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Raccoglitrici d’epoca – foto d’Anzeo- Grazie a Michele Simone

raccolgitrici d'epoca

 
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Pubblicato da su 13 aprile 2012 in Senza categoria

 

Nel mondo della tecnologia sopravvive la magia

Tre occhi t’han guardato

Tre santi t’han salvato

Nel  nome del padre del figlio e dello spirito santo

Malocchio non va avanti

 

È questa al formula magica per pare sparire i sintomi del malocchio che si manifestano accusando male di testa, vertigini, conati di vomito, spossamento generale. Lo confermano diverse persone anche autorevoli con le quali ho avuto il piacere di conversare sulla questione, cercando conferme o smentite.

Perché il rito sia efficace, le parole vanno accompagnate dai gesti (3 giri con la mano destra o sinistra a seconda che il paziente sia familiare o meno) e dai segni di croce (sempre nel numero di tre) che il “guaritore” fa sul petto, sulla schiena e sull’olio versato nel piatto con acqua.

Riguardo al numero delle volte, alle funzioni della mano destra e/od ella sinistra, alle parole della formula magica e segreta,  – che si può svelare ad un altro/a solo la notte di Natale o dell’Epifania ma che io ho avuto modo di conoscere al di fuori di dette feste comandate – non c’è unanime consenso.  

Tutti concordano però, che se dopo avere praticato il rituale, l’olio scompare dal piatto è evidente che sei stato “affascenate”.

A ricorrere a questa sorta di medicina popolare sono in molti: donne anziane, adulte e giovani.

Io so fare contro il malocchio, confida orgogliosa  la signora Michelina  di circa quarant’anni, che da tempo lo pratica su di sé, sui suoi familiari, sui conoscenti.

 “Anch’io lo faccio”- dichiara una giovane  ventenne”.

“Sono stata al mercato e mentre facevo la spesa, sono stata colpita dallo sguardo di una donna. Sono tornata subito a casa perché mi sentivo scoppiare. Ho chiamato ‘mare …  vicina  di casa, mi sono fatta fare “pe lu malocchje” e mi è passato tutto – prosegue un’altra donna, che si aggiunge alla conversazione.

Al malocchio- contrariamente a quanto si possa pensare –  credono ancora molte persone, anche di genere maschile.

“Io stavo crepando, mi confida  un anziano diplomato. Ho chiamato mia madre che è “de cucchia” (nata da un parto gemellare e dal potere più efficace) e mi è passato subito tutto. Da allora ho imparato anch’io a fare contro “lu malocchje”.

“Suonano alla parta- racconta un laureato sessantacinquenne – e vado ad aprire. È una donna. Mi sento subito colpito dal suo sguardo, il corpo spossato, senza forze. Sto per venire meno. L’afferro immediatamente con le mani, la tocco e la stringo a mo’ di saluto, ma soprattutto per cautelarmi, perché così mi hanno detto di fare. Dopo di che mi passa tutto e torno a stare bene.

Dunque, nella società della tecnologia si crede ancora alla magia, come sa chi teme anche la vista di un gatto nero che attraversa la strada, quella di un carro funebre, lo sguardo iettatore di una persona ritenuta nemica da cui ci si difende stringendo un corno o facendole le corna con l’indice e il mignolo della mano, indossando una collanina con gli amuleti (un piccolo corno insieme al crocifisso), appuntando sotto il vestito l’“abbetine” (un sacchettino di stoffa contenente qualche grano di sale, un santini pieghettato, una foglia d’olivo),  mettendo dietro la porta un ferro di cavallo, un inserto d’aglio,  una scopa capovolta o un pezzo di rete, o più semplicemente invocando “Sande Martine”  o dicendo “bbenedica!”. 

Quando m’interrogo su perché di questi comportamenti irrazionali, mi viene da rispondere che evidentemente  l’uomo non è quell’essere razionale che certa tradizione culturale  ha voluto veicolare; penso che l’uomo – anche quello tecnologico – senta il bisogno di affidarsi alla magia per affrontare i problemi esistenziali e la precarietà della vita. 

 
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Pubblicato da su 13 aprile 2012 in Senza categoria

 

Cagnano Varano, ex convento ed ex municipio: intervista al tecnico comunale

 Le domande di Dina e le risposte dell’architetto Antonio Di Nauta

D.- È crollato il tetto del Convento, come ben sai. Mi hanno riferito che anni fa è stato realizzato un servizio da Rai 3 sul suo degrado dell’ex convento/ex municipio e che fosti tu ad accompagnato il cronista. L’edificio è molto importante per noi cagnanesi e merita la nostra attenzione, ecco il perchè di questa mia visita. vuoi dirci come stanno le cose? 

R.- Già dal 1995 quando, a seguito del terremoto, fu emessa ordinanza di chiusura del vecchio municipio e ci trasferimmo a questa nuova sede, la parete frontale dell’ex convento era leggermente ruotata e la volta impostata sulla facciata si era ribassata.

Successivamente, forse era il 2006,chiamai il dott. Foschini di Rai 3, per lanciare l’allarme, per smuovere la sensibilità della Regione Puglia  su questo bene culturale e per mostrare a tutti lo stato di abbandono di questa struttura, che è a mio avviso la più importante del paese – fatta eccezione per la facciata sud del Palazzo baronale- dato che è rimasta sostanzialmente come in passato.

Il cronista di Rai 3 venne, dette un’occhiata a tutta la struttura, registrò, soffermando l’attenzione sulla sala consiliare e al suo soffitto dove era conservato lo stemma del paese. Gli feci notare come i coppi si stavano abbassando e che se non si fosse presto intervenuto, si sarebbe avuto il peggio.

la volta abotte della sala consiliare crollò nel 2010. Vorrei anche segnalare lo stato di pericolo e la necessità di transennare lo spazio circostante la struttura fino alla chiesa Santa Maria delle Grazie, perché potrebbero cadere coppi o altro sui passanti.  Cosa che faremo al più presto.

Il sacerdote, Don Luca Santoro giustamente lamenta il problema delle infiltrazioni che stanno danneggiando anche la chiesa lungo la parete sinistra. Questo accade perché i canali non vengono puliti e gli scoli sono interrati dando modo all’erba di crescere e al degrado di avanzare in direzione dell’edificio sacro.  Anche questo problema va risolto.

D.- Il comune cosa fa?

R.- Esiste in comune un progetto di consolidamento del Convento, finanziato da tempo dalla Comunità montana del Gargano. A quello che mi risulta la Comunità aveva esperito la gara per la progettazione, elaborando un progetto definitivo. A mio avviso però ci hanno messo troppo tempo, tanto che hanno fatto prima a chiudere la Comunità montana che ad eseguire il progetto.

Con gli attuali amministratori, 7-8 mesi fa, ci siamo recati alla Regione Puglia, abbiamo parlato con la dott. ssa Marida Dentamaro, assessore alle politiche epr il Mezzogiorno, rapporto con gli enti locali, …, per chiedere di  sboccare il finanziamento della Comunità Montana e affidarlo al Comune, al fine di accelerare i temnpi.

L’assessore -che ha mostrato interesse per la questione- ha riferito che era in atto la trattazione completa della liquidazione di detta Cominità e che si sarebba attivata per raggiungere il difficile obiettivo di sboccare i finanziamenti dando priorità al caso di Cagnano. Poi, però, non abbiamo saputo più nulla. 

D.- Il problema è dunque grave, ma non possiamo restare a guardare e aspettare che crolli tutto l’edificio. Al limite si potrebbe pensare ad una sottoscrizione popolare.

R. – Non credo sia suffciente. Per un progetto decente di recupero occorrono almeno due milioni di euro. La sottoscrizione potrebbe farsi a consolidamento ultimato, per qualche arredo.   

 
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Pubblicato da su 21 gennaio 2012 in Senza categoria

 

Cagnano Varano: arrestiamo il degrado del Convento dei Padri Riformati Francescani!

CRISETTI LEONARDA

L’ex Convento dei Padri Riformati francescani ed ex municipio di Cagnano Varano sta crollando tra la distrazione di tutti

Cenni storici del Convento

Le basi del Convento sono state gettare nel 1724, quando l’abitato di Cagnano era già fuori le mura da oltre un secolo e mezzo e si era sviluppato lungo Via Coppa e Via Mercato (oggi Corso Giannone), Via Media, Largo dei barbieri (oggi Corso Roma) e il Casale (oggi corso Umberto).

