorda questo particolare. ma seguiamo il racconto di “Carolina.

“Cagnàne jèva chìne de carebbunère. L’avèvene chiamàte e sso menùte. A vvùna a vvùna, tùtte l’àviti fèmmene, menèvene a lla casèrma. A gruppo a gruppo, le donne salivano sui camion e venivano portate a San Severo. Fino a mezzanotte sono partiti camion pieni di persone e sono state portate a San Severo.

Nel carcere di San Severo siamo rimaste 1 mese e 6 giorni, jettàte pe ndèrra, con una sola coperta. Io avevo lasciato a casa da mia madre un figlio piccolo, di un’annata. Ho detto poi a mia madre:- Portami il bambino che lo devo allattare.

In questo mese e sei giorni, tutti gli arrestati (in genere donne) venivano interrogati e gran parte di essi erano rimessi in libertà.

Tutte e 150 crestiiàne jùrne, jùrne, turnàvene a lli càse, e sìme rumàste sùle quartòddece desgrazijàte! Desgrazijàte sònne stàte Necòla de Pìje, Màssa (lu capeguàrdije), Mattijuccìne, Mechèle la Fèmmena. Dùnca, ccòme decèva, sìme stàte a sSa nZevère e sìme rumàste quartòddece fèmmene, quelle ritenute responsabili.

Dopo un mese e sei giorni ci hanno portato al carcere di Lucera: c’eravamo io, Marietta Giangualano, Carmela Frandòneje, Rosa Orciulo, che avevamo tutte i bambini piccoli.

Lì è venuta poi una donna, che abitava a Foggia – appartiene a Polignone [fino a poco prima podestà di Cagnano] -, e ci ha portato un po’ di panni e vestitini per i neonati. Li lavavamo a mano, ma non avevamo i balconi o le finestre per metterli ad asciugare, allora li streculavàme e la nòtte ce li mettavàme ngòdde, sòpe la cupèrta, e quànne nùja durmavàme, li facevàme assucà, sòpe li spàdde nòstre! (Facevano asciugare i panni dei neonati sulle nostre spalle).

 

Tra gli altri arrestati c’ erano Giangualano Michelina (sorella di Maria), Bbagnulèse e il marito, Nunzia Màste Mattèje, Fiorèlla (Sciurènza) … . De fàma ce muravàme ddà gghìndra!

Il mangiare era scarso e i figli ci succhiavano l’anima, perché noi allattavamo. Allora jì facèva accussì: li scòrce de li fàve a mmè e lu frùtte a jìsse. Ce li squacciàva bbòne, bbòne e ce li dèva a magnà. (il cibo era scarso, allora facevamo così, le fave ai bambini, le bucce a noi).

Ad una delle quattro mamme, un giorno è morto il bambino, poi è morta la bambina di un’altra donna, e allora io ho cominciato a preoccuparmi. E pigghijàte e ssònghe jùta da lu direttòre e èja dìtte:- A ffìgghjeme le purtà a mmàmma!

Poi è venuta mia madre e se l’è portato con sé. Quel figlio stava morendo anche lui nel carcere. E’ ccadùte malàte. Aveva la testa piena di pidocchi, qquà jèva currùtte a ssànghe! [con le mani indica la nuca]. Allora ho pensato:- Questo bambino morirà come gli altri, e così l’ho mandato a casa con mia madre.

Poi si è fatta la causa e ci hanno condannato a sei anni di carcere, sìme stàte accusàte ca àmme sfessàte lu cummessàrije e strùtte li libbre a llu Comùne. Tre anni di condono con la buona condotta.

Quando io ho partecipato allo sciopero, mio marito era in guerra ed è rimasto in guerra fino al 1945. E’ stato fatto prigioniero dai tedeschi e se l’è vista brutta anche lui; torturato per avere raccolto delle patate in un campo, perché aveva fame, lo volevano ammazzare. Questa figlia [accanto a lei al momento dell’intervista ] aveva allora 18 mesi, ha sofferto molto anche lei.

Mio marito quando mi è venuto a trovare in carcere, m’à ddàte ppùre nu sckàffe! – e mm’ha ddìtte:

– Te putìve pùre stà a rreteràta a ccàsta!

(il marito, tornato dalla guerra le ha tirato uno schiaffo e le ha detto che poteva starsene a casa).

 

 

 
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Pubblicato da su 6 marzo 2018 in Senza categoria

 

Poeti del Gargano nel dialetto dei paesi le poesie

Poeti del Gargano nel dialetto dei paesi le poesie

 

Prefazione di Leonarda Crisetti

Nella prima parte del mio intervento vorrei spendere due parole a favore della lingua dialettale, che non merita di essere subordinata alle altre lingue neolatine, ma ha una propria dignità, sia per l’efficacia comunicativa ed espressiva, sia per lo spessore sociale e storico-culturale, come cercherò di argomentare qui di seguito. Nella seconda parte accennerò al titolo di questa snella ma significativa antologia,  farò qualche osservazione sull’impianto del libro, sul contenuto dei testi e sul loro scenario.

Nel Gargano il dialetto può dirsi ancora la lingua materna, perché è la prima che continua ad essere appresa dal bambino. Essa è, inoltre, la lingua del focolare, degli affetti, dell’essere, perché si parla con i propri familiari, con gli amici, con la gente del proprio paese nelle situazioni informali. Ancora, il dialetto – che è veicolato massimamente attraverso il parlato – non ha bisogno di eccessiva rigorosità logica perché chi lo usa gode dell’opportunità di avere di fronte l’interlocutore, di capire pertanto da subito se il messaggio viene recepito, anche perché la comunicazione verbale è completata e integrata dalla postura e dal linguaggio mimico-gestuale. Emblematica a tale riguardo era la posizione della nonna quando, le braccia conserte, lo sguardo fisso negli occhi dell’interlocutore, l’espressione seria del volto, proferiva: “Jè accussì”. Senza concedere il diritto di replica. Il dialetto, infine, è espressione di un gruppo ristretto. L’italiano, al contrario, è una lingua utilizzata in un’area geografica molto più estesa, caratterizzata da un codice decisamente più articolato, scritto e orale, e dall’autorità, cioè dal potere di essere insegnata nelle scuole, di veicolare norme e regolamenti. Dialetto e lingua, anche se diversi, sono in ogni caso entrambi importanti strumenti di comunicazione.

Non tutti, però, la pensano così. C’è infatti chi ritiene che il dialetto sia inferiore alla lingua nazionale per il fatto che non è ricco e variegato come l’italiano e non è in grado di astrarre e di concettualizzare come la lingua nazionale. D’altro canto, se si analizza il vocabolario dialettale, si scopre che non è facile reperire termini astratti, quanto piuttosto parole riconducibili all’ambito dell’esperienza concreta. Non è agevole, ad esempio, trovare nel repertorio dei dialetti parole come gentilezza, dolcezza, candore e, per esprimere tali virtù, si ricorre agli aggettivi corrispondenti (gendìle, “gentile”, dòvce ,“dolce”, gghiànghe, “bianco”).[1] I detrattori ritengono inoltre che il dialetto sia espressione di povertà culturale. Ne sarebbe prova il fatto che esso è parlato da chi occupa i gradini più bassi della scala sociale, spesso con disagio e vergogna, avvertendo un senso d’inferiorità. Negli anni Sessanta del secolo scorso, quando l’italiano non era ancora abbastanza diffuso e i meno abbienti si esprimevano solo in dialetto, a scuola andavano bene solo i figli del ceto medio – alto per il fatto che padroneggiavano l’italiano, mentre i figli dei poveri venivano bocciati perché possedevano un “codice ristretto”[2]. Per decenni si è poi ragionato così: – Se il dialetto è fonte di discriminazione e di svantaggio, è inutile continuare a parlarlo. È accaduto perciò che molte famiglie, pensando di fare il bene dei propri figli, hanno cominciato a dismettere l’abitudine di parlare in dialetto, alitando sul fuoco di chi si fa portavoce della superiorità della lingua nazionale.

Se i contrari sogliono associare il vernacolo alla persona ignorante e non abbiente e avvalorare l’ipotesi che il dialetto sia lingua “cenerentola”, i fautori sono del parere che il dialetto sia “lingua del focolare, dignitosa sorella minore delle lingue neolatine”[3] che meglio esprime l’intimità e l’identità. Non a caso quando si è addolorati, adirati, annoiati, estasiati, le prime espressioni che vengono in mentre sono nella forma dialettale e quando ci si sente soli si vorrebbe a fianco un amico che parli la lingua che più ci è familiare. Significativo, a tale riguardo, il testo di Pietro Salcuni, presente in questa antologia – un elogio al dialetto che, “muntanère, napuleténe o giargianèse, assuzzèsce segnure e jumméne strutte de lu vosche, de la città o de lu paèse” – per il quale “a Monte pe doje parole all’use descurse ej chiére pure s’ej ‘mbecciuse, se tenghe nu ruspe ‘ncurpe cusse ej u suspètte ca ije sacce cumunechè schitte ‘ndialette”.[4]

Certo, il dialetto potrebbe condizionare negativamente la formazione qualora fosse l’unica lingua a disposizione della persona, la quale per stare bene con se stessa e con gli altri deve sapersi esprimere e capire l’espressione altrui nei vari contesti e situazioni, ma non è così. Il dialetto non sostituisce l’italiano, né l’inglese o altra lingua internazionale, ma esplica una funzione comunicativa complementare e integrante, e la formazione linguistica risulta tanto più funzionale e completa quanto più è radicata sulla concretezza e sulla lingua parlata nei contesti di vita vissuta, a partire da quella del focolare. Il dialetto, d’altro canto, rinsangua l’italiano, dandogli nuova linfa.

Il dialetto è strumento di comunicazione che si veste delle peculiarità sintattiche, semantiche e fonologiche prodotte nelle varie epoche e nei diversi luoghi geografici. Questo accade perché le lingue sono per natura dinamiche, non si cristallizzano, ma evolvono, mutuando e trasformando termini ed espressioni usate dalle persone con le quali si è in contatto. Così è per i dialetti dei paesi del Gargano, che sono la risultante delle parlate dei popoli che si sono succeduti nel tempo e nello spazio. Vi si trovano le tracce delle varie dominazioni, del fenomeno della transumanza, delle divisioni amministrative, dei contesti culturali. Lo attestano i termini in uso riconducibili alla cultura greca (spara, “cercine”, fanòja “falò”), alla lingua prelatina (crapa, “capra”, grava, “voragine”), latina (restuccia, “stoppia”, setìdde , “setaccio”), longobarda (ualàne, “bovaro”, zènna, “angolo”), araba (varda, “basto”, nzanzàna,“ruffiana”), francese (sciarrabbà, “calesse”, traìne (carro a due ruote), spagnola (nínne ,“bambino”, manda “coperta”), slava (jale “spiaggia”).[5]

Mettendo a confronto alcune voci[6]  e ascoltando le conversazioni, si capisce che i termini dialettali sono diversi soprattutto a livello fonologico, spesso per il tramutarsi e/o prolungarsi del suono vocalico, per la presenza di dittonghi, per l’uso di semisuoni[7].  Differenze di cui è possibile dare conto solo in parte attraverso la trascrizione. A livello semantico si registrano invece analogie e differenze riconducibili a volte alle subaree garganiche. Il “cercine”, ad esempio, che le donne mettevano sul capo,  per poggiarvi la scala, il barile, un fascio di rami secchi da ardere, una pagnotta di pane, una vasca d’acqua, ebbene, quest’antico attrezzo a Cagnano, a Sannicandro, a San Giovanni Rotondo e a San Marco in Lamis è detto “spàra” [con il suono aperto della a], a Carpino, a Ischitella e a Peschici “spàre” [con la e muta finale], a Lesina “spàse”, a Vieste “stràzze”, a Monte Sant’Angelo “strazzetìdde”, a Rignano e Apricena “pèzze”, a Rodi Garganico “spère”, a Vico del Gargano “spère” e “taràdde”. Anche se diverse a livello semantico, le voci presentano tuttavia una certa “aria di famiglia” e lasciano supporre che alcune di esse richiamino la forma a spirale (come esplicita l’etimologia greca di “spara”), altre il materiale (“strazze”, pèzze, teli di stoffa, spesso strappati a vecchie lenzuola) di cui era costituito l’antico attrezzo, che “taradde” (tarallo) sia una metafora nata dalla corruzione del termine originario, che richiama comunque la forma ad anello del cercine. Le voci “sète”, “setaróle”, “setìdde”, “setàcce”, “setìlle”, “setèlle”, utilizzate genericamente per indicare il setaccio[8], presentano quasi tutte la radice [“sèt”] riconducibile al latino medievale [sāeta, “setola”, “crine”, da cui sarebbe derivato setacciare], tranne la variante cerneture (dal lat. “cribrum”), usata come sinonimo. Salvo a considerare le varietà locali, perché a Peschici il setaccio per la farina era denominato “sète” e “setarole”, quello utile per fare passare i pomodori si chiamava setacce. A San Marco in Lamis “lu setacce” era di stagno e veniva usato come passa pomodori, “la setarola” constava di una retina sottilissima e serviva per separare la farina dalla crusca o da altre impurità, “lu cerneture” consisteva in un telaio di legno di forma rettangolare sul quale la massaia faceva scorrere i setacci per abburattare. Il setaccio per vagliare il grano, infine, prendeva qui il nome di “farnare”, “farnarédde e farnaróne”, in base alla trama più o meno stretta che lo caratterizzava.[9]

In non pochi casi uno stesso significante assumeva significato diverso da un paese all’altro. Erano i giorni di Natale, quando: “Me magnàte nu scartellate tanda grosse – disse un giovane studente di Cagnano ad un compagno di Sannicandro” – allargando il pollice e l’indice di entrambe le mani, per indicare un diametro di oltre dieci centimetri. Il compagno scoppiò a ridere e rivolto ad altri amici presenti commentò stupito: “Oh a Cagnane ce màgnene li scartellate grosse accuscì!”. L’equivoco nasceva dal fatto che i due non si riferivano allo stesso dolce, perché “lu scartellate” di Cagnano Varano era “lu crùstele” di Sannicandro Garganico, quindi, più piccolo nella dimensione e diverso nella forma.[10] La diversità che connota i dialetti si riscontra persino nello stesso paese ed è riconducibile talvolta ai mestieri. A Cagnano, infatti, i pescatori, che erano soliti fare bollire la reti “nda lu lapìje[11], dov’era stata sciolta una sostanza ricavata dal pino d’Aleppo per non farle deteriorare, si ubriacavano facendo “a ppetècchia”, i contadini che avevano a che fare con i covoni di grano, prendevano la sbornia facendo “mezzètte a rrègghje[12], bevendo in entrambi i casi una grande quantità di vino. Dunque, il dialetto non è una lingua povera ed essenziale, ma lingua che abbonda di metafore, sinonimi e parole di diversa etimologia.

Il dialetto è vera e propria lingua per il fatto che viene utilizzato per comunicare (parlare e farsi capire); è strumento del pensiero perché traduce quest’ultimo in parole; è, infine, oggetto culturale dato che testimonia la storia, l’economia, l’evoluzione dell’uomo e della società. Riflettere su questo codice linguistico è, pertanto, utile al bambino come all’adolescente, perché lo aiuta a socializzare esperienze, a strutturare i propri pensieri, a conoscere la vita dei padri, dei nonni e, più in generale, dell’uomo, ed è auspicabile che tale riflessione venga promossa a scuola.

Resta ora da verificare se la lingua dialettale sia in grado di svolgere anche la funzione estetica e artistica, di esprimere cioè sentimenti ed emozioni che appartengano alla sfera umana soggettiva, se sia capace insomma di fare poesia ricorrendo – ma non necessariamente – alla metrica, agli schemi ritmici e a particolari soluzioni stilistiche. Chi compone poesie, infatti, non lo fa per gli altri, per informare, scrivere o argomentare sul piano razionale, ma per esprimere il proprio mondo interiore, utilizzando le parole, lo spazio, i costrutti in modo personale e creativo, coniando persino nuovi termini.

I detrattori risponderebbero da subito con un no, ritenendo che il dialetto sia incapace di esprimere pensieri profondi e nobili sentimenti. Io, però, attraverso l’analisi di canzoni e poesie popolari tramandate oralmente[13] ho avuto modo di constatare che la lingua dialettale riesce ad emozionare allo stesso modo della lingua italiana e forse anche di più. Essa è infatti ricca di termini originalissimi, di cui non sempre è possibile trovare l’equivalente in lingua italiana. Ricordo un’antica “canzone de sdègne[14] in cui si leggono parole come muschejature (luogo dove le mucche scacciano le mosche), sauriature (luogo ventilato dove sostano d’estate le capre), muriature (là dove le pecore si stringono facendosi ombra), sugghiature (luogo sporco dove amano rotolarsi i maiali). Nelle canzoni si utilizzano, inoltre, figure retoriche e onomatopee, sono  adottate  soluzioni stilistiche originali e spesso molto efficaci. Due soli esempi. Ne “I mesi dell’anno”, giugno si presenta dicendo che vuole farsi la “sferracchiata” [mietuta] con “sferrècchia” [falce], tagliando la testa alla “fèmmena vècchia” [campo maturo].[15]  In una “canzone d’amore”, il cantore invita la donna a sciogliersi i capelli – che “ce chiàmene chinzòla cristiiane” – in modo che il vento possa farli svolazzare e il sole li faccia splendere, scegliendo parole singolari come “sbalijà” e “sderlucì”.[16] Le conversazioni dei più anziani si colorano di suoni onomatopeici, quando parlano di pioggia che “scquendèja” (scendendo a goccia), di cielo che “ndrona” (tuona), di “fanòja sckattejènda” (falò che scoppietta), di bambino che fa “tùppete e tiritùppete” (mentre cade e rotola). La tesi che la lingua del dialetto sia capace di fare poesia è confortata da Donato Valli là dove scrive che “ il dialetto si costituisce effettivamente come lingua autonoma, alla quale non solo è possibile applicare il canone tecnico e retorico della letteratura alta indipendentemente dalla sua estrazione sociologica, ma è possibile attribuire un’intensa funzionalità espressiva che nasce dalla incondizionata potenzialità analogica delle forme in un terreno indenne di compromissioni di paradigmi storici e normativi.”[17]