C’erano, inoltre, le chiese di Santa Maria della Pietà, del Purgatorio e di San Giovanni, entro le mura, e altre 10 chiese fuori le mura, tra cui Santa Maria degli Angeli alias Santa Maria delle Grazie, con l’altare dello stesso titolo (Appendix Synodi sipontinae, 1678), ove a mio avviso vanno rinvenute le primitive tracce del convento e della chiesa di Santa Maria delle Grazie, adiacente al convento, del 1753, se non addirittura prima ancora, nel XIII secolo, dato che un documento del 1734 dice che fu voluta da Padre Santo Francesco e che poi andò in rovina.

Nel 1734 il convento non era ultimato, ma già vi dimorano 6-7 religiosi e prometteva di essere “uno dei più buoni e belli conventi della provincia”. “È pur anco disegnato il giardino, assai comodo, e di buon sito, ma non è ancora ammurato, essendo il tutto imperfetto, ma vedrassi di perfettissima semetria” – così come scrive padre F. Arcangelo di Montesarchio.  

Nel 1809, quando G. Murat chiese ai rappresentanti delle comunità l’inventario dei beni degli ordini monastici e conventuali, in vista della loro soppressione, il complesso risultava formato “da un orto ammurato e arborato con circa due versure”, una mula d’imbasto che non si riusciva a trovare, qualche arredo sacro in argento, le statue di San Pasquale e di Sant’Antonio.    

In base all’inventario di Giuva del 1811, invece, i Beni mobili e immobili del convento erano costituiti da 35 volumi della biblioteca dei frati, da 20 stanze di lamia finta, da 4 corridoi (di cui tre corrispondenti e un quarto che forma una loggia coperta), dal Piano terreno con cucina, dal locale del fuoco comune, dal refettorio, da una piccola chiesa con 2 altari, da una chiesa più grande con 7 altari (di cui uno con statua in pietra di S. Giuseppe), da un chiostro al centro con cisterna, da un muro che include l’orto con 27 alberi di fichi e 7 alberi di “amendole”.

Nello stesso anno l’intendente Charron ordinò la soppressione del convento, nonostante gli amministratori si opponessero, sostenendo la tesi che la struttura era stata finanziata dal signore del luogo e dal popolo, ritenendola utile, dato che istruiva, evangelizzava, assisteva i moribondi e prometteva di ospitare una scuola per fanciulli. Ritenevano inoltre che nella piccola chiesa annessa al convento si dovesse continuare a praticare il culto, perché il popolo era molto devoto a San Pasquale e a Sant’Antonio.

Nel 1866, dopo la breve parentesi del 1815, quando, a seguito della Restaurazione, il convento è stato riaperto, fu chiuso definitivamente. Nel frattempo gli amministratori del paese hanno continuato a perorare la causa dell’apertura, considerata la sua utilità per la comunità che si sarebbe potuta incivilire e “mettersi a pari con altri comuni del regno”. Inoltre il convento si reggeva sui contributi del municipio e della comunità, di conseguenza non spettava allo Stato assumere decisione. Inoltre negli anni in cui unita l’Italia, scoppiò l’emergenza del brigantaggio, c’era bisogno più che mai  dell’opera di frati. Essi più degli altri avrebbero potuto “ammaestrare la classe ignorante piena di pregiudizi, istruirla ai principi della fede cristiana, incamminarla verso il progresso e la civiltà”.

Nel 1867, in ogni caso, ci fu la soppressione. Il consiglio presieduto da don Antonio Giornetti deliberò di acquisire l’ex convento e di utilizzarlo come sede della vita civile e amministrativa, di adibire i locali per gli uffici di guardia nazionale, prefettura mandamentale, carcere, scuola. Fu fatto salvo l’edificio sacro, “attesa la ristrettezza dell’unica chiesa parrocchiale al numero della popolazione”. Nel fare richiesta al prefetto e al procuratore del re, fece presente che i R.D. del 1813 e del 1816 concedettero il monastero agli usi pubblici del comune, che i cittadini fecero ritornare i monaci, ma i diritti dominicali del comune non erano cessati, che l’ente non aveva smesso di investire per il mantenimento dello stabile.

Decise di fare accomodare la parte dell’ex convento destinato a uffizio municipale e i bassi (posti a oriente), occupati “per servizio di magazzino del grano e guardia nazionale”, di occupare temporaneamente i locali del piano superiore, in attesa della sovrana concessione. Fece spianaee via delle Grazie a ponente e il Limitone a nord del monastero. Deliberò l’inizio dei lavori di sistemazione del tetto, locali, dei lapidari delle porte, dei mobili di segreteria, di affittare la cisterna e gli orti, di acquistare la libreria dei frati (con la somma di 200 lire), di costruire la “calcaia” nel Puzzone per fare la provvista di calce, di ridurre i vani del convento a pretura per avvicinare questo ufficio alla segreteria, sin dal 1865 sita nel convento, di far riparare gradinata, corridoi, condotti d’acqua, tettoia, di fare riempire le sepolture dell’ex convento per motivi igienici, di far livellare la strada dal palazzo de Monte al convento dei Padri Riformati francescani, essendo piena di rocce e sassi sporgenti. E siccome qualcuno aveva in mente di appropriarsi dello spazio pubblico antistante al convento, lo stesso consiglio deliberò di non far costruire fabbricati in largo Municipio: “… non v’ha punto più bello del nostro paese di quello che noi chiamiamo con la nuova denominazione Largo Municipio, quel largo che, appunto, non so come e perché, si voglia riempire di fabbricati” [A. Giornetti, 1873]. Nel 1879, il consiglio Brancaccio pensò di far sistemare 4 stanze “per ospitare qualcuno ad interesse dell’amministrazione” dato che il paese difettava di locanda. Nel 1876 c’era tuttavia ancora un frate nel convento che, insieme al suo assistente, insegnava a leggere e a scrivere ai ragazzi.

Il frate Nicola De Monte, autore de Una gemma del Gargano,  informa che nel convento hanno  dimorato padri che si sono diostinti per dottrina e virtù, tra cui i cagnanesi Vincenzo Maccherone, Giuseppe di Miscia, Federico Jacovelli, Padre Luigi (“il molto reverendo dottore in sacra teologia, morto compianto da tutti nel 1848”).

Nei decenni successivi nel nostro municipio, ex convento dei Padri riformati francescani, furono eseguiti altri interventi di mantenimento e adattamento. A inizio Novecento si pensò di mettere a dimora due file di alberi tra Largo chiesa di San Cataldo e il municipio, giacché in tale zona “sotto la canicola dei mesi di giugno, luglio e agosto, è un vero deserto d’Africa”(L. Pepe, 1902).

Nel 1922 per ordine del podestà, il dott. Antonio Polignone, fu affrescata la sala consiliare dipingendo lo stemma del Comune posto in mezzo alla volta e un tratto del lago con pescatore nel sandalo, su una parete.

Nei locali dell’ex convento, la funzione amministrativa è esercitata pressoché ininterrottamente fino al 1995, allorché fu evacuato sia perché pericolante, sia perché era pronta la nuova sede del municipio. Dal 1995 è chiuso in attesa di restauro. “Ci si augura che venga riattivato presto – scrivevo nel 1999 – per poter mostrare a tutti la sua storia e la sua bellezza”. Tanti gli usi possibili: sala studio, sala conferenza, sala mostre, museo civico, biblioteca, cineforum, luogo d’intrattenimento culturale dei giovani, … .

I progetti abortiti

Dagli anni Ottanta del secolo scorso sono stati elaborati due progetti di restauro e recupero: il primo del 1988 elaborato dagli architetti Muciaccia e Fatigato che non ha avuto seguito forse perché agli amministratori non interessava più restare nei locali dell’ex convento, dato che era pronto il nuovo edificio, perdendo i 200 milioni di lire del primo stralcio; il secondo curato dalla Comunità Montana del Gargano, parla di “Lavori per il recupero funzionale dell’ex Convento di San Francesco nel Comune di Cagnano Varano, di “riparazione dei danni e rifunzionalizzazione stativa, di miglioramento ed adeguamento sismico”. Il progetto preliminare, approvato e pubblicato il 23-07-2007, porta la firma dell’architetto S. Gatti, studio di Foligno (PG). Richiama lo studio di fattibilità del 2004 con l’impegno di spesa di € 1.309.955.43 e l’approvazione del 2006, con un impegno di spesa di € 500.000.00 circa. In data 1 /10/2008, il comune di Cagnano concesse il permesso di costruire nei locali dell’ex convento alla Comunità montana del Gargano per il cosiddetto “recupero funzionale”.

Nel 2009 l’associazione culturale Schiamazzi ha organizzato un convegno sui “tesori dimenticati”, includendo tra essi il nostro Convento. In qualità di relatrice partecipai al pubblico la ricostruzione storica e i progetti suesposti, perorando la causa del restauro e dell’apertura al pubblico dei locali dell’ex Convento, quando la volta a botte della sala consiliare non era ancora crollata. Ora torno a ricordare che la popolazione “non può guardare con occhio asciutto la dissoluzione delle opere di pietà dei loro antenati e che invece amano di vederle conservate” e che bisogna fare sistema, se non vogliamo assistere al crollo dell’intero edificio. 

 
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Pubblicato da su 21 gennaio 2012 in Senza categoria

 

Risorgimento garganico, Il caso di Cagnano, il 24 gennaio sarà presentato ai liceali di Cagnano Varano

 
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Pubblicato da su 21 gennaio 2012 in Senza categoria

 

Risorgimento garganico, Il caso di Cagnano, nella relazione del prof. Pietro Saggese

Perché presentare a Carpino un libro che tratta soprattutto di Cagnano? Le ragioni sono tante, innanzi tutto perché nel libro della prof.ssa Crisetti Grimaldi, non mancano i riferimenti a Carpino, anzi possiamo parlare di più che di semplici riferimenti, perché per la diversa situazione che si determina in Carpino, questa cittadina può fare da contraltare a Cagnano: quanto più lacerata e critica è quella di Cagnano, tanto più coesa appare quella di Carpino. D’altra parte dai documenti che la Crisetti ha così riccamente e sapientemente reperito nei diversi Archivi, viene fuori un profilo non esclusivamente di Cagnano, ma del nostro Gargano, (della “città Gargano”, per dirla con una felice intuizione di Filippo Fiorentino che mi sembra stia trovando sempre più estimatori in questi ultimi tempi) in quella fase critica di passaggio dai Borboni ai Savoia, con una difficile situazione socio-economica che accomuna i nostri paesi, anche se la reazione è diversa. Da paese a paese cambiano, infatti, le scelte, per la sensibilità delle persone, ma soprattutto per i diversi contesti che si determinano, scelte non sempre improntate a ideali politici da perseguire consapevolmente, che pure avevano raggiunto anche il nostro Gargano, ma che spesso erano sopraffatti dagli interessi personali, raccogliendo, a volte, solo proseliti di comodo, come questo volume della Crisetti dimostra. Questo libro, è proprio il caso di dire “fresco di stampa”, pubblicato in questo mese di dicembre presso la Bastogi Editrice di Foggia, ci aiuta, attraverso il riferimento alla storia passata, a riflettere anche su alcuni nostri atteggiamenti presenti, ci spinge ad abbandonare le divisioni, che hanno da sempre nociuto, ieri come oggi, per fare sistema e tendere verso obiettivi comuni. Forse proprio per questo la prof.ssa Crisetti ha avuto, per questa pubblicazione, il patrocinio della Presidenza del Consiglio, della Provincia di Foggia, della Società di Storia Patria per la Puglia Sezione Garganica, dell’Associazione Culturale “Il Gargano Nuovo”. Mi piace riportare anche la dedica del libro, un po’ perché avvalora le mie considerazioni di apertura, ma soprattutto per sottolineare i destinatari ultimi anche di quest’opera, che, come per tutte le altre opere della Crisetti, sono “le nuove generazioni”, quelle alle quali per lungo tempo ha dedicato la sua azione educativa e che sono sempre in cima ai suoi pensieri:

«A chi attraversa la città Gargano/ e va alla ricerca di risposte tra questi luoghi in altri tempi/ affinché le trovi nella forza di coesione e nel senso di responsabilità/ in modo che il contributo di ciascuno a costruire/ un mondo più solidale da consegnare alle nuove generazioni/ sia sempre memore delle proprie radici». La Prefazione dell’Autrice ci spiega, poi, dapprima com’è nata quest’opera, grazie alla decisione della Società di Storia Patria di promuovere delle ricerche e dei Convegni sulla realtà risorgimentale nei diversi paesi; quindi passa a delineare le linee comuni del Risorgimento italiano, fornendo un rapido ed essenziale quadro di riferimento in cui inserire gli episodi narrati nel libro . Seguono le Introduzioni di Cristanziano Serricchio, vicepresidente della Società di Storia Patria per la Puglia, di Carla d’Addetta, presidente dell’Associazione Culturale “Il Gargano Nuovo”, di Teresa Maria Rauzino, presidente del Centro Studi “Giuseppe Martella” di Peschici. Ognuna di esse affronta qualche aspetto particolare: aspetti prevalentemente storici le prime due, con uno sguardo privilegiato al Gargano quella della dottoressa d’Addetta; aspetti prevalentemente socio-economici, quelli richiamati dalla Rauzino, che riporta il discorso alla lotta, iniziata con l’eversione feudale, per l’appropriazione indebita delle terre demaniali, e al bisogno di emergere, appoggiandosi agli schieramenti politici presenti nell’Italia di quel momento storico. Il libro si articola in tre capitoli, agili nella loro esposizione dei fatti, in cui l’Autrice ricostruisce le vicende storiche così come emergono dai documenti che accompagnano i singoli capitoli (14 per il primo; 41 per il secondo; 68 per il terzo), sui quali la Crisetti esercita un’attenta analisi.

Il libro prende le mosse dal 21 ottobre 1860, giorno del plebiscito, e dalla reazione che il plebiscito stesso scatena in Cagnano, segnando di violenza queste giornate, con il timore dell’effetto onda, come dice Crisetti, da parte degli altri paesi, poiché le difficili condizioni socio-economiche 2

facevano sì che l’odio covasse tra le popolazioni nei confronti di coloro che le tenevano in uno stato di schiavitù e fosse sempre pronto a esplodere. Accanto a un odio tra classi sociali contrapposte, c’era, però, anche un odio “infraclasse”, all’interno della stessa classe egemone, per la contesa tra “

galantuomini” delle terre affrancate da vincoli feudali e divenute demaniali, che, mentre il popolo aspettava una riforma agraria che non c’è mai stata, venivano usurpate. Il secondo capitolo è dedicato all’indagine che la Crisetti svolge sul perché delle violente reazioni che avevano contrassegnato le vicende di Cagnano in occasione del plebiscito. La conclusione, ampiamente documentata, è che «Dietro i raggruppamenti … si mascheravano antiche rivalità, rancori vissuti a livello familiare, problemi riconducibili alle proprietà demaniali usurpate». Questo è il quadro in cui vanno calate le vicende di Cagnano, dal crollo della feudalità in poi, che, in un’estrema schematizzazione, vede schierati su fronti opposti due raggruppamenti: quello dei settari o liberali, tra i quali spicca la famiglia Donatacci(o), e quello dei lealisti o filoborbonici, tra i quali svolge un ruolo preminente la famiglia Sanzone. Una rivalità che dall’eversione feudale (1806), attraversa tutto l’Ottocento, approfittando degli eventi che si verificano tra il 1820, il 1836 e il 1848, solo per i propri interessi economici, di appropriazione e di mantenimento di beni demaniali di cui si erano illegittimamente appropriati. E che non ci fosse dietro queste scelte un ideale politico, è testimoniato dal fatto che lo stesso Sanzone, come attestano i documenti riportati da Dina, non ha esitato, di fronte alla débâcle dei Borboni, a iscriversi a una setta carbonara, lui che era un dichiarato lealista, per avere, comunque, sempre l’appoggio di una setta che gli garantisse di poter continuare a perpetrare le sue prepotenze. D’altra parte il Gargano non è fuori dal mondo. Anche da noi assistiamo a quel fenomeno del “gattopardismo” così ben descritto da Giuseppe Tomasi di Lampedusa e sintetizzato nel motto “Cambiamo tutto, perché non cambi nulla“, o del “camaleontismo”, come dice Crisetti. Anche la partecipazione del popolo a questi moti non è dovuta a consapevolezza politica, ma solo alla volontà di reagire alla condizione di rapina alla quale solitamente le nostre popolazioni erano sottoposte. Il popolo partecipa, infatti, a questi moti senza molta coerenza, cambiando speso “squadra”, come scrive Crisetti, semplicemente perché si lascia manipolare da chi è sempre pronto ad alzare la voce, ha il bastone e lo usa. D’altra parte anche i liberali, «quando parlavano di diritti, libertà e uguaglianza, si riferivano evidentemente al popolo borghese e non a tutto il popolo». E’ questo il quadro socio-economico in cui vanno ricercati i motivi all’origine della reazione violenta dei cagnanesi di fronte al plebiscito del 21 ottobre 1860. Più complesso il terzo capitolo, intitolato “La disillusione dei liberali“, dedicato alla situazione garganica nel periodo immediatamente successivo all’Unità. Periodo contrassegnato un po’ dappertutto, in particolare a Cagnano, dal perdurare delle “partigianerie” anche sotto i Savoia. La famiglia Sanzone anche in questo periodo e per il tramite di suoi guardiani non esita a diffondere notizie false tra la gente, facendo credere che, come era già avvenuto nel 1799, con la Repubblica Partenopea, così sarebbe successo ora: i Borboni sarebbero tornati sul trono di Napoli. A Cagnano non era stato possibile votare, per le forme estreme di violenza che la reazione aveva assunto e che aveva provocato tre vittime e alcuni feriti. Dove si votò, i risultati furono i seguenti: Rignano 278/278 favorevoli ai Savoia; Carpino 1441 a favore, 48 contrari; Vico 197/197 a favore; Peschici 166 sì, 104 no; Rodi 364 sì, 4 no; Ischitella 166 sì, 1 no; Lesina 144 sì, 62 no; Sannicandro 485/485 sì; San Marco in Lamis, che votò il 28 ottobre, 3032 sì. I voti vanno commentati alla luce anche del fatto che, come ci ricorda la Crisetti, molti cittadini sono stati esclusi dal voto, in quanto il diritto di voto era attribuito in base al censo, e che molti reazionari non sono andati a votare. Si trattava comunque di voto farsa, come ci spiega Dina, perché, oltre alle limitazioni già dette, in ogni seggio c’erano tre contenitori: uno centrale in cui inserire la scheda di voto prestampata, a sinistra, quello delle schede per il sì, a destra quello delle schede per il no. Ognuno dei presenti, quindi, conosceva benissimo le scelte dell’elettore. 3