Oggi in diverse regioni d’Italia le nuove generazioni non si esprimono più correntemente in dialetto. La flessione dell’idioma locale è riconducibile agli anni post-unitari, allorché i governi hanno inteso “fare gli italiani” anche attraverso la diffusione della lingua nazionale.  Il resto è opera dei mezzi di comunicazione di massa, televisione in testa, e, da ultimo, di internet che, veicolando l’uso delle lingue internazionali dominanti, favorisce l’omologazione. Da alcuni decenni però si registra una controtendenza e la conoscenza del vernacolo costituisce un punto di forza, sia perché il dialetto non è più l’unico strumento di comunicazione, sia perché non è parlato solo dai ceti bassi, sia soprattutto per il suo potenziale espressivo. A conferirgli dignità hanno concorso – oltre alla letteratura della seconda metà del secolo scorso e alle associazioni – i Programmi del 1985 per la scuola primaria, là dove affermano il diritto dei fanciulli e delle fanciulle di potere comunicare con tutti, che la formazione linguistica va dilatata, che si possono accettare termini ed espressioni dialettali “da virgolettare”. I dialetti perciò resistono anche nelle conversazioni dei giovani – non solo del Gargano – che nelle situazioni informali e confidenziali amano ricorrere a termini dialettali, indubbiamente corrotti e,  per certi aspetti,  italianizzati, come del resto accade alla lingua nazionale, sempre più invasa dagli anglicismi. Cosa accadrà in futuro non è dato di sapere con certezza. Il ben noto linguista Tullio De Mauro, recentemente scomparso, con un certo ottimismo affermava: “C’è una falsa lettura della realtà linguistica italiana (e non solo) dettata da un’idea altrettanto falsa: che la nostra mente linguistica sia come un secchio o uno sciacquone in cui, se si versa una lingua, forzatamente deve uscirne quella che c’era prima. Non è così. Oggi meglio di ieri ci rendiamo conto di quanto ogni comunità umana sia intrisa di plurilinguismo, di coesistenza, anche nelle singole persone, di capacità idiomatiche diverse.”[18] Il dialetto perciò non morirà mai del tutto. Spetta in ogni caso alle comunità il compito di sostenerlo – promuovendolo anche attraverso le scuole – in quanto bene culturale da salvaguardare e specchio della realtà, in nome dell’originalità, della diversità, dell’identità, per arginare l’omologazione sempre più perversa e pervasiva, e favorire l’integrazione.

Ed è proprio in questa direzione che ritengo vada la presente raccolta intitolata “Poeti e poesie in lingua dialetto del Gargano”, forse la prima della “Montagna del sole”, non perché non ve ne siano altre, ma perché come spiega Franco Ferrara – ideatore del progetto – è questa la prima che consente agli autori di esprimersi utilizzando il codice dialettale del proprio paese liberamente, trascrivendo i suoni della parlata locale senza sottostare a regole imposte. Sotto questo profilo la raccolta assume carattere documentario. Inoltre, le poesie qui presenti sono espressione di poeti locali, nati e vissuti a lungo nel Gargano: Franco Ferrara e Raffaele Pennelli di Apricena, Angelo Curatolo di Cagnano Varano, Giuseppe Trombetta di Carpino, Nino Visicchio e Rocco Martella di Ischitella, Pietro Salcuni di Monte Sant’Angelo, Giuseppe Lombardi di Rignano Garganico, Onorio Grifa e Michele Totta di San Giovanni Rotondo, Antonio Guida di San Marco in Lamis, Maria Rosaria Vera, Michela Di Perna e Nicola Angelicchio di Vico del Gargano, Isabella Cappabianca Pernice e Angela Ascoli di Vieste.

L’antologia è organizzata per autore. Ciascuno ha avuto facoltà di inserire fino a tre poesie scritte nella propria lingua madre. I testi afferiscono massimamente al genere lirico ed esprimono le emozioni e i sentimenti vissuti personalmente dagli autori. In alcuni casi, però, i poeti affidano ai versi il compito di veicolare insegnamenti, facendo assumere alle poesie i caratteri del genere didascalico (“Fëlësufànnë”, “I macch-nett-”). In altri (Na preièra alla Madonna, Uijucce … Zè Gatte), il dialetto si fa strumento privilegiato per comunicare con la Vergine e con Dio e la poesia assume i caratteri del genere religioso. I poeti del Gargano, inoltre, danno prova che il dialetto non è un vecchio arnese, ma un mezzo espressivo con il quale si possono affrontare i temi più vari, vecchi e nuovi: da quelli ironici e scanzonati (“Ci chiamano mup”) a quelli più tristi e delicati (“Lu tumore”). I pensieri e le emozioni sono espressi nella maggior parte dei casi nel verso libero senza rima. Non mancano testi dal verso più regolare, talvolta in rima (baciata o alternata), spesso arricchiti da assonanze, consonanze, metafore, personificazioni, anafore, simboli, come è dato di verificare, ad esempio, leggendo “Lu Cavut”, dove la “luc’” si chiama “pac’” e “li muscant‘” sono gli animali che con i loro versi, “sopa lu tupp’ d’ SantJorj”,[19] formano una vera e propria orchestra. Ne (L’attore) insieme alle rime e alle assonanze, è facile notare il ritmo cadenzato, a tratti incalzante, che conferisce musicalità al verso:

 

Si custréttë a jèssë attòrë

pë fòrza maggiòrë

a jèssë

quànnë vu jèssë

schiàvë dë la sucëtà

a dìcë e a fà

còmë vònnë lòrë

së nnò të trùvë fòrë.

 

Anche se l’opera voleva essere una raccolta libera, per non frenare la fantasia di nessuno, di fatto è venuto fuori un lavoro abbastanza organico, che rappresenta significativamente lo scenario del Gargano con i suoi centri abitati e una varietà di luoghi piani, montani, marini e lacustri. I contenuti spaziano nel tempo e, tra presente e passato, mettono a nudo affetti, virtù e difetti umani, paure e precarietà, questioni dell’attuale società (povertà, disoccupazione, emigrazione, degrado ambientale, incomunicabilità, diffidenza verso l’autorità). Un documento che fotografa insomma la nostra realtà. Emerge il profilo del garganico con la mente rivolta al passato e lo sguardo al presente. Un uomo che vive il disincanto ed è legato ai ricordi: di Fraulicchj, “che ogni tant pigghie nu sicchie e va a ‘nnacque chiant e sciure, o leve ‘u vritt da ‘n facce ‘u mure” [20]; della guerra che recide i legami “Ji m’arr’cord quann c’sim cansciut, pù è scuppièt la uerr e so partut. M’hann mannet allunden a dov facev freded e ‘nc putemm ‘cav’dà”[21]; L’amore de ‘na vote, diverso da quello di oggi, perché in passato “I nnamurate parlavn da luntane, e ndrete steve ‘a mamm p’i recchie tese” [22];  il Natale di un tempo, allorché “supr ‘i muntagn e supr ‘u pais, acchyan acchyan ascegn ‘a niv” e “mezz a’ strat ‘na morr dj guagniun kj guanc tutt roscj menjn all’aria tanta paddun”, mentre “dintr ‘i cas dy vicayul i mamm stan affacjnnat a fa: crustjl, pettjl e kaucjun”[23];  il ricordo dei piatti della tradizione (Fave e KiKoccia); delle paure dei fanciulli, “u paponn” che “nanonn muntuèv spiss” e, “p fa sta quièt a nuje quatrà”, diceva: “‘mo v’ava muccicà!”, e “u scazzamaurèdd … sempr p nu cuappèdd ca … s ci lu riusciv a luà nu sacc d solt t’avva lassà.” [24]

Un uomo triste e solo come L’uteme ciucce, come i centri abitati, sempre più deserti, “la strata tùtta cagnàtä, ‘na frècä dï pòrtë chiúsë dï càsë e dï tànda iúsï, che pàrönö abbandunàtï. Pla víjä pròpïjö nësciúnö, no nvócï dï crïstijànï, lundànö dújë afrïcànï, li rùcchï allì balïcúnï”[25] e A chés d nanonn, che pareva una reggia e “mo n’n ci sta chiù nisciun”. Uomo che apprezza le bellezze naturali e gli spazi incontaminati (Lu Cavut, Nu sguarde da… lundène, ‘A terr d’u Gargan, Bell’acqua, L’albe a Viste), che indugia sui fenomeni atmosferici (U maletimbe, Favugne), che è disposto a sopportare il fastidio provocato da “muschidd e zampan” presenti nelle zone depresse del Varano[26], ma che non tollera l’ambiente venga deturpato (Quanda volete, scugghire moje, te so venute a truè …) o che antichi abitati siano abbandonati al degrado:

 

Quiddu ca oj scrop’

l’occhj d’ la jent’

a Sant’ N’cola

n’ sonn av’t che catapecchj abbandunat’

com’ s’ tort’ pur’ lor’

a qualcun’ avessen’ fatt’.