Da questi dati notiamo il delinearsi di uno scenario particolare proprio a Carpino, rispetto ai paesi limitrofi, che cercheremo di spiegare. Soffermiamoci, però, ancora un po’ su questo capitolo importante per capire tanta storia del nostro Gargano, a iniziare dal fenomeno che subito dopo l’Unità ha interessato tutto il Mezzogiorno: il brigantaggio. Il capitolo si apre con il riferimento a due personaggi di spicco per la storia di questo periodo a Cagnano: il medico Gennaro di(e) Monte, sindaco, e l’avvocato Antonio Palladino, capo della Guardia Nazionale. Legato quest’ultimo da sentimenti di stima e di amicizia con il capitano della Guardia Nazionale di Carpino, don Ignazio d’Addetta, tanto che, ci informa la Crisetti, don Ignazio tenne a battesimo Carmelo, uno dei quattro figli di Antonio Palladino, quel Carmelo che sarà protagonista del movimento anarchico di fine Ottocento. E’ davvero commovente leggere le accorate lettere di queste tre persone ai responsabili del Governo locale. Visto il perdurare delle “

partigianerie” e i ripetuti appelli a garantire l’ordine e la sicurezza, tutti caduti nel vuoto, «le aspettative verso il nuovo re cominciavano a crollare perché il neonato governo liberale, che non si faceva garante dell’ordine, della vita e della proprietà, consegnava il Gargano alla mercé dei briganti, dei disertori, di veri e propri ladri …» (pag. 118). Fino a giungere all’amaro sfogo da parte di Antonio Palladino in una lettera del 29 luglio 1861. [Lettera del Capitano Antonio Palladino al Signor Governatore della provincia di Capitanata Foggia Cagnano 29 luglio 1861 pagg. 178 e 179]. Una precedente lettera del 20 luglio, sempre indirizzata da Antonio Palladino al Governatore della Capitanata, inizia con queste accorate parole: «I Borboni mi hanno rovesciato al suolo, ed il brigantaggio mi sta schiantando sin dalle ultime radicelle»; poi, amaramente sfiduciato, si lascia andare alla considerazione che “il brigantaggio cardinalizio-borbonico fa davvero: il governo [di Vittorio Emanuele di Savoia] celia e scherza” (pag. 123, dalla lettera a pag. 176 e 177). Era l’amara conclusione di ripetuti appelli caduti nel vuoto, come quelli contenuti nella lettera del 16 febbraio 1861, sempre inviata al Governatore della provincia di Capitanata, da cui si capisce quanto costi, in termini anche di coinvolgimento e di rischi per le proprie famiglie e per i propri figli, l’incarico ricoperto. Il Governatore, infatti, al Palladino, che gli aveva chiesto di rafforzare la presenza armata contro i briganti, aveva risposto di armare i suoi familiari e persone di cui si fidava. [Lettera del Capitano Antonio Palladino al Signor Governatore della provincia di Capitanata Foggia Cagnano 16 febbraio 1861 pagg. 165 e 166]. Lo stesso tono accorato e preoccupato si percepisce fin dalle prime parole della lettera del sindaco di Cagnano, Gennaro de(i) Monte al Signor Governatore della provincia di Capitanata, del 23 luglio 1861: «Il brigantaggio tiene vivamente occupato l’animo mio, non potendo per difetto di forza accorrere dove il bisogno mi chiama, e riparare ai guasti minacciati dalla Comittiva» (pag. 177). Nelle lettere di questi primi liberali forte è anche la disillusione di fronte a tante speranze che avevano trovato posto nei loro cuori e che essi vedevano puntualmente tradite. Non meno accorate sono le lettere di don Ignazio d’Addetta, preoccupato dapprima dell’estendersi della protesta da Cagnano ai paesi vicini, preoccupazione che attanagliava anche il sindaco Farnese (lettera del 21 ottobre 1860 al Governatore della Capitanata); la lettera contiene anche un profilo dei “garganici”, che mette a fuoco aspetti della nostra natura presenti ancora oggi: [Lettera del Capitano provv-° Ignazio d’Addetta al Signor Sottintendente di San Severo – Carpino ottobre 1860 pagg. 31 e 32] successivamente preoccupato dall’estendersi del fenomeno del brigantaggio. [Lettera del Capitano Ignazio d’Addetta al Signor Governatore della provincia di Capitanata Foggia – Carpino 4 luglio 1861 pagg. 173,175,176] 4

Il tono delle lettere del d’Addetta non arriva mai, però, allo stato di abbattimento di quelle dei due protagonisti di Cagnano. Nella seconda d’Addetta è prodigo di consigli dall’alto della sua esperienza, nella speranza di giungere al successo nella lotta contro il brigantaggio. Di fatto è essenzialmente diverso il contesto storico-politico di Carpino in cui opera il d’Addetta: qui non ci sono, almeno per ora, le “partigianerie” presenti a Cagnano a dividere gli animi e a condizionare le scelte degli amministratori. E anche nella lotta al brigantaggio, ci sono episodi che incoraggiano don Ignazio a ben sperare e ad essere fiducioso di poter sconfiggere il fenomeno, proprio per questo snocciola tutta una serie di provvedimenti, che potrebbero garantire il successo. Che in Carpino ci sia una situazione di fermento e di partecipazione a questi moti, senza gli esasperati contrasti presenti altrove, lo si ricava da quel dato relativo all’esito del plebiscito: 1441 a favore, 48 contrari, ma anche da quanto scrive nel suo rapporto del 22 dicembre 1860 il luogotenente del Reggimento Dragoni nazionali da Manfredonia: «

In Carpino son tutti contenti, e si prestano a qualunque servizio pel nostro re Galantuomo D. G., ed infatti nella reazione dell’8 corrente avvenuta in Ischitella, tutti di detto comune presero le armi» (pag. 119). In tutto questo la figura importante per Carpino è proprio quella del capitano don Ignazio d’Addetta, comandante della Guardia di Carpino, che riesce a tenere uniti i suoi concittadini e a dare loro anche la forza di reagire di fronte al fenomeno del brigantaggio e a diventare un esempio per i paesi vicini. I suoi meriti, però, non sempre vengono riconosciuti. Giuseppe d’Addetta, citato anche dalla Crisetti, nel suo volume dedicato a Carpino, riporta, infatti, la lettera di protesta al Prefetto di Foggia, in data 4 giugno 1863, per il decreto di scioglimento della G. N., in cui tra l’altro, proprio da parte del “dottore fisico” don Ignazio d’Addetta, che, fin dall’istituzione della G. N., agosto 1860, ne fu il comandante, si dice, tra l’altro: «… nello scorcio del 1861, privo il Gargano di forza militare, i briganti erano cresciuti in modo di audacia e di numero, da ordinare a’ Proprietari di non uscire dalle loro case a raccogliere le olive, per cui il vicino Comune d’Ischitella andava a perdere la vistosa rendita delle olive di Varano. Fu allora la Guardia di Carpino che fece delle perlustrazioni nel tenimento di Varano, e con l’uccisione del capobanda Cosimo Daniele di S. Marco in Lamis disperse i briganti dal tenimento di Varano; ed animata la Guardia d’Ischitella da quella di Carpino ne seguì l’esempio e così i proprietari si recarono a raccogliere le olive» (G. d’Addetta, Carpino, pag. 74; Crisetti pag. 127). Nonostante questo, il decreto stabiliva lo scioglimento della G.N. di Carpino, con il profondo rammarico di Ignazio d’Addetta. Il ben operare della G. N. di Carpino, va ascritto senz’altro a merito di don Ignazio d’Addetta, perché la situazione non è stata sempre così rassicurante. Basti pensare a un altro episodio citato sempre da Giuseppe d’Addetta per Carpino e risalente ai primi anni dell’Ottocento, che ci dice quale impudenza caratterizzava questi briganti, da imporre al clero (tra l’altro si trattava dell’abate Donatantonio Turchi) di non andare, in occasione della Pasqua, a benedire le case dei fedeli, perché ci avrebbero pensato loro. E così fu, perché si sostituirono al clero e si presentarono nelle case, facendosi consegnare, con le buone o con le cattive, tutto quello che faceva loro gola.