Eppur’ nu jurn’

sti catapecchj ch’ v’dim’mo

jev’n’ lu fior’ all’occhiell’

d’ lu Stat’ nostr’,

p’cchè qua jeva l’Idroscal’

e l’idroscal’ de Sant’ N’cola Imbut’

da tutt’ jeva can’sciut.[27]

 

Un uomo che ha difficoltà a trovare lavoro ed è costretto ad abbandonare i propri cari e il proprio paese, “l’ucchie … lucede”, “lu core” che “batte forte”, “parte pe forze” perché lascia “tutte la vita , la mamme, li sore e li frate”, “nu pizze de core”[28]. Emigra perché “sta tèrre avére, manghe na zènne de fatiche non dèje pene nemmanche a na furmiche”[29]. Deve andare, perché “La famigghia sta’ ‘nguaiata, soffre citta e ’arretrate, ie’ fenuta inde nu fosse”[30]. Un uomo attaccato alla proprietà (Nu mazz de sparie), che si lamenta anche quando non ve n’è bisogno (Auanne è musce), diffidente verso chi amministra e governa (Da stamatínä chióvë e cchióvë fòrtë, Gargan), o verso chi, legato al potere, non ha il coraggio di farsi da parte (U curagg’). Un uomo sensibile ai problemi delle diseguaglianze sociali (U funaral d’ nu v’cchiaredd), della povertà (Lu sonne de ‘nu pezzènte), della terza età (Li vucàle della nonna); che sospetta del matrimonio (Alla vegiglje u matremonje) e che, pur essendo infastidito dal comportamento del “vanaglorjòsë” pronto “a njà vërëtà” (U Busciardë), nel palcoscenico della società si vede costretto a recitare una parte che non si è scelta (L’attore). Questo uomo, pur essendo consapevole di vivere “ndà nu mònnë dòvë còntë sòlë quéddë ca vùnë pussédë no quéddë ca vùnë jè vëramèntë”, pensa in ogni caso che occorra agire con responsabilità (Fëlësufànnë) e che sia necessario ripensare i modelli educativi: insegnare le regole ai propri figli (S- vu bèn) e tenerli lontani dal vizio del gioco (I mach-nett-). Un uomo profondamente umano che è addolorato dalla morte delle persone care (U Pacche) ed è terrorizzato dal male del secolo:

 

Pe ‘lla puttana! ‘Stu cacchiye de tumore

fa rèje li capidde a tutte quante.

Arrappa scìa li vecchiye che li ggiune

e lèste li manna allu campesante.[31]

 

Un uomo fondamentalmente fragile (Crejature miie) e uguale a se stesso (Simme accusi), che si rivolge nello stesso tempo alla magia, “ Cenzè te si misse u lambetine?”[32], e alla Vergine, per chiederle di potere trovare conforto in un suo abbraccio:“Famme sta’ ‘cchiu’ strinte a Te, che vu’ tanta bène a me. Smania custu core mie, ‘nnanze a Te, Mamma de Die”[33]

Cagnano Varano, 7 gennaio 2017

 

[1] La trascrizione fonetica degli aggettivi appartiene al dialetto di Cagnano Varano. La e [corsivo] in corpo o a fine parola dialettale è muta. La regola non vale per le citazioni virgolettate tratte dai testi dei poeti di questa antologia, che sono state trascritte fedelmente.

[2] L’espressione è riconducibile a Basil Bernestein, secondo il quale il successo scolastico è condizionato dalla capacità verbale, che riflette le condizioni socio-economico-culturali degli alunni. Il sociologo parla anche di codice “allargato” della lingua tipico dei ceti medio-alti caratterizzato, tra l’altro, da climi familiari distesi, improntati al dialogo, e dalla fiducia dei membri. B. Bernestein, Class, codes and control (1971). La forte e ingiusta selezione della scuola, che faceva parti uguali fra disuguali, nel 1967, fu denunciata da don Lorenzo Milani, Scuola di Barbiana, Lettera a una professoressa, 1967.

[3] F. Granatiero, Rère ascennènne 2002, pag.14.

[4] Traduzione: “[il dialetto] montanaro, napoletano, giargianèse, rende pari signori e uomini stremati dalla fatica / del bosco, della città o del paesino”… “a Monte con due parole giuste / il discorso è chiaro anche se complicato / se ho un rospo in corpo ho il sospetto/ che so sfogarmi solo in dialetto”.

[5] Il lettore che voglia soddisfare qualche curiosità sui dialetti di Capitanata, Terra di Bari, del Gargano e interregionali può consultare:  Bbèlla te vu mbarà … cit., Prefazione, F. Granatiero, poeta dialettale pugliese, in pp. 21-26;  M. R. Carosella [a cura di], Interferenze di forme e dinamiche di strutture. Influssi bidirezionali tra dialetti e italiani regionali dell’area garaganica settentrionale,2002. pp. 229-306; N. L. Savino, Il gergo popolare in Lesina pregarganica, comune del nord delle Puglie, 1980.

[6] Oltre ai poeti della presente antologia, sono stati consultati Grazia D’Evola (Sannicandro Garganico), Vincenzo Campobasso (Rodi Garganico), Vincenzo Luciani (Ischitella), Angela Campanile (Peschici), Nicola Palmieri (Vico del Gargano), Nunzia Augello (San Giovanni Rotondo), Lidio Nicola Savino (Lesina). Grazie a tutti per la collaborazione. È stato chiesto loro come vengono chiamati nel dialetto del proprio paese cercine, falò, capra, grava, stoppia, setaccio, coperta, margine, mediatrice/ruffiana, calesse, traino, bambino, lago.

[7] Ne è un esempio la “g” di “gràve”, che nel dialetto di Carpino va pronunciata col mezzo suono.

[8] Arnese costituito da una rete di sete, tela, crine o fili metallici, adoperato per separare i prodotti della macinazione dei cereali, legumi, in base alla grossezza.

[9] M. e G. GALANTE, Dizionario dialettale di San Marco in Lamis, 2006.

[10] Per “scartellate” s’intende a Cagnano il dolce natalizio che si ottiene tagliando la sfoglia impastata con farina e vino (oppure con uova) in fettuccine larghe 3 cm circa e lunghe circa mezzo metro, unendo i lembi di ciascuna fettuccia ogni due cm circa a mo’ di barchetta, avvolgendola infine come una spirale. Ciascuno scartellate viene poi fritto e condito con miele d’api o di fichi (venecotte), mandorle e noci tritate. “Lu crùstele” invece, è uno gnocco dolce fritto,  ha il diametro massimo di 3-4 cm, è ottenuto dall’impasto di uova, farina, zucchero e lievito.

[11] Grosso recipiente di stagno.

[12] Il “mezzètte” era una misura di capacità degli aridi ed equivaleva a Cagnano a circa 24 kg. L. Crisetti Grimaldi, Cagnano Varano, centro storico, economia, salute, costumi, società, 1999, pag. 205

[13] L. Crisetti Grimaldi, Bbèlla te vu mbarà … cit.

[14] “Pòvere m’ate ditte, pòvere sònghe”, ivi, pag. 120. Le canzoni di “sdègne” sono di disprezzo. Ivi, pag. 140

[15] “I mesi dell’anno” ivi, pag. 47

[16] “Nennèlla ne nde mètte cchiù a lla porta”, ivi, pag. 125.

[17] D. Valli , Prefazione, in F. Granatiero, Scuerzele, 2002, pag.12.

[18] T. De Mauro, Prefazione, in Dizionario del dialetto di San Marco in Lamis cit., pag. 8.

[19] Sul poggio di “Sant’ Jorj” situato di fronte al centro storico che guarda da un lato alla Valle di San Giovanni e dall’altro alla Laguna di Varano.

[20] “… che ogni tanto prende un secchio/e va a innaffiare piante e fiori / o toglie lo sporco dai muri.”

[21] “Io mi ricordo quando ci siamo conosciuti / poi è scoppiata la guerra e sono partito. / Mi hanno mandato lontano / dove faceva freddo e non potevamo riscaldarci”, Rrcòrd.

[22] “Gli innamorati si parlavano da lontano,/e dietro c’era la madre di lei con le orecchie tese.”