I meriti che il d’Addetta aveva acquisito agli occhi del popolo saranno serviti senz’altro per far ricadere su di lui la responsabilità del comando della G. N., pur essendo avanti negli anni. Ma forse c’era anche dell’altro. Don Ignazio, infatti, come riporta anche Giuseppe d’Addetta, citando lo storico locale rodiano Michelangelo De Grazia, era stato nominato comandante della G. N.

probabilmente per il suo passato di patriota essendo stato a capo della locale Carboneria(pag. 71). Di fatto il De Grazia dice esattamente: «I vecchi Carpinesi ricordano ancora i segreti convegni dei liberali verso il ’60 in casa del dottor medico Ignazio D’Addetta … Una domestica del D’Addetta era incaricata della vigilanza e delle missioni più delicate» (1930). Perché De Grazia non parla di Carboneria? Forse per non entrare in contraddizione con quanto afferma in altra parte del suo libro, nel capitolo dedicato alla “Carboneria in Rodi dal 1816 al 1820“, dove, in una 5

nota, riporta i nomi dei “gran Maestri” delle Vendite degli altri paesi garganici, concludendo con un inciso:

(Mancano notizie della Vendita di Carpino)(pag. 35). Notizie, invece, che troviamo in Giuseppe d’Addetta, sempre nel suo libro su Carpino, anche se con qualche riserva. A parte il nome della domestica di don Ignazio, a proposito della quale, in una nota, Giuseppe d’Addetta scrive: «Da indagini condotte è risultato che la domestica si chiamava Francesca Del Forno di Matteo e di Maddalena Di Mauro, moglie di Michele D’Arnese, morta il 31 gennaio 1887 a Carpino», Giuseppe d’Addetta ci parla anche di una tradizione in base alla quale la vendita carbonara a Carpino sembra si chiamasse “Dell’Origone della Spina“, mutuando il nome, “opportunamente italianizzato“, da una vallata del territorio di Carpino, di un paese che, tra quelli garganici, nel 1854 era il quinto per popolazione (con 6708 abitanti), dopo S.Marco in Lamis, Monte S. Angelo, Vico, Sannicandro, e prima di S. Giovanni Rotondo, Vieste, Cagnano, Apricena, Ischitella, Rodi, Mattinata, Peschici, Rignano, riportati rigorosamente in ordine decrescente rispetto alla popolazione e che costituivano parte del territorio della 9ª delle 14 province continentali del Regno delle due Sicilie. Il carattere segreto delle vendite carbonare ha senz’altro pesato sulle notizie delle vendite stesse. Anche per gli altri paesi, per i quali risultano delle vendite, non sempre conosciamo i nomi (cfr. Gemma Caso, La Carboneria di Capitanata, Napoli 1913). Abbiamo nomi classicheggianti per Rodi e Ischitella, le cui vendite portavano rispettivamente il nome di “Cavalieri di Tebe” e “I Figli di Milo“. Giuseppe d’Addetta ipotizza che la mancanza di notizie sulla Carboneria di Carpino possa dipendere proprio da tutto questo, cioè dalla segretezza di queste vendite, oppure dal fatto che i documenti relativi a Carpino siano andati distrutti tra le carte dell’Archivio di Capitanata fatte bruciare nel 1860. Comunque, nonostante la sostanziale tranquillità di Carpino, attestata, per esempio, anche da una testimonianza di Vincenzo Tondi nel 1860, comandante della colonna mobile garganica, che scriveva di Carpino: «Carpino, oltre ad essere stato l’unico paese che ha corrisposto al mio invito, mi ha rinforzato di altri venti individui» (d’Addetta pag. 60), presto anche per Carpino le cose cominceranno a cambiare, probabilmente per influenze giunte dai Comuni viciniori, scrive ancora Giuseppe d’Addetta. E il 2° Capitano della G. N., Antonio Bramante, scriverà al Governatore della Capitanata: «Le reazioni del popolo nascono da intimazioni di Galantuomini potenti o Sacerdoti, specialmente Arcipreti …», mettendo l’accento sull’aspetto centrale di tutta la faccenda: l’estrema povertà del popolo garganico, i frequenti soprusi e le continue prepotenze alle quali era da sempre sottoposto, prima dal potere feudale, poi dai “galantuomini“, che si erano avvicendati e che cercavano di garantirsi dei privilegi, nonché dalla Chiesa. La situazione a Carpino cambia fino a giungere alla denuncia di don Ignazio d’Addetta nella lettera del 1° ottobre 1860, che abbiamo già letto. Michelangelo De Grazia scrive: «Il brigantaggio poco attecchì a Carpino, tra lo sfasciarsi della dinastia borbonica ed il sorgere del regno di Vittorio Emanuele. Più tardi però, dopo fatta l’Italia, accentuatesi, per antichi rancori, le contese tra le famiglie, si organizzò una combriccola, allo scopo di arrecar danni alla parte avversa» (De Grazia pag.126). Anche Carpino cedette, quindi, infine alla logica delle partigianerie che la Crisetti ha documentato per Cagnano. E’ questo il complesso quadro d’insieme che nel passaggio all’Unità investe tutto il Mezzogiorno e quindi il Gargano. Un periodo importante in cui affondano le radici della nostra storia recente, che riaffiorano grazie all’occasione fornita dal 150° anniversario dell’Unità e alla decisiva e importante spinta data dalla Società di Storia Patria.

Un quadro d’insieme sul quale la recente pubblicazione della Crisetti getta nuova luce, e ci consente di riappropriarci di un segmento importante della nostra storia. Una storia che vede contrapporsi atteggiamenti che possiamo schematizzare con il riferimento alla violenza lacerante di Cagnano, da una parte, e alla sostanziale coesione di Carpino, dall’altra. Di entrambi gli 6

atteggiamenti, l’opera della Crisetti recupera la memoria e la restituisce a tutti noi, con un occhio privilegiato alle nuove generazioni, perché sappiano discernere gli errori e farsi garanti di quei valori di cui i nostri padri sono stati i paladini.

Pietro Saggese

 
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Pubblicato da su 21 gennaio 2012 in Senza categoria

 

Risorgimento Garganico, il caso di Cagnano

PRESENTAZIONE RAUZINO AL VOLUME DI LEONARDA CRISETTI GRIMALDI

pubblicata da Teresa Maria Rauzino il giorno domenica 1 gennaio 2012 alle ore 21.17
 

RISORGIMENTO GARGANICO. IL CASO DI CAGNANO

 Da 150 anni ci raccontano di un Meridione liberato dai Savoia per portarvi la libertà, la giustizia, il progresso. Queste novità arrivarono nel Gargano? Leonarda Crisetti Grimaldi, documenti alla mano, nel suo libro sul “Risorgimento Garganico. Il caso di Cagnano” (appena edito dalla Bastogi) risponde a questa domanda, evidenziando i forti limiti che segnarono la transizione tra vecchio e nuovo governo. La sua ricerca ha il pregio di fare luce sulla vita del Gargano, che emblematicamente assurge a significativo spaccato dell’Italia del Sud nei primissimi anni della vita unitaria, mettendo in rilievo una serie di fatti che aprono un nuovo, interessante squarcio nel trionfalismo nazionalistico di facciata. Il lavoro, avvalendosi di fonti inedite reperite presso l’Archivio di Stato di Foggia e Lucera, delinea un quadro significativo delle dinamiche politico-sociali che si produssero in quel particolare momento storico. 

 

 Fino al 17 marzo 1861, giorno in cui Vittorio Emanuele II cambiò il titolo di Re di Sardegna in quello di Re d’Italia, il Gargano faceva parte del Regno delle Due Sicilie, che comprendeva i domini di qua e al di là dal Faro. Nei domini di qua dal Faro, e precisamente in Capitanata, sorgeva il Promontorio del Gargano. Ampie vallate, dirupi scoscesi, cime montuose, rigagnoli e sorgenti nei canaloni, caverne sotterranee in un terreno carsico che i contadini del posto chiamavano e chiamano «grave» questi gli elementi caratteristici del paesaggio. Sparse, anche se rade, alcune «masserie» animavano qua e là l’aspra campagna; nascoste nelle radure, o appoggiate sulle pendici di un colle, collegate ai paesi con tratturi, divennero centri operativi dei briganti. 