[23] Allorché “sui monti e sui paesi, / piano piano scende la neve” e “per strada una quantità di ragazzini / con le guance tutte rosse / lanciano per aria tanti palloncini (di neve)”, mentre “nelle case dei vichesi/le mamme sono/affaccendate a fare: /crustoli, pettole e calzoni. ‘U Natal a Vich.

[24] “U paponne”, che la nonna nominava spesso e per fare stare quieti i fanciulli diceva: “Ora vi deve mordere!”, e “u scazzamauredd”/ce lo facevano immaginare sempre con un cappello / che se glielo riuscivi a levare… / un sacco di soldi ti doveva lasciare”. I pagur di quatrà.

[25] “… tutta cambiata,/un fracco di porte chiuse/di case e di tante stalle , / che sembrano abbandonati. / Per la via proprio nessuno,/non voci di cristiani/lontano due africani, / i colombi ai balconi.” Ndö la stràtä dï càsa míjä.

[26] A mucc’caredd.

[27] “Quello che scopre / oggi l’occhio della gente / a San Nicola / non sono altro che catapecchie abbandonate / come se anch’esse / avessero fatto torto a qualcuno. / Eppure un giorno queste catapecchie che vediamo ora / erano il fiore all’occhiello del nostro Stato, / perché qui c’era l’Idroscalo / e l’idroscalo di San Nicola Imbuti7 era da tutti conosciuto.” Sant’ N’cola di Varano.

[28] La valige.

[29] La partènze.

[30] L’emigrante.

[31] Lu tumore.

[32] Cenzè hai messo “l’abitino”?, U Malucchije.

[33] Na preièra alla Madonna.

 

 
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Pubblicato da su 17 aprile 2017 in Libri, Senza categoria

 

Quarandanna, il rito che riconduce al mito di Erigone [figlia della primavera, colei che genera], ed esprime la difficile condizione dell’adolescente. Intervento di Leonarda Crisetti, Convegno, Peschici, 23 febbraio 2017, giorno di giovedì grasso.

 

Esiste una relazione tra Carnevale e Quarandanna, che è di parentela perché, secondo alcune ipotesi Quarandanna è moglie, per altre è figlia o madre di Carnevale, ma anche temporale perché il rito della Quarandanna si celebra subito dopo quello di Carnevale. Esistono infine delle differenze tra i due rituali perché il Carnevale si caratterizza come periodo di baldoria, di abbondanza, di sfrenatezza, dato come – come sostenevano i romani – “semel in anno licet insanire”, e la Quarandanna inaugura un periodo di digiuno, di astinenza anche sessuale, di preghiera e di penitenza. Se le origini del Carnevale – collegate ai baccanali e ai saturnali –  sono note a tutti e in ogni caso trattate da chi mi ha preceduto, quelle della Quarandana, Quarandanna, Quarandène (nomi con i quali è conosciuta nel Gargano) lo sono meno. Spero di chiarirle in questo mio intervento e di soddisfare qualche altra curiosità  sulle origini, il significato, il rito di Quarandanna che, rinvia ad un mito e sottende simboli che spiegherò.

Oltre vent’anni fa, nel lontano 1994, docente di lettere alle scuola media “N. D’Apolito” del mio paese, dovendo fare capire ai ragazzi di 1a media  cosa fosse il mito in modo interessante, ho pensato di proporre loro l’esperienza della Quarandanna. Che cos’è?  Come si fa? Perché? Cosa si faceva con essa? Che fine faceva? Sono state queste le domande con le quali ho cercato di incuriosire i giovani studenti che sono scesi con entusiasmo sul campo, per raccogliere i dati utili alla ricerca, intervistando nonni, vicini e comari, e, aiutati dalle loro mamme, hanno costruito la loro Quarandanna. Tracce della ricerca sono in questo opuscolo, intitolato Quarandanna, la pupa impiccata, pubblicato a cura dell’associazione culturale L’Alternativa, che vado presto a sintetizzare

Quarandanna è una pupa di pezza, confezionata di anno in anno dalle donne, vestita in genere con i costumi del luogo nei colori scuri ( giacche, gunnèdda, zenale, tuccate ‘ngape) con fuso in mano e conocchia alla cintura. Secondo la tradizione Cagnanese Quarandanna è moglie di carnevale, fila tutto il giorno per pagare i debiti del marito ubriacone e viene impiccata l’ultimo giorno di Carnevale. Il cappio al collo, legato ad una corda tesa tra un capo e l’altro della strada, da un balcone all’altro, sulla finestra, oppure sulla mezza porta, è sospesa nell’aria per tutto il tempo della Quaresima ed è schernita, derisa dai bambini: “Povera Quarandanna!” In alcune versioni il pupazzetto della Quarandanna ha una patata con 7 penne sotto i piedi: ogni settimana se ne estrae una, fungendo da calendario. Un popolare informa che notte di sabato santo, quando si slegavano le campane, veniva estratta l’ultima penna di gallina dalla patata e si distruggeva la pupa, urlando con sollievo:

 

Jè ffenuta la mózza e la sana,
fóre fóre la Quarandana!

La mozza era la metà penna con la quale si contava la prima settimana di quaresima, che iniziava mercoledì delle ceneri. In altre versioni, la pupa ha una corona in mano. Ce n’erano tante per tutto il paese: “Vuna pe ogni capestrata; ce l’arrubbàvene e nuja la javame a truvà”- raccontano gli intervistati più anziani. Il rituale si ripeteva ogni anno, a partire dall’ultimo giorno di Carnevale, anche in altri paesi del  Gargano. Riguardo al perché, quasi tutti hanno risposto che la Quarandanna si faceva “perché così si usava”.

Per capire meglio il perché del rituale, ci vengono in aiuto i versi di una poesia di San Giovanni Rotondo, che ci offrono l’immagine di una Quarandana cristianizzata, simbolo della Quaresima. Colpita dalla pioggia e dal vento, la pupattola “persuasa venduleja”, mentre i giovani sospirano, la gente prega e fa penitenza. Ve la propongo:

Sòpe na funestràdda
ce sta nu pupazzàdda
cu ssètte pènne e nna patana sàutta
e ccu nna cròna mmane.
La vòria la fracca,
la nfàunna tutta l’acqua
e jjèssa persuuasa vendulàja
pe ssètte settemane,
la Quarandana.
P’àugnè ssettemana
la lèvene na pènna.
Suspìrene li ggiùvene e li uagliune
cu ppazijènza, chiane chiane,
la Quarandana.
E ll’òmme che la vède
ce lèva lu cappèdde
e ddice nu zinne a llu vecine
e ccu nna faccia strana
la Quarandana.
E ppe ttutte li nutte
e lli jurnate sane
prèga la ggènde
e ppenetènza faje,
pe ssètte settemane,
la Quarandana [4].

Le filastrocche di Cagnano e di Sannicandro ci presentano invece una Quarandanna  bruttina, con la bocca storta, che digiuna mangiando mangia ricotta.

Quarandanna mussetòrta
ce ha mmagnate la recòtta.
La recòtta ne gnè ccòtta.
Quarandanna mussetòrta.

La  filastrocca di Sannicandro, inoltre, sembra incoraggiare i penitenti, ricordando loro che il tempo del digiuno sta per finire e, quando sarà Pasqua, si potranno mangiare anche i formaggi meno magri:

 

Quarandana vòcchetòrta,
Ne nde magnanne cchiù rrecòtta.
Quanne arrive Pasquarèlla
te magne recòtta ndrecciata e scamurzèlla [2].

La filastrocca di Monte Sant’Angelo – lascia intendere anch’essa che la Quarandéne sia simbolo di digiuno là dove recita – “Sò sserréte li vvucciarije e ppe qquarandasètte dije” –  dato che in tempo di Quaresima era vietato mangiare carne (eccezione fatta per i malati e le puerpere). Il testo presenta, inoltre, un’altra analogia con le filastrocche di Cagnano e di Sannicandro là dove parla di “muse de chene”  in luogo di “musse” o “vocche torte”, là dove recita:

Quarandéne muse de chéne,
e mmùzzeche la lénghe a lli quatrére.
Sò sserréte li vvucciarije
e ppe qquarandasètte dije.
 