Arroccati sulle alture, o adagiati nelle vallate, sorgevano quattordici paesi; alcuni popolosi, come S. Marco in Lamis e Monte Sant’Angelo, altri più piccoli come Peschici e Rignano. 

Tra essi non vi erano collegamenti. Tra il 1832 e il 1833 erano state costruite solo due strade: la prima, ad Est, da Manfredonia a Monte Sant’Angelo, era percorsa dai pellegrini che si recavano al Santuario di San Michele; la seconda, ad Ovest, da Apricena a Sannicandro, si arrampicava sulle colline del Promontorio. Ambedue si addentravano nel Gargano Nord soltanto per pochi chilometri; invece una terza strada, inaugurata nel 1825, e che doveva collegare San Giovanni Rotondo a Vico, «solcando per ventotto miglia alpestri vette e boscaglia», rimase allo stato di progettazione. I Vichesi, prima del 1860, chiesero di collegarsi almeno a Ischitella, il paese più vicino. Inutilmente. Queste preghiere, come molte altre speranze, andarono deluse. Venne assegnata solo la decima parte della somma occorrente per la strada Vico- Ischitella: cinquecento ducati, del tutto insufficienti «a dar principio all’opera». 

Il Gargano allora contava circa 91 mila abitanti. Per l’attività amministrativa dipendeva dal Distretto di San Severo; per gli affari di culto dall’Archidiocesi di Manfredonia e, per l’ordine giudiziario, era sottoposto al Tribunale Civile e Criminale di Lucera e alla Gran Corte Civile di Napoli.

Qual era la condizione dei suoi abitanti? Il liberale Giuseppe Tardio, di San Marco in Lamis, analizzò così la situazione: 

«In tre classi si divide il nostro popolo: in quella del cozzismo, che comprende i nove decimi della popolazione, ed è fatta di persone ignoranti addette alla pastorizia e alla coltura delle terre; le altre due classi sono composte da Preti e da Galantuomini, i quali per l’alta influenza che godono sulla massa la dominano fino alla tirannia. La prima, mi giova ripeterlo, non è capace di fare cosa da sé, perché le mancano i due principali elementi per agire, intiera coscienza di ciò che fa e scopo dell’azione ».

Fermiamo, ora, l’attenzione su uno dei paesi del Promontorio: Cagnano, scelto dalla Crisetti come punto di osservazione per analizzare le reazioni di una popolazione di periferia ad avvenimenti importanti come l’Unità d’Italia.

Emerge la visione di un paese spogliato sia dalla folla vociante, strumentalizzata dai notabili borbonici, sia dai briganti che cercano a più riprese di invaderlo e saccheggiarlo, taglieggiando i notabili liberali, e non solo. 

Un paese bloccato, in questi anni terribili, nelle attività produttive anche dalla presenza delle “truppe di occupazione unitarie” che, nei pochi giorni in cui intervengono per ristabilire l’ordine pubblico, fanno pagare una salatissima tassa di guerra a tutta la popolazione, causando un immediato rigetto anche da parte di quelle poche forze sociali che avevano auspicato e salutato con sollievo il loro arrivo. 

La Crisetti ci descrive il dramma vissuto dai liberali in un paese diviso tra fazioni, con alcuni morti e tanti arresti tra la popolazione civile, che esacerbarono gli animi e le partigianerie locali, impegnate in uno scontro di difficile composizione che durava da anni. 

E ci chiediamo: le agitazioni del 1820, i moti del 1848 e del 1849 che videro attive anche sul Gargano cellule di liberali (di fede carbonara e poi unitaria ostili al Borbone), avevano come obiettivo il desiderio di acquisire un posto al sole derivante nella scala sociale dal possesso di beni immobiliari che, fino ad allora, era stato loro negato? Notevole era il patrimonio terriero che cinquant’anni prima, nel 1806, quando fu abolita la feudalità, era stato assegnato ai Comuni, e che si stava erodendo a causa delle continue appropriazioni illegali proprio da parte di quei notabili che li segnalavano alla polizia borbonica come settari. 

Le terre demaniali coltivabili andavano divise in quote e distribuite ai braccianti e ai contadini poveri, ma ciò non fu fatto, si aprì invece una lotta accanita da parte dei notabili per accaparrarsi i pascoli migliori (“Parchi” e “Mezzane”) e le terre coltivabili più fertili (“Reseca” e “Cesine dei Parchi”). Corsa che permise ai più intraprendenti e prepotenti di emergere.

Gli aventi diritto, oltre a veder tarpati i loro sogni di quotizzazione egualitaria del pubblico demanio, furono derubati persino dei diritti civici, di cui godevano “ab immemorabili”. 

Nella cerchia assai ristretta di avvocati, medici e notai, dove si realizzava di fatto la concorrenza alle cariche municipali più ambite, la lotta era feroce, a causa di motivi vari, fra cui non sono da escludere il desiderio di ascesa sociale e le gelosie professionali. Pur tra beghe e conflitti, si erano comunque create nuove aggregazioni politiche locali, basate sull’esclusione dal potere municipale del gruppo dei liberali democratici. Ciò fu vanificato, nel 1860, dallo sbarco di Garibaldi in Sicilia. La presenza politica e militare garibaldina suscitò la logica aspettativa di una trionfale “resurrezione” politica dei liberali democratici, che vennero nominati sindaci e capitani delle Guardie Nazionali. 

Comunque, la confusione regnava sovrana. Gli oppressori storici avevano tentato di riposizionarsi nel probabile nuovo scenario politico. Nell’imminenza di una svolta liberale, i lealisti di Cagnano si vestirono da carbonari per continuare ad avere “quella mala intesa protezione che li avesse tenuti nel possesso delle rapinazioni fatte”. La fedeltà borbonica diventò un optional da rivendicare in caso di fallimento dei “moti”.

Nel 1860 – si chiede Leonarda Crisetti – ci fu una lotta degli oppressi contro gli oppressori oppure gli oppressi furono strumentalizzati dagli oppressori di antica fede borbonica contro i democratici, fedeli alla causa carbonara prima e unitaria poi? I documenti lasciano supporre che la popolazione nei giorni 21-25 ottobre non abbia reagito motu proprio, ma sia stata “guidata” dall’odio partigiano di un potente del luogo. 

A Cagnano, che nel 1860 contava una popolazione di circa 5317 abitanti, ci fu una sanguinosa sommossa, nessuno poté votare e anche i liberali furono costretti dalla folla a inneggiare al ritorno dei Borbone. Il presidio della Guardia Nazionale fu saccheggiato, il quadro che raffigurava Vittorio Emanuele II e tutti gli altri simboli unitari furono distrutti. Il busto di Francesco II di Borbone fu portato in processione per tutto il paese accompagnato da una turba di popolo vociante, guidato da tutte le donne “che si appalesavano come tigri arrabbiate”. Venne assaltata la casa del canonico Vincenzo Donatacci(o), accanito liberale che, insieme a tutta la sua famiglia, non si era unito al corteo dei borbonici. 

Quelli furono giorni di lutto a Cagnano, morirono ben tre persone: Salvatore Donatacci(o), e due popolani che parteciparono alla reazione: un manifestante, di cui non si fa nome, citato solo da una fonte anonima e dalla tradizione orale, e un porcaro, ucciso per legittima difesa in località Bagno, nei pressi del lago Varano da Vincenzo Donatacci(o), figlio tredicenne del morto.

Il voto del plebiscito divenne così l’occasione di scontri e sommosse, che ne comportarono il rinvio. Alla fine, Cagnano votò per Vittorio Emanuele II. Arrestati i responsabili della sommossa, il 3 novembre 1860, i pochi cagnanesi aventi diritto al voto (428 su una popolazione di 5317 abitanti) votarono sì per l’annessione al regno d’Italia sotto la guida di Vittorio Emanuele II.