Elementi simbolici che ci consentono  di effettuare una chiave di lettura diversa e di ipotizzare che il rito non sia nato in epoca cristiana. Da un approfondimento, si capisce che il rituale di appendere bamboline, imitando l’impiccagione, è nato prima della venuta di Cristo, in Attica, regione della Grecia, e si riconduce al mito di Erigone, al quale bisogna accennare.[1]

Il mito narra che Erigone era figlia di Icario, un pastore che, per avere ospitato Diòniso [il nostro Bacco] ricevette in dono del vino e un tralcio di vite. Icario volle fare assaggiare la gustosa e inebriante bevanda ai pastori della sua regione ma questi, avendo ecceduto nel bere, si ubriacarono e, credendo di essere stati avvelenati con quella bevanda, lo uccisero. Avvedutisi dell’errore, i pastori si pentirono e nascosero il cadavere, senza dargli degna sepoltura. L’ombra d’Icario, che vagava senza pace, apparve in sogno alla figlia Erigone e le raccontò l’accaduto. Erigone, che era molto legata al padre, insieme al cane Maira si mise alla ricerca del cadavere, per dare al padre la sepoltura che meritava, finché dopo mesi lo trovò. Vinta, dalla paura di restare sola e povera, sopraffatta dal dolore si tolse infine la vita, impiccandosi ad un ramo dell’albero sotto al quale aveva prima sepolto Icario.  Maira, il cane di Erigone, si lasciò morire anch’esso, ai piedi di quell’albero, senza più mangiare. A memoria dell’evento sfortunato, Zeus trasformò Icario nella costellazione di Arturo (Boote), Erigone nella costellazione della Vergine e Maira nella costellazione del Cane (Canicola). Configurazione astrale che spiegherebbe il senso dell’immagine evocata verso della filastrocca di Monte Sant’Angelo là dove menziona il cane [costellazione del Cane Minore] che morde la lingua ai bambini  [per la sua vicinanza al segno dei Gemelli].

Il mito vuole inoltre che Erigone, prima di impiccarsi, augurasse la sua stessa fine alle vergini ateniesi, se non avessero vendicato la morte di suo padre. Maledizione che produsse i suoi effetti, perché dopo la morte di Icario e di Erigone, in Atene si registrò un’epidemia di giovani donne che morivano impiccandosi. L’evento drammatico causò una grande problematica sociale perché con le morti delle adolescenti si sarebbe interrotto il ricambio generazionale. Fu quindi consultato l’oracolo di Apollo, il cui responso fu di non di dimenticare il sacrificio di Icario e di Erigone, di  punire i loro assassini, di istituire una festa in onore della giovane donna, di offrire primizie durante la vendemmia a padre e figlia.

Il popolo ateniese, per placare l’ira di Erigone e per fare cessare l’epidemia suicida, decise quindi di istituire le Aiòra e di festeggiarle tra febbraio e marzo di ciascun anno, nello stesso periodo in cui si celebravano le Anthestéria in onore di Diòniso, spillando il vino novello [il periodo in cui festeggiamo il Carnevale]. Nacque, così, ad Atene la tradizione di appendere delle altalene agli alberi dove le fanciulle si lasciavano dondolare, per simboleggiare l’impiccagione di Erigone ed esorcizzare l’istinto suicida. Alcune versioni narrano di uomini ateniesi che si appendevano alle corde e si lasciavano andare aventi e indietro e, siccome, alcuni di essi cadevano, furono sostituiti dalle loro immagini (mascherine) che si facevano dondolare, sospese alla corda come le nostre pupe di stoffa.

Mito complesso quello di Erigone e Icario che, narrando il dono del vino, l’uccisione di Icario, il suicidio di Erigone, il suicidio delle vergini ateniesi, intende per spiegare: la resistenza del popolo al cambiamento (che Diòniso avrebbe provocato col dono del vino) ovvero la transizione da una società di pastori a una di contadini; l’importanza della famiglia, che è l’elemento primordiale della società, il luogo in cui si determina la continuazione della specie; l’importanza della donna alla quale la società greca agro-pastorale riconosceva l’importante compito di procreare e di assicurare il ricambio generazionale; le difficoltà, le paure, i dubbi della donna adolescente che – come Erigone – teme soprattutto di restare sola. Mito che richiese la messa a punto di un rito che svolse due importanti funzioni: una sociale, che consiste nell’aiutare le adolescenti a superare ancestrali paure, soprattutto quella di non procreare, che era la massima aspirazione della donna, ed esorcizzare l’istinto suicida; una economica, favorita dal dono della vite di Diòniso al padre di Erigone e quindi ai pastori, che agevolò la transizione da una società di pastori ad una società contadina.

Il rito dell’impiccagione che – come ogni rituale – consta di sequenze ordinate, reiterate nel tempo a scadenza fissa, prevede l’allontanamento dalla terra, la  sospensione nell’aria, l’oscillazione, la morte [elementi presenti tutti nel rito della Quarandanna]. Il suicidio è stato interpretato come rito di separazione [della figlia privata del padre], come rito di passaggio da giovane vergine a donna di matrimonio,  come rito propiziatorio della fertilità. La sospensione e allontanamento dalla terra come isolamento necessario per non farsi contaminare e ritornare alla vita con più energie.  Il movimento oscillatorio è stato visto come mezzo utile per consentire a chi vi partecipa di liberasi dalle negatività dell’esistenza.  L’aria, l’acqua e il fuoco – che fanno la loro apparizione nel racconto mitico – sono simboli di purificazione.

La prima Quarandanna della storia dovette essere pertanto Erigone, in onore della quale è nato il rituale di oscillare nell’aria sull’altalena. Il  rito ha poi viaggiato ed è giunto nei paesi del Mediterraneo probabilmente all’epoca della colonizzazione greca, superando le coordinate spaziotemporali, dato che fu riconosciuto  e  reimpiegato anche nel contesto del Gargano, per il fatto che nella società di pastori e contadini del promontorio  trovò le stesse matrici culturali della regione in cui era nato. Quando sopraggiunse il cristianesimo, non potendo sradicare il rito, lo mutuò, celebrandolo nello stesso periodo dell’anno e simulando l’impiccagione, apportando però alcuni cambiamenti.  È possibile riscontrare diverse analogie tra Quarandanna ed Erigone: entrambe si isolano, allontanandosi dalla terra, oscillano sotto i colpi del vento e e dell’acqua e infine muoiono, per consentire il ritorno alla normalità; tutte e due scelgono la forma dell’impiccagione: Quarandanna dopo la morte del marito Carnevale – vorrei ricordare che alcune versioni la fanno morire suicida (“Si ammazza perché non riesce a pagare i debiti del marito Carvevale ubriacone”), la seconda perché riesce a vivere da sola senza il padre (ucciso dai pastori per avere loro donato del vino).

Esistono però anche delle differenze e se il mito originario fa nascere la donna primordiale dalla terra e le affida il compito importantissimo di tenere in vita la specie umana, così riconoscendo la sua potenza,  il mito cristiano sminuisce il valore della donna, facendola nascere da una costola di Adamo e costringendola a vivere all’ombra del marito fino alla prima metà del Ventesimo secolo. Inoltre, se il rito originario simboleggia le paure ancestrali dell’ adolescente, soprattutto quella di non poter procreare, quello cristianizzato accosta sempre più il significato di Quarandanna a quello di Quaresima, che è preparazione alla santa Pasqua ed è  accompagnato da digiuno, penitenza, preghiera e castità.

Il rito fu reiterato finché durò la civiltà contadina, perché in quelle matrici culturali aveva un senso. Quando, con l’industrializzazione, la donna cominciò ad essere più libera e indipendente, perché le sue facoltà furono finalmente riconosciute, il lavoro retribuito e il suo essere nel mondo non fu più solamente circoscritto al dovere di mettere al mondo i figli, potendo coltivare anche aspirazioni altre, il rito della Quarandanna non ebbe più ragione di esistere. Le ultime Quarandanna risalgono infatti agli anni Sessanta del secolo scorso, facendo eccezione per alcuni tentativi di riesumare la tradizione da parte delle scuole e delle associazioni.

La domanda è a questo punto: “Ha senso oggi riproporre il rito della Quarandanna?” Se pensiamo di ricreare le radici culturali che lo hanno originato, la risposta è no. Se invece ripensiamo al significato originario, che è fondamentalmente un rito di passaggio dell’adolescente alla vita adulta, e – per suo tramite – alla possibilità di concedere ai ragazzi in crescita spazi utili per dare fiducia, rasserenare, riflettere sulla propria condizione, allora si che potrebbe avere un senso. Perché tra le costanti che attraversano le società di tutti i tempi c’è la condizione difficile dell’adolescente, che io amo paragonare alla moleca – stadio del granchio quando è privo della corazza – ed è, perciò, molto vulnerabile, privo quindi delle difese che nascono con l’età e con l’esperienza. Gli adolescenti, sia maschi, sia femmine, che la civiltà tecnologica e conoscitiva ha reso più liberi ma anche più esposti, vanno tutt’oggi alla ricerca della propria identità e vivono le ansie di sempre: hanno paura di non riconoscersi guardandosi allo specchio per via dei cambiamenti, temono di non trovare l’amico/a o l’amore della vita, di non potersi realizzare, di diventare capri espiatori dei bulli, di non essere forti e indipendenti come gli adulti, di non essere apprezzati dai compagni e dagli insegnanti.  A differenza di ieri, però, mancano i riti d’iniziazione e gli adolescenti sono lasciati soli, in balia di nuove “sirene”. Agli amici, ai docenti, ai genitori, alle istituzioni qui presenti, a me stessa, vorrei perciò suggerire di fare più attenzione ai loro bisogni e di offrire ai giovani in crescita il nostro sostegno.