Ma non finì qui. «Atterrite queste popolazioni!» era l’ordine. Per mantenere l’ordine pubblico in un paese “ribelle per i deplorevoli attentati contro la vita, la libertà e la proprietà”, giunsero a Cagnano le truppe dell’esercito italiano guidate dal generale Liborio Romano e quelle garganiche guidate dal maggiore Michele Cesare Rebecchi. In pochi giorni, grazie ai pieni poteri conferitigli in data 6 novembre dal capo della provincia, Rebecchi instaurò “il Consiglio di guerra”, che condannò a morte i responsabili della sommossa Paolo Giangualano e Nunzio Scirtuicchio, per fucilazione. Ad altri venti reazionari, quasi tutti braccianti e piccoli coloni (di cui sei sammarchesi e due donne), colpevoli di “eccitamento a mano armata alla guerra civile per abbattere il Governo”, “di devastazione, di incendio di casa abitata, di strage, di saccheggio, omicidio politico”, il Consiglio comminò la pena di trenta anni di carcere. I rimanenti rivoltosi (in tutto erano 63) furono assolti per mancanza di prove. I due condannati alla pena capitale, Giangualano e Schiurticchio, alla fine, non subirono, come i rivoltosi di Bronte che rivendicavano la “libertà”, l’onta della fucilazione. 

Grazie alle intercessioni dei loro protettori, furono graziati e condannati ai lavori forzati a vita, gli altri venti condannati videro ridotti gli anni di pena ad alcuni anni di carcere. 

Il numero degli arresti, secondo il parere del testimone oculare don Vincenzo Donataccio, era però molto inferiore a quello dei delinquenti, che comprendeva quasi tutta la popolazione di Cagnano, sì da richiedere la presenza di cento Garibaldini. Egli, scrisse, perciò, in data 13 novembre 1860, da Carpino, una lettera di supplica al Governatore, invitandolo caldamente a fare luce sugli avvenimenti di ottobre: 

“Signore/L’infelice Sacerdote don Vincenzo Donataccio espone alla Signoria Sua che la terribile reazione divampata in Cagnano addì 21 dell’oscorso Ottobbre, sempre perché il volle il Capo Nazionale colle sue tolleranze, il Giudice Regio coi suoi comportamenti conferirono di molto allo scoppio di essa. La famiglia Sanzone poi coll’aver somministrato cibi e vini, e polveri ai reazionari le dava esca e alimento. Il tutto si proverà coi fatti, e colle testimonianze del tempo debito. Intanto la reazione nel quarto giorno scagliavasi con tutto il suo peso contro la casa dello sventurato Sacerdote, ove ricoverato era D. Tiberio Deposchiatis e due suoi fratelli. Nell’attacco che durò circa 16 ore il sacerdote si ebbe l’infortunio di vedere estinto suo fratello, ed alle ore 8 della notte accecato perfettamente dal fumo con gli altri difensori, fumo, che emanò dall’ingendio appiccato da’ reazionari alla porta della casa, fugì e trovò ricovero in Carpino, lasciata in casa la vedova cognata pregnante, e tre ragazzini, che trascinati nel dì seguente alla fucilazione calpestati e sbattuti per terra miracolosamente sfuggirono la morte. Giunse di poi la truppa dei Garibaldini, si eseguirono da circa gli arresti numero sommamente inferiore a quello dei delinquenti, che componevasi di quasi tutta la popolazione; i carcerati avendo presentito di dover andare soggetti a severissime pene facevano udire che innanti alla autorità avrebbero palesati i motori, gli istigatori, i facitori, e i direttori delle loro mosse reazionarie. Saputosi ciò dai Signori Giudice Regio, Capo Nazionale, Sanzone, ed altri si sono impegnati, e s’impegnano tuttavia di far campiare l’aspetto della cosa, e di rovesciarla sull’infelice Sacerdote Donataccio”.

Il sacerdote aveva l’animo ferito per la perdita del fratello; era triste per la nuova condizione in cui era piombata sua cognata, donna Lucrezia di Monte, vedova Donataccio e sorella del sindaco don Gennaro, tanto più che era incinta e madre di cinque figli orfani [altrove se ne citano quattro, di cui uno in grembo], improvvisamente piombata nella miseria, dopo che i facinorosi le avevano derubato il fòndaco, distrutto la casa, ammazzato il marito e provocato oltre duemila ducati di perdita. La Crisetti ha intervistato un discendente della famiglia De Monte, il quale le ha confidato che Lucrezia de Monte era una donna davvero energica. Da ragazza, imbracciava il fucile come un uomo. “Si appostava sulla loggia e dalla feritoia del nostro palazzo di famiglia e faceva fuoco per impaurire gli scagnozzi che erano stati ingaggiati dalla famiglia Sanzone affinché danneggiassero il mio bisnonno, il sindaco don Gennaro, che aveva idee liberali e perciò veniva preso di mira dalla fazione contraria, che era borbonica”. 

Due settimane dopo la perdita del marito, questa donna, in data 5 dicembre 1860, scrisse una supplica al Governatore di Capitanata, implorandolo affinché procurasse un posto gratuito in collegio ai due suoi figli orfani più grandicelli, Vincenzo e Pasquale, che avevano bisogno di istruzione: 

“Lucrezia de Monte vedova sventurata dell’infelice Salvatore Donataccio incinta, e madre di cinque orfani figli vedesi con questi dalla rabbiosa violenza di questi reazionari precipitata nello stato di immiserimento, avendo patito dei danni notabili per lo dirubamento totale del fondaco, e pel saccheggio della propria casa, danni, il di cui ammontare supera i duemila ducati; e ciò che accresce dolori, ed angoscie ai suoi dolori ed angoscie si è, che vede tra le strettoie della corte criminale il figlio Vincenzo, che perseguitato da’ reazionari, e imbattutosi in un fondo della famiglia con uno de’ malfattori cagnanesi, che dava di mano ad un albero coll’accetta, e coll’istesso accetta assalir volevalo, per solo motivo di difesa gli tirava un colpo, e l’uccideva con quel fucile, con cui tra il giorno, e la notte precedenti combattuto avea per sedici ore nella casa paterna. Stante perciò le sue grandi disgrazie, supplica l’innata magnanimità dell’eccellenza Vostra affinché si cooperi e pel risarcimento dei danni, e per la Grazia, la quale certamente si merita un ragazzo di anni tredici, e mesi cinque, che solo facendo uso della Santissima difesa uccideva chi ucciderlo voleva. E poiché, se non fosse stato tolto agli orfani della supplicante il loro genitore, avrebbe questi procurata loro una educazione scientifica, perché essendo quegli vivo ne aveva la possibilità, e di mezzi, supplica anche l’Eccellenza Vostra, perché si degni procurargli piazza in un luogo di educazione ai due suoi figli orfani, che sono esso Vincenzo, e Pasquale più grandicelli degli altri, essendo questo di anni nove in circa. Tante grazie la desolata vedova di Salvatore Donataccio impetra dall’eccellenza Vostra, e spera ottenerla, come da Dio”.

Fra i borbonici, le personalità più importanti erano allora don Matteo Sanzone e don Nicola Giuva, i quali credevano che la fedeltà verso il re di Napoli desse loro il diritto di godere dei privilegi, di mantenersi le terre occupate abusivamente. Costoro già precedentemente avevano avversato i Pepe, i d’Apolito, i Giornetta, i Donatacci(o) e soprattutto i tre liberali che diventano i protagonisti della vita istituzionale di Cagnano in questa primissima fase del regno unitario: il sacerdote Vincenzo Donatacci(o), il cui fratello Salvatore fu assassinato dai reazionari; Gennaro di(e) Monte (sindaco di Cagnano), e l’avvocato Antonio Palladino, capitano della Guardia Nazionale. Cospiratori appartenenti alla Carboneria, “attendibili” sorvegliati dalla polizia borbonica dal 1948 fino al 1860, dopo essere stati denunciati varie volte dagli avversari politici di Cagnano. 

La vita di questi “padri liberali” fu difficile anche nei primi anni del periodo unitario. All’arrivo dei briganti che, per prima cosa, ne depredarono le proprietà e le poche ricchezze, implorarono il soccorso di truppe stanziali che, a conti fatti, assai poco fecero per ripristinare la legalità. 

«Dopo il lutto, il saccheggio, e la strage, si ebbe il soccorso de’ Garibaldini, che altro non apportò se non gravame di tasse per i cittadini». E’ la denuncia appassionata, lucidissima, di Antonio Palladino, il quale, il 20 luglio 1861, scrive questa accorata missiva al Governatore di Foggia:

“Signore/ I Borboni mi hanno rovesciato al suolo, ed il brigantaggio mi sta schiantando sin dalle ultime radicelle. Son tre giorni che la Comitiva, Capitanata dal famigerato Angelo Maria, tiene sequestrato le mie pecore e le mie vacche, con la minaccia di tutto distruggere se io non le mando danaro senza numero, che non possiedo affatto, armi e munizioni. Tutto il rimanente del paese è stato saccheggiato con parziali ricatti. Immagini quindi come si sta, e qual cuore sia il mio.