[1] Il mito che per alcuni risale ai tempi di Sofocle è stato narrato da Eratostene da Cirene e Nonno di Ponopoli (egiziani), da Apollodoro greco, da Igino e Servio latini, dal 3 secolo a. C. al V secolo d.C. .

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Pubblicato da su 17 aprile 2017 in Senza categoria

 

San Michele Arcangelo, leggenda e storia

San Michele Arcangelo, leggenda e storia

A Cagnano Varano si racconta che un giorno un bue scappò via veloce dalla mandria e s’infilò nella grotta del Puzzone, un fondo comunale che si bea della presenza del lago e delle piccole insenature dove attraccano i sandali dei pescatori e, soprattutto, dei rigogliosi pascoli e delle numerose sorgenti che soddisfano i bisogni essenziali degli animali. Il guardiano fece molti sforzi per liberare quel bue senza riuscirvi ma restò molto impressionato perché, nel buco in cui si era infilato l’animale, in mezzo ad una gran luce, vide subito apparire l’arcangelo Michele.
L’uomo corse subito in paese per narrare l’accaduto e tutto il popolo unitosi a lui si recò in grotta per vedere l’arcangelo. Allargò il buco per potere entrare,cercò in ogni angolo, ma San Michele non c’era più. C’erano però alcuni segni dell’arcangelo e precisamente: l’ala di San Michele scolpita dalla roccia dietro l’altare dell’Annunciazione e l’ impronta del suo cavallo.
Seguendo le orme di questo quadrupede, il popolo di Cagnano giunse fuori le mura del centro storico del paese, nel luogo che tutti chiamano la Fundana de Sammechèle, dove l’arcangelo si era fermato perché aveva sete: “Avvicinò la bocca alla roccia e, all’improvviso, da quella pietra zampillò l’acqua fresca e pura che tanto bene ha fatto ai cagnanesi.
Le tracce lasciate dal cavallo condussero poi il popolo di Cagnano a “do nLluise”, sulla via che portava a Monte Sant’Angelo, una località che nel nome conserva la memoria dell’antico possessore e padrone del luogo, Don Luigi Brancaccio, principe di Carpino e barone di Cagnano, e, più avanti, a lla puscina de Sammechèle, dove l’arcangelo aveva trasformato un pozzanghera in acquaio utile per fare dissetare le greggi.
Proseguendo il cammino, il popolo di Cagnano si trovò infine davanti alla grotta di Monte Sant’Angelo, dove San Michele aveva deciso di rimanere.

Fuori dalla leggenda
Sembra che lo scopo della leggenda sia quello di mettere in chiaro che la supremazia del culto micaelico spetti a Monte Sant’Angelo – dove l’angelo avrebbe deciso di restare. Le cose però non sembrano essere andate proprio così. A svelare il mistero – meglio l’inganno – è Antonio Guida di San Marco in lamis, un appassionato studioso garganico secondo il quale le origini del culto micaelico andrebbero ricercate nella grotta di San Michele sul Varano non di Monte Sant’Angelo, così come cercherò di spiegare in questo saggio.
In ogni caso, di vero, in questa narrazione c’è il bisogno di acqua dei cittadini di Cagnano e di tutto il Gargano roccioso e carsico.
Di vero, c’è inoltre che gli abitanti del Gargano erano in passato prevalentemente un popolo di pastori e che il promontorio è stato soggetto da sempre a diverse calamità naturali (terremoti, pestilenze, siccità, invasione d’insetti).
Di vero c’è infine la lotta tra coloni e allevatori che non di rado sconfinavano per consentire ai loro animali di invadere i campi del vicino, così distruggendo il loro raccolto.
Di vero c’è insomma la paura della miseria, della malattia e della morte, nonché lo sfruttamento dei poveri diavoli da parte del più forte.
Di vero ci sono infine le “ragioni di stato”: i politici di turno – bizantini, longobardi, normanni, papi – che si appropriano del culto micaelico perché tramite esso potessero meglio governare le popolazioni del luogo.
Per superare le difficoltà della vita le condizioni precarie dell’esistenza le popolazioni garganiche hanno dato pertanto spazio al culto miacaelico, l’angelo che in Oriente aveva già fatto parlare di sé con i suoi miracoli: Michele assicurava la salute, guariva i ciechi, contrastava il male, lasciava sperare in un Aldilà di giustizia.
È questa la ragione per cui il complesso statuario dell’Arcangelo vuole che Michele sovrasti il demonio, che assume le sembianze di un arimanne invecchiato, di un serpente o di un toro.
Per la medesima ragione l’Arcangelo indossa le vesti di un combattente e cinge la spada, oppure, porta in mano una bilancia.
Il culto micaelico si sarebbe irradiato nel Gargano a partire dal quinto secolo dell’era volgare – così come traspare dalla leggende e dalle apparizioni– per un motivo ben preciso, costituito dalla presenza ancora radicata nel promontorio dei culti pagani, come attesta la grotta sul Varano dove prima che si diffondesse il cristianesimo si praticavano culti originari dell’Egitto, della Persia, della Grecia: di Mitra e di Apollo, delle acque, della divinazione, dell’incubatio, pella pesatura delle anime.
A tutt’oggi la ricorrenza dell’Arcangelo Michele si celebra due volte l’anno: l’8 maggio – legata alla tradizione longobarda e dai cagnanesi più sentita- e il 29 settembre – che coinvolge maggiormente i cittadini di Monte Sant’Angelo.
5 SAN MICHELE IN GROTTA DI CAGNANO V. (FG)12a  LEGGENDA DEL TORO17 PITTUR RUPESTRE MADONNA CON BAMBINO22 GRAFFITI DI MANI E PIEDI DEI FEDELI

 
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Pubblicato da su 30 settembre 2015 in luoghi della memoria

 

La guerra 1915-1918: elenco dei caduti di Cagnano Varano

Caduti Cagnano (dati non definitivi) 

concorso Il Gargano e la Grande Guerra, la prof. Crisetti incontra gli alunni della

Concorso “Il Gargano e la Grande Guerra”, la prof. Crisetti incontra gli alunni della “N. D’Apolito”

18. lapide ai caduti

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Pubblicato da su 15 settembre 2015 in Senza categoria

 

“Non più caste” prossima presentazione 24 novembre 2015

 

Cop.2000 1426

L’Istituto del Risorgimento di Bologna curerà la presentazione che vedrà relatori docenti universitari

Tavola sinottica

Anno Biografia Palladino Storia d’Italia Resto d’Europa
1820-1825 Il nonno di Carmelo insieme ad altri carbonari fautore delle “turbolenze” popolari a Cagnano, tra il 1820-21 allorché vengono strappate al comune grosse fette di demanio. Moti del 20 e del 1821 in Sicilia, Lombardia, Piemonte 1820 insurrezioni in Spagna; 1822 lotta per l’indipendenza in Grecia; 1824 nascita delle associazioni operaie in Inghilterra; 1825 moto decabrista in Russia
1831-1841 1836 altre insurrezioni a Cagnano (a Pasqua, ad ottobre e a Natale)  cui partecipa il nonno di Carmelo Insurrezioni in Emilia Marche  e Umbria;

Mazzini fonda la Giovine Italia (1831); Moti mazziniani in Emilia, Toscana, Lombardia (1834).

1833, Inghilterra, legge sul lavoro dei bambini;

1834 fondazione “Giovane Europa”;

1840 Proudhon pubblica Che cos’è la proprietà; 1841, Francia,  legge sul lavoro dei bambini.

1842 Nasce a Cagnano Carmelo Palladino  La prima del Nabucco di Verdi a La Scala Milano Svolta liberista in Europa
1848 Il papà di Carmelo, invigilato, è denunziato per avere ingiuriato sua maestà il re Ferdinando di Borbone Moti (Sicilia,  Napoli, Venezia,  Milano); Statuto in Toscana, Regno delle due Sicilie, Sardegna, Stato pontificio; 1a guerra d’indipendenza Primavera dei popoli;

Marx ed Engels pubblicano il Manifesto del partito comunista

1850 Il papà di Carmelo è arrestato Processi e condanne contro i liberali italiani Inghilterra: giornata lavorativa di 10 ore
1852-59 1853: Il papà di Carmelo è prosciolto.

1855-59: Carmelo è al collegio gesuita di Lucera.

1853: moti mazziniani.

1857: insurrezione Pisacaniana.

1859: Legge Casati e 2a guerra d’Indipen-denza.

Attentato di Felice Orsini contro Napoleone III (1858);

Mazzini condannato a morte è costretto alla clandestinità

1860 Il papà di Carmelo è capitano della guardia nazionale Spedizione dei Mille.

Plebisciti per annessione.

1861 Il papà di Carmelo è deluso dai Savoia Si proclama il Regno d’Italia. La Russia abolisce la servitù.
1864 Carmelo è a Napoli per frequentare la facoltà di giurisprudenza. Processo di piemontesizzazione.

Bakunin giunge in Italia.

A Londra nasce l’A.I.L.
1866 Carmelo frequenta l’università. 3a guerra d’indipen-denza. Insurrezione a Creta.
1867 Carmelo è libero pensatore, si avvicina a Libertà e Giustizia. Sconfitta di Mentana ( 3 novembre). Marx pubblica 1° libro del Capitale. Congresso di Ginevra.
1868 Carmelo si laurea  in Legge, incontra Flourens, lavora per fare nascere a Napoli una sezione dell’A.I.L. 30 gennaio: il papa Pio IX pubblica l’enciclica Non expedit. A Ginevra, a novembre,   Bakunin fonda L’Alleanza   della democrazia socialista.
 1869 Carmelo produce  istanza di procuratore, è nel Comitato per la libera stampa, ne L’Alleanza, ne l’A.I.L.  di Napoli, nel gruppo dell’anticoncilio. A gennaio si costituisce a Napoli la sezione A.I.L., la prima in Italia. Congresso di Basilea
1870 Carmelo è milita nell’A.I.L. napoletana. Roma capitale. Guerra franco-prussiana.
1871 Ad aprile Carmelo conosce Malatesta, a maggio traduce Paris livré, a giugno lega con Cafiero che lo presenta a Engels, a luglio è segretario corrispondente dell’

A.I.L. e fa scuola ai figli degli operai, ad agosto è inquisito, da settembre  corrisponde con Bakunin e partecipa al duello mediatico con Mazzini, a novembre scrive la Relazione per Engels; è un sorvegliato speciale.

Ad agosto un decreto del ministro G. Lanza scioglie la sezione dell’A.I.L. di Napoli;  a novembre Congresso degli operai a Roma; a dicembre nasce la Federazione Operaia  di Napoli; durante l’anno si accendono in Italia diversi focolai anarchici. Parigi assediata, a gennaio si arrende, a marzo il governo de La Comune; a maggio il bagno di sangue mette fine a La Comune; a settembre Conferenza di Londra che approva la Risoluzione 9 ( possibilità dei lavoratori di costituirsi in partito e di partecipare alla vita politica).
1872 A gennaio Carmelo da Napoli va a Cagnano; a novembre torna a Napoli; a dicembre è a Locarno con Bakunin ed entra nell’Alleanza. A marzo muore Mazzini;

ad agosto, Conferenza di Rimini e svolta antiautoritaria.

A gennaio, il Consiglio Generale espelle Bakunin dall’A.I.L.; a settembre congressi dell’Aja   e di St. Imier.
1873 A gennaio torna a Cagnano e pubblica Le Caste; a febbraio riceve la visita di Malatesta; a marzo “manifesta le idee sovversive senza ritegno”. Crisi e scioperi nel Regno d’Italia;

il ministro De Pretis succede a U. Rattazzi.

Muore Napoleone III; nasce la prima repubblica spagnola; Crolla la Borsa di Vienna.
1874 Seconda visita di Malatesta a Carmelo; Palladino sposa una paesana. Crisi economico-finanzia-ria; Arresti a Villa Ruffi; insurrezioni anarchiche in Puglia, Emilia, Toscana, Marche; reazione del governo Crisi europea collegata alla nuova politica tedesca dopo la guerra con la Francia; restaurazione in Spagna.
1875 Nasce il primo figlio di Palladino che muore lo stesso giorno Dissenso tra  gli scissionisti che confluiranno nelle Federazioni dell’Alta Italia. Nasce in Germania il Partito Socialdemocratico e a Lugano la sezione del Ceresio.
1876 A gennaio giunge a Cagnano Malatesta; ad aprile nasce la figlia Adele; ad agosto Malatesta ritorna a Cagnano con Zerardini; il 1° ottobre Carmelo scrive a Costa; il 18 a Natta; a dicembre è a Napoli. 18 marzo: la Sinistra va al potere;

a ottobre si celebra il 3° congresso della Federazione italiana, dove si registra la svolta anarco-comunista.

A luglio muore M. Bakunin;

a ottobre il Congresso generale di Berna.

1877 Carmelo fugge in Svizzera; scrive su Il Martello contro Nicotera; lavora a Napoli in tipografia; collabora a L’Anarchia; fa discorsi ai capi delle  Società operaie del Gargano; progetta l’Astensione. Lettera di Alcuni internazionalisti al ministro dell’Interno barone Nicotera (a gennaio); a febbraio c’è il Congresso della Federazione dell’Alta Italia; ad aprile il moto anarchico di Benevento. A settembre il Congresso di Verviers e il Congresso universale di Gand

Che segna la fine della Prima Internazionale.

1878 Palladino è a Napoli fino ad aprile; organizza il congresso di Pisa; a settembre è a Cagnano dove riceve la visita di Malatesta e Merlino; a ottobre riceve una lettera da Merlino; a novembre scrive una lettera a G. Canziani ed è arrestato. A gennaio Umberto I succede a muore Vittorio Emanuele II; ad aprile Congresso anarchico di Pisa; a ottobre arresti a Firenze di Gigia, Natta, Pezzi e  Kuliscioff; a novembre arresto a Napoli di Merlino e attentato fallito a re Umberto; Leggi Minghetti contro il movimento anarchico; a dicembre enciclica di  Leone XIII. Congresso di Berlino (giugno)
1879 A maggio Carmelo è rimesso in libertà; ad agosto nasce la figlia Giselda e comincia a dubitare di Costa.

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Legge Coppino; i giudici assolvono gli anarchici; cospirazione del Comitato insurrezionale (Costa, Cafiero, Malatesta, Merlino, Covelli); il circondario di San Severo appronta l’elendo dei sovversivi;  diserzione di Costa  (8 agosto). Repressione antisocialista in Germania.
1880 Muore la figlia Giselda. Riforma elettorale. Congresso di Chiasso.
1881 Nasce il figlio Gustavo; Carmelo si ammala di malaria, conosce Murgo; denuncia ai Compagni carissimi la diserzione di Costa; è sorvegliato dalla “benemerita” che intercetta la posta e sequestra giornali e manifesti; scrive a Murgo. Congresso di Roma a difesa del suffragio universale; appelli alla rivoluzione sociale di Cafiero; manifestazione degli internazionalisti contro l’irredentismo; esce l’Avanti di Costa; il prefetto di Foggia chiede di aggiornare  l’elenco dei sovversivi. Un anarchico uccide lo zar Alessandro II di Russia;

Congresso di Londra (16-19 luglio);

appello anarchico ai socialisti di tutto il mondo a fare la rivoluzione sociale.

1882 Palladino scrive a  Murgo; è nel Comitato pugliese di propaganda e organizzazione socialista. Muore Garibaldi; De Pretis inaugura il “trasformismo”; Costa in Parlamento. Triplice Alleanza (Italia, Germania, Austria)
1883 Palladino scrive a Murgo: è contro il parlamento, contro ‘irredentismo, coltiva l’idea di un giornale internazionalista. Legislazione sociale in Germania.
1884 Nasce morto il figlio Francesco Angelo;  legge  La Questione Sociale Il colera imperversa nella penisola. Conferenza di Berlino.
1885 Ad ottobre nasce il figlioAttilio Roscio Augusto che muore un mese dopo; legge La lotta, Il Paria (?),   L’Intransigente (?) Occupazione italiana dell’Eritrea; Congresso anarchico di Forlì. Marx pubblica il 2° libro de Il Capitale
1887 A marzo nasce la figlia Clelia Marzia Olimpia; a ottobre muore  il figlio Gustavo. Inizio del governo Crispi e del protezionismo; reazione contro anarchici e socialisti. L’Italia rinnova la Triplice Alleanza
1889 Nasce la figlia Amelia Gemma Ottavia Occupazione della Somalia; codice Zanardelli; nascono i Fasci siciliani. Primo congresso della 2a  Internazionale.
1890 Palladino resta vedovo; con Bramante per costruire la società nuova Prima festa dei lavoratori in Europa
1891 Governo Rudinì-Giolitti; enciclica Rerum Novarum Congresso anarchico di Lugano.
1892 Muore il papà di Carmelo A  Genova nasce il partito dei lavoratori
1894 Muore la figlia di Carmelo Amelia Gemma Ottavia. Crispi scioglie i Fasci siciliani. Duplice Intesa   di Francia e Russia.
1895 Crisi parlamentare, guerra coloniale; Congresso di Parma: il Partito socialista. Marx pubblica il 2° volume del Capitale.
1896 Muore il sedicente anarcocomunista Carmelo Palladino È al governo Giolitti; prende piede in Capitanata la corrente legalitaria.

14

triangolo degli anarchici

 
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Pubblicato da su 15 settembre 2015 in Libri

 

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