Si è scritto all’Intendente del Circondario per avere un ausilio di forza, e costui celiando ha risposto, che io ed il Sindaco, volendo forza, l’avessimo cercata nel popolo, incitandolo alla difesa della patria … oh per Dio! L’Intendente ha dimenticato i miei precedenti rapporti e del Sindaco. Ha dimenticato che io ho a che fare con un paese retrivo e che altra vaghezza non ha che vedere abbassata la croce Sabauda, restaurati i Gigli, e trucidati i Liberali. Ha dimenticato che io ho una Guardia inerme, in organizzata, reazionaria, borbonica. Oggi, a diverse inchieste dei briganti, non esclusa quella del mio cavallo da sella, e del cavallo dei Signori Polignone, sotto la condizione di venire essi, in caso di rifiuto, a prenderli / di fatti si son fatti vedere sopra un monte non molto lungi dall’abitato/ di forza, ho fatto battere a raccolta il tamburo, ho incitato, ho predicato, e che gente è uscita? Non più che trenta individui, compresi il novello Giudice e suo Cancelliere e Supplente, il Sindaco ed io. Il brigantaggio cardinalizio–borbonico, Signore, fa davvero: il Governo celia e scherza. E se così non fosse, essendosi conosciuto essere San Marco in Lamis il semenzaio degli assassini che oggi rovinano la Capitanata, perché non si schianta e si adegua al secolo? Che dritto hanno i sammarchesi di ridurre alla mozza me, i figli miei, i figli di questa terra? La niuna guarentigia del Governo nel riscontro, accresce il malcontento, ed apre largo il campo ai nemici, onde ingrossarsi di numero. Si getti quindi una volta il fardello della moderazione, e si venga tosto al ferro ed al fuoco. Si mandi, la prego, un ausilio di forza militare, non per richiamarsi il secondo giorno, ma per farla rimanere qui stanziata, il che non facendosi e subito, guai per questo paese, guai per tutti i buoni e per me. 

Io non celio: scrivo col cuore esulcerato da un novello martirio: le scrive un uomo che ha consumata la sua giovinezza tra i ceppi di Pecchineda ed Aiozza. Mi son rivolto a Lei, trascurando ogni ordine gerarchico, e tra perché l’urgenza della bisogna non ammette lungherie, e tra perché io ho somma divozione in Lei, e in Lei non altri confido la salute mia e del paese”. 

Anche il sindaco Gennaro de Monte si fece sentire. Scrisse al Governatore il 23 luglio 1861, rivendicando con forza i diritti della popolazione garganica di vedere assicurato l’ordine pubblico e la presenza dello Stato sul proprio territorio, in un momento così delicato e cruciale: 

“(…) Signor Governatore, Ella mi perdonerà questa volta il mio franco e libero parlare. Tutti i Comuni del Regno han l’obbligo di pagare le imposte e dare al quota di soldati, e tutti han diritto di essere guarentiti dal Real Governo, ma sventuratamente avviene diversamente per qui Comuni che son lontani dai centri Capo–luoghi della Provincia. Le autorità principali della Provincia mettono tutta loro cura a tutelare i paesi di loro residenza, poco curandosi de’ piccoli e lontani, come se questi non si appartenessero alla famiglia italiana. Il Governo per accorrere ai bisogni di questa Provincia e distruggere il brigantaggio vi ha spedito un grosso nerbo di armata. Perché questa non si divide per tutti i Comuni? Perché si tiene nelle Puglie, ed i paesi del Gargano essere sforniti di forza, forse i pugliesi sono più cari al Governo di questi? Han eglino più diritti alla garentia dei montagnardi. Cagnano ha bisogno di forza che si mandi e presto, avvenendo disastri in questi Comuni del Gargano per mancanza di guarentigia governativa Ella sarà responsabile innanzi a Dio, innanzi al Real Governo, e agli uomini. Mi perdonerà il mio inusuale modo di scrivere, e debba addebitarlo alle circostanze imperiose dei tempi, e non ad insubordinazione e a mancanza di doveri”. 

La situazione era diventata veramente insostenibile se, appena sei giorni dopo, il 29 luglio 1861, Antonio Palladino torna a scrivere al Governatore: 

“Signore/ […] e niuno penserà al Gargano? E che forse il Gargano non è l’Italia? non vi son forse nel Gargano liberali come in ogni altra parte; non ha forse il Gargano patito al pari e più di ogni altro luogo delle Sicilie sotto la tremenda tirannia dei Borbone? I Borboni fan tesoro degli esempi del 1799, ed il Governo del Re Galantuomo? Perché farci vedere la bella luce della libertà, perché prometterci un bene, che poi di fatti non abbiamo ottenuto? Meglio portare le catene, e lacrime su di esse, che scuoterle, che deporle un momento, per poi sentirle più strette, e più martorianti, pesar dai polsi; e forse per dover ancora lasciar la testa su di un patibolo!”. 

Dopo il 1861, l’assetto fondiario non mutò. Migliaia di ettari di buon terreno, malgrado “la liberazione” garibaldina e l’unificazione italiana, rimasero ancora in mano ai proprietari che li avevano usurpati. 

Nei primi anni postunitari, il sindaco don Gennaro di Monte dovette affrontare le questioni dei Parchi delle Mezzane e della Riseca, per i terreni occupati e non censiti quindi non sottoposti a canone, della Foce da costruire, del “popolo” simpatizzante dei briganti, dei proprietari ricattati e taglieggiati (che a loro volta commettevano angherie sulla plebe), delle finanze esauste, della spaccatura in seno ai galantuomini. Il sindaco dovette risolvere anche questioni esterne, riconducibili al nuovo governo: le scelte opinabili dei nuovi funzionari, le tasse esose, la renitenza alla leva. Le questioni interne sommate a quelle esterne diedero fuoco alla miccia, rendendo la situazione esplosiva. Il sindaco dovette guardarsi dalle minacce degli oppositori, fedeli ai Borbone, che lo tacciarono di dispotismo. de Monte fu addirittura arrestato. Arresto che fu commentato così, il 15 settembre 1862 da Antonio Palladino:

“(…) Ieri, tra i plausi e la gioia dei retrivi, dal Capitano Comandante la truppa in questo Comune, fu pria disarmato e poi arrestato il Sindaco Sig. Gennaro di Monte, uomo il cui patriottismo è stato confermato da dodici anni di sventura, l’arresto in parola non ha ragione, ma si è operato a solo oggetto di fare contenti i retrivi del paese”.

Il Consiglio di(e) Monte fu sciolto, grazie al sottogovernatore di San Severo, il quale da anni nutriva qualche dubbio sul comportamento del sindaco e del capitano Palladino, lasciandosi influenzare dagli esposti dei detrattori di turno, proprio come era accaduto negli anni passati. Un dejà vu. La macchina del fango, messa in moto dalle partigianerie locali, ebbe anche allora il suo pernicioso effetto. Correva l’anno 1864 e molte questioni erano ancora aperte, mentre la popolazione di Cagnano continuava a diminuire, passando dai circa seimila del 1868 ai poco più di 4000, confermando l’ipotesi che l’unificazione avesse peggiorato le condizioni di vita già precarie del paese e che le fazioni gli avessero arrecato i danni che hanno lasciato segni evidenti nei gruppi partigiani della società presente.

Il neonato Regno d’Italia aveva deluso tutti i liberali, aveva tradito le loro legittime aspettative di pace sociale, di uguaglianza, di libertà. Anche i liberali di Cagnano, pur sensibili ai bisogni e alle aspettative altrettanto legittime della popolazione, non riuscirono a diventare i motori del cambiamento, ma avevano seminato bene. 

Ma questa è un’altra storia, che vedrà protagonisti i loro figli, e in speciale modo l’erede di don Antonio Palladino, l’anarchico Carmelo Palladino. 

Sarà il tema della prossima pubblicazione di Dina Crisetti, cui auguriamo di continuare a scandagliare la microstoria di questa Terra meravigliosa e ancora afflitta da deleterie partigianerie che ne rendono ancora oggi problematico lo sviluppo civile ed economico, oltre che culturale. Determinate “assenze” pesano… stasera. 

La celebrazione del 150° dell’Unità d’Italia deve spronarci a concorrere consapevolmente alla stesura del copione della nostra storia presente e futura, affinchè questa Terra e la sua gente abbiano finalmente il posto al sole che meritano!

TERESA MARIA RAUZINO

 PRESENTAZIONE 27-12-2011 AL VOLUME DI LEONARDA CRISETTI GRIMALDI: “RISORGIMENTO GARGANICO. IL CASO DI CAGNANO” (Bastogi editore, Foggia dicembre 2011, euro 12,50) 

 
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Pubblicato da su 11 gennaio 2012 in Libri, Senza categoria

 
 
